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     Origin: Francesco Petrarca "Canzoniere"
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     Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono
     di quei sospiri ond'io nudriva 'l core
     in sul mio primo giovenile errore
     quand'era in parte altr'uom da quel ch'i' sono,
     del vario stile in ch'io piango et ragiono
     fra le vane speranze e 'l van dolore,
     ove sia chi per prova intenda amore,
     spero trovar pieta, nonche perdono.
     Ma ben veggio or si come al popol tutto
     favola fui gran tempo, onde sovente
     di me medesmo meco mi vergogno;
     et del mio vaneggiar vergogna e 'l frutto,
     e 'l pentersi, e 'l conoscer chiaramente
     che quanto piace al mondo e breve sogno.



     Per fare una leggiadra sua vendetta
     et punire in un di ben mille offese,
     celatamente Amor l'arco riprese,
     come huom ch'a nocer luogo et tempo aspetta.
     Era la mia virtute al cor ristretta
     per far ivi et ne gli occhi sue difese,
     quando 'l colpo mortal la giu discese
     ove solea spuntarsi ogni saetta.
     Pero, turbata nel primiero assalto,
     non ebbe tanto ne vigor ne spazio
     che potesse al bisogno prender l'arme,
     overo al poggio faticoso et alto
     ritrarmi accortamente da lo strazio
     del quale oggi vorrebbe, et non po, aitarme.



     Era il giorno ch'al sol si scoloraro
     per la pieta del suo factore i rai,
     quando i' fui preso, et non me ne guardai,
     che i be' vostr'occhi, donna, mi legaro.
     Tempo non mi parea da far riparo
     contra colpi d'Amor: pero m'andai
     secur, senza sospetto; onde i miei guai
     nel commune dolor s'incominciaro.
     Trovommi Amor del tutto disarmato
     et aperta la via per gli occhi al core,
     che di lagrime son fatti uscio et varco:
     pero al mio parer non li fu honore
     ferir me de saetta in quello stato,
     a voi armata non mostrar pur l'arco.



     Que' ch'infinita providentia et arte
     mostro nel suo mirabil magistero,
     che crio questo et quell'altro hemispero,
     et mansueto piu Giove che Marte,
     vegnendo in terra a 'lluminar le carte
     ch'avean molt'anni gia celato il vero,
     tolse Giovanni da la rete et Piero,
     et nel regno del ciel fece lor parte.
     Di se nascendo a Roma non fe' gratia,
     a Giudea si, tanto sovr'ogni stato
     humiltate exaltar sempre gli piacque;
     ed or di picciol borgo un sol n'a dato,
     tal che natura e 'l luogo si ringratia
     onde si bella donna al mondo nacque.



     Quando io movo i sospiri a chiamar voi,
     e 'l nome che nel cor mi scrisse Amore,
     LAUdando s'incomincia udir di fore
     il suon de' primi dolci accenti suoi.
     Vostro stato REal, che 'ncontro poi,
     raddoppia a l'alta impresa il mio valore;
     ma: TAci, grida il fin, che farle honore
     e d'altri homeri soma che da' tuoi.
     Cosi LAUdare et REverire insegna
     la voce stessa, pur ch'altri vi chiami,
     o d'ogni reverenza et d'onor degna:
     se non che forse Apollo si disdegna
     ch'a parlar de' suoi sempre verdi rami
     lingua mortal presumptuosa vegna.



     Si traviato e 'l folle mi' desio
     a seguitar costei che 'n fuga e volta,
     et de' lacci d'Amor leggiera et sciolta
     vola dinanzi al lento correr mio,
     che quanto richiamando piu l'envio
     per la secura strada, men m'ascolta:
     ne mi vale spronarlo, o dargli volta,
     ch'Amor per sua natura il fa restio.
     Et poi che 'l fren per forza a se raccoglie,
     i' mi rimango in signoria di lui,
     che mal mio grado a morte mi trasporta:
     sol per venir al lauro onde si coglie
     acerbo frutto, che le piaghe altrui
     gustando afflige piu che non conforta.



     La gola e 'l sonno et l'otiose piume
     anno del mondo ogni vertu sbandita,
     ond'e dal corso suo quasi smarrita
     nostra natura vinta dal costume;
     et e si spento ogni benigno lume
     del ciel, per cui s'informa humana vita,
     che per cosa mirabile s'addita
     chi vol far d'Elicona nascer fiume.
     Qual vaghezza di lauro, qual di mirto?
     Povera et nuda vai philosophia,
     dice la turba al vil guadagno intesa.
     Pochi compagni avrai per l'altra via:
     tanto ti prego piu, gentile spirto,
     non lassar la magnanima tua impresa.



     A pie' de' colli ove la bella vesta
     prese de le terrene membra pria
     la donna che colui ch'a te ne 'nvia
     spesso dal somno lagrimando desta,
     libere in pace passavam per questa
     vita mortal, ch'ogni animal desia,
     senza sospetto di trovar fra via
     cosa ch'al nostr'andar fosse molesta.
     Ma del misero stato ove noi semo
     condotte da la vita altra serena
     un sol conforto, et de la morte, avemo:
     che vendetta e di lui ch'a cio ne mena,
     lo qual in forza altrui presso a l'extremo
     riman legato con maggior catena.



     Quando 'l pianeta che distingue l'ore
     ad albergar col Tauro si ritorna,
     cade vertu da l'infiammate corna
     che veste il mondo di novel colore;
     et non pur quel che s'apre a noi di fore,
     le rive e i colli, di fioretti adorna,
     ma dentro dove gia mai non s'aggiorna
     gravido fa di se il terrestro humore,
     onde tal fructo et simile si colga:
     cosi costei, ch'e tra le donne un sole,
     in me movendo de' begli occhi i rai
     cria d'amor penseri, atti et parole;
     ma come ch'ella gli governi o volga,
     primavera per me pur non e mai.



     Gloriosa columna in cui s'appoggia
     nostra speranza e 'l gran nome latino,
     ch'ancor non torse del vero camino
     l'ira di Giove per ventosa pioggia,
     qui non palazzi, non theatro o loggia,
     ma 'n lor vece un abete, un faggio, un pino
     tra l'erba verde e 'l bel monte vicino,
     onde si scende poetando et poggia,
     levan di terra al ciel nostr'intellecto;
     e 'l rosigniuol che dolcemente all'ombra
     tutte le notti si lamenta et piagne,
     d'amorosi penseri il cor ne 'ngombra:
     ma tanto bel sol tronchi, et fai imperfecto,
     tu che da noi, signor mio, ti scompagne.



     Lassare il velo o per sole o per ombra,
     donna, non vi vid'io
     poi che in me conosceste il gran desio
     ch'ogni altra voglia d'entr'al cor mi sgombra.
     Mentr'io portava i be' pensier' celati,
     ch'anno la mente desiando morta,
     vidivi di pietate ornare il volto;
     ma poi ch'Amor di me vi fece accorta,
     fuor i biondi capelli allor velati,
     et l'amoroso sguardo in se raccolto.
     Quel ch'i' piu desiava in voi m'e tolto:
     si mi governa il velo
     che per mia morte, et al caldo et al gielo,
     de' be' vostr'occhi il dolce lume adombra.



     Se la mia vita da l'aspro tormento
     si puo tanto schermire, et dagli affanni,
     ch'i' veggia per vertu de gli ultimi anni,
     donna, de' be' vostr'occhi il lume spento,
     e i cape' d'oro fin farsi d'argento,
     et lassar le ghirlande e i verdi panni,
     e 'l viso scolorir che ne' miei danni
     a llamentar mi fa pauroso et lento:
     pur mi dara tanta baldanza Amore
     ch'i' vi discovriro de' mei martiri
     qua' sono stati gli anni, e i giorni et l'ore;
     et se 'l tempo e contrario ai be' desiri,
     non fia ch'almen non giunga al mio dolore
     alcun soccorso di tardi sospiri.



     Quando fra l'altre donne ad ora ad ora
     Amor vien nel bel viso di costei,
     quanto ciascuna e men bella di lei
     tanto cresce 'l desio che m'innamora.
     I' benedico il loco e 'l tempo et l'ora
     che si alto miraron gli occhi mei,
     et dico: Anima, assai ringratiar dei
     che fosti a tanto honor degnata allora.
     Da lei ti ven l'amoroso pensero,
     che mentre 'l segui al sommo ben t'invia,
     pocho prezando quel ch'ogni huom desia;
     da lei vien l'animosa leggiadria
     ch'al ciel ti scorge per destro sentero,
     si ch'i' vo gia de la speranza altero.



     Occhi miei lassi, mentre ch'io vi giro
     nel bel viso di quella che v'a morti,
     pregovi siate accorti,
     che gia vi sfida Amore, ond'io sospiro.
     Morte po chiuder sola a' miei penseri
     l'amoroso camin che gli conduce
     al dolce porto de la lor salute;
     ma puossi a voi celar la vostra luce
     per meno obgetto, perche meno interi
     siete formati, et di minor virtute.
     Pero, dolenti, anzi che sian venute
     l'ore del pianto, che son gia vicine,
     prendete or a la fine
     breve conforto a si lungo martiro.



     Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
     col corpo stancho ch'a gran pena porto,
     et prendo allor del vostr'aere conforto
     che 'l fa gir oltra dicendo: Oime lasso!
     Poi ripensando al dolce ben ch'io lasso,
     al camin lungo et al mio viver corto,
     fermo le piante sbigottito et smorto,
     et gli occhi in terra lagrimando abasso.
     Talor m'assale in mezzo a'tristi pianti
     un dubbio: come posson queste membra
     da lo spirito lor viver lontane?
     Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra
     che questo e privilegio degli amanti,
     sciolti da tutte qualitati humane?



     Movesi il vecchierel canuto et biancho
     del dolce loco ov'a sua eta fornita
     et da la famigliuola sbigottita
     che vede il caro padre venir manco;
     indi trahendo poi l'antiquo fianco
     per l'extreme giornate di sua vita,
     quanto piu po, col buon voler s'aita,
     rotto dagli anni, et dal cammino stanco;
     et viene a Roma, seguendo 'l desio,
     per mirar la sembianza di colui
     ch'ancor lassu nel ciel vedere spera:
     cosi, lasso, talor vo cerchand'io,
     donna, quanto e possibile, in altrui
     la disiata vostra forma vera.



     Piovonmi amare lagrime dal viso
     con un vento angoscioso di sospiri,
     quando in voi adiven che gli occhi giri
     per cui sola dal mondo i' son diviso.
     Vero e che 'l dolce mansueto riso
     pur acqueta gli ardenti miei desiri,
     et mi sottragge al foco de' martiri,
     mentr'io son a mirarvi intento et fiso.
     Ma gli spiriti miei s'aghiaccian poi
     ch'i' veggio al departir gli atti soavi
     torcer da me le mie fatali stelle.
     Largata alfin co l'amorose chiavi
     l'anima esce del cor per seguir voi;
     et con molto pensiero indi si svelle.



     Quand'io son tutto volto in quella parte
     ove 'l bel viso di madonna luce,
     et m'e rimasa nel pensier la luce
     che m'arde et strugge dentro a parte a parte,
     i' che temo del cor che mi si parte,
     et veggio presso il fin de la mia luce,
     vommene in guisa d'orbo, senza luce,
     che non sa ove si vada et pur si parte.
     Cosi davanti ai colpi de la morte
     fuggo: ma non si ratto che 'l desio
     meco non venga come venir sole.
     Tacito vo, che le parole morte
     farian pianger la gente; et i' desio
     che le lagrime mie si spargan sole.



     Son animali al mondo de si altera
     vista che 'ncontra 'l sol pur si difende;
     altri, pero che 'l gran lume gli offende,
     non escon fuor se non verso la sera;
     et altri, col desio folle che spera
     gioir forse nel foco, perche splende,
     provan l'altra vertu, quella che 'encende:
     lasso, e 'l mio loco e 'n questa ultima schera.
     Ch'i' non son forte ad aspectar la luce
     di questa donna, et non so fare schermi
     di luoghi tenebrosi, o d' ore tarde:
     pero con gli occhi lagrimosi e 'nfermi
     mio destino a vederla mi conduce;
     et so ben ch'i' vo dietro a quel che m'arde.



     Vergognando talor ch'ancor si taccia,
     donna, per me vostra bellezza in rima,
     ricorro al tempo ch'i' vi vidi prima,
     tal che null'altra fia mai che mi piaccia.
     Ma trovo peso non da le mie braccia,
     ne ovra da polir colla mia lima:
     pero l'ingegno che sua forza extima
     ne l'operation tutto s'agghiaccia.
     Piu volte gia per dir le labbra apersi,
     poi rimase la voce in mezzo 'l pecto:
     ma qual son poria mai salir tant'alto?
     Piu volte incominciai di scriver versi:
     ma la penna et la mano et l'intellecto
     rimaser vinti nel primier assalto.



     Mille fiate, o dolce mia guerrera,
     per aver co' begli occhi vostri pace
     v'aggio proferto il cor; ma voi non piace
     mirar si basso colla mente altera.
     Et se di lui fors'altra donna spera,
     vive in speranza debile et fallace:
     mio, perche sdegno cio ch'a voi dispiace,
     esser non puo gia mai cosi com'era.
     Or s'io lo scaccio, et e' non trova in voi
     ne l'exilio infelice alcun soccorso,
     ne sa star sol, ne gire ov'altri il chiama,
     poria smarrire il suo natural corso:
     che grave colpa fia d'ambeduo noi,
     et tanto piu de voi, quanto piu v'ama.



     A qualunque animale alberga in terra,
     se non se alquanti ch'anno in odio il sole,
     tempo da travagliare e quanto e 'l giorno;
     ma poi che 'l ciel accende le sue stelle,
     qual torna a casa et qual s'anida in selva
     per aver posa almeno infin a l'alba.
     Et io, da che comincia la bella alba
     a scuoter l'ombra intorno de la terra
     svegliando gli animali in ogni selva,
     non o mai triegua di sospir' col sole;
     pur quand'io veggio fiammeggiar le stelle
     vo lagrimando, et disiando il giorno.
     Quando la sera scaccia il chiaro giorno,
     et le tenebre nostre altrui fanno alba,
     miro pensoso le crudeli stelle,
     che m'anno facto di sensibil terra;
     et maledico il di ch'i' vidi 'l sole,
     e che mi fa in vista un huom nudrito in selva.
     Non credo che pascesse mai per selva
     si aspra fera, o di nocte o di giorno,
     come costei ch'i 'piango a l'ombra e al sole;
     et non mi stancha primo sonno od alba:
     che, bench'i' sia mortal corpo di terra,
     lo mi fermo desir vien da le stelle.
     Prima ch'i' torni a voi, lucenti stelle,
     o torni giu ne l'amorosa selva,
     lassando il corpo che fia trita terra,
     vedess'io in lei pieta, che 'n un sol giorno
     puo ristorar molt'anni, e 'nanzi l'alba
     puommi arichir dal tramontar del sole.
     Con lei foss'io da che si parte il sole,
     et non ci vedess'altri che le stelle,
     sol una nocte, et mai non fosse l'alba;
     et non se transformasse in verde selva
     per uscirmi di braccia, come il giorno
     ch'Apollo la seguia qua giu per terra.
     Ma io saro sotterra in secca selva
     e 'l giorno andra pien di minute stelle
     prima ch'a si dolce alba arrivi il sole.



     Nel dolce tempo de la prima etade,
     che nascer vide et anchor quasi in herba
     la fera voglia che per mio mal crebbe,
     perche cantando il duol si disacerba,
     cantero com'io vissi in libertade,
     mentre Amor nel mio albergo a sdegno s'ebbe.
     Poi seguiro si come a lui ne 'ncrebbe
     troppo altamente, e che di cio m'avvenne,
     di ch'io son facto a molta gente exempio:
     benche 'l mio duro scempio
     sia scripto altrove, si che mille penne
     ne son gia stanche, et quasi in ogni valle
     rimbombi il suon de' miei gravi sospiri,
     ch'aquistan fede a la penosa vita.
     E se qui la memoria non m'aita
     come suol fare, iscusilla i martiri,
     et un penser che solo angoscia dalle,
     tal ch'ad ogni altro fa voltar le spalle,
     e mi face obliar me stesso a forza:
     che ten di me quel d'entro, et io la scorza.
     I' dico che dal di che 'l primo assalto
     mi diede Amor, molt'anni eran passati,
     si ch'io cangiava il giovenil aspetto;
     e d'intorno al mio cor pensier' gelati
     facto avean quasi adamantino smalto
     ch'allentar non lassava il duro affetto.
     Lagrima anchor non mi bagnava il petto
     ne rompea il sonno, et quel che in me non era,
     mi pareva un miracolo in altrui.
     Lasso, che son! che fui!
     La vita el fin, e 'l di loda la sera.
     Che sentendo il crudel di ch'io ragiono
     infin allor percossa di suo strale
     non essermi passato oltra la gonna,
     prese in sua scorta una possente donna,
     ver' cui poco gia mai mi valse o vale
     ingegno, o forza, o dimandar perdono;
     e i duo mi trasformaro in quel ch'i' sono,
     facendomi d'uom vivo un lauro verde,
     che per fredda stagion foglia non perde.
     Qual mi fec'io quando primier m'accorsi
     de la trasfigurata mia persona,
     e i capei vidi far di quella fronde
     di che sperato avea gia lor corona,
     e i piedi in ch'io mi stetti, et mossi, et corsi,
     com'ogni membro a l'anima risponde,
     diventar due radici sovra l'onde
     non di Peneo, ma d'un piu altero fiume,
     e n' duo rami mutarsi ambe le braccia!
     Ne meno anchor m' agghiaccia
     l'esser coverto poi di bianche piume
     allor che folminato et morto giacque
     il mio sperar che tropp'alto montava:
     che perch'io non sapea dove ne quando
     me 'l ritrovasse, solo lagrimando
     la 've tolto mi fu, di e nocte andava,
     ricercando dallato, et dentro a l'acque;
     et gia mai poi la mia lingua non tacque
     mentre poteo del suo cader maligno:
     ond'io presi col suon color d'un cigno.
     Cosi lungo l'amate rive andai,
     che volendo parlar, cantava sempre
     merce chiamando con estrania voce;
     ne mai in si dolci o in si soavi tempre
     risonar seppi gli amorosi guai,
     che 'l cor s'umiliasse aspro et feroce.
     Qual fu a sentir? che 'l ricordar mi coce:
     ma molto piu di quel, che per inanzi
     de la dolce et acerba mia nemica
     e bisogno ch'io dica,
     benche sia tal ch'ogni parlare avanzi.
     Questa che col mirar gli animi fura,
     m'aperse il petto, e 'l cor prese con mano,
     dicendo a me: Di cio non far parola.
     Poi la rividi in altro habito sola,
     tal ch'i' non la conobbi, oh senso humano,
     anzi le dissi 'l ver pien di paura;
     ed ella ne l'usata sua figura
     tosto tornando, fecemi, oime lasso,
     d'un quasi vivo et sbigottito sasso.
     Ella parlava si turbata in vista,
     che tremar mi fea dentro a quella petra,
     udendo: I' non son forse chi tu credi.
     E dicea meco: Se costei mi spetra,
     nulla vita mi fia noiosa o trista;
     a farmi lagrimar, signor mio, riedi.
     Come non so: pur io mossi indi i piedi,
     non altrui incolpando che me stesso,
     mezzo tutto quel di tra vivo et morto.
     Ma perche 'l tempo e corto,
     la penna al buon voler non po gir presso:
     onde piu cose ne la mente scritte
     vo trapassando, et sol d'alcune parlo
     che meraviglia fanno a chi l'ascolta.
     Morte mi s'era intorno al cor avolta,
     ne tacendo potea di sua man trarlo,
     o dar soccorso a le vertuti afflitte;
     le vive voci m'erano interditte;
     ond'io gridai con carta et con incostro:
     Non son mio, no. S'io moro, il danno e vostro.
     Ben mi credea dinanzi agli occhi suoi
     d'indegno far cosi di merce degno,
     et questa spene m'avea fatto ardito:
     ma talora humilta spegne disdegno,
     talor l'enfiamma; et cio sepp'io da poi,
     lunga stagion di tenebre vestito:
     ch'a quei preghi il mio lume era sparito.
     Ed io non ritrovando intorno intorno
     ombra di lei, ne pur de' suoi piedi orma,
     come huom che tra via dorma,
     gittaimi stancho sovra l'erba un giorno.
     Ivi accusando il fugitivo raggio,
     a le lagrime triste allargai 'l freno,
     et lasciaile cader come a lor parve;
     ne gia mai neve sotto al sol disparve
     com'io senti' me tutto venir meno,
     et farmi una fontana a pie' d'un faggio.
     Gran tempo humido tenni quel viaggio.
     Chi udi mai d'uom vero nascer fonte?
     E parlo cose manifeste et conte.
     L'alma ch'e sol da Dio facta gentile,
     che gia d'altrui non po venir tal gratia,
     simile al suo factor stato ritene:
     pero di perdonar mai non e sacia
     a chi col core et col sembiante humile
     dopo quantunque offese a merce vene.
     Et se contra suo stile essa sostene
     d'esser molto pregata, in Lui si specchia,
     et fal perche 'l peccar piu si pavente:
     che non ben si ripente
     de l'un mal chi de l'altro s'apparecchia.
     Poi che madonna da pieta commossa
     degno mirarme, et ricognovve et vide
     gir di pari la pena col peccato,
     benigna mi redusse al primo stato.
     Ma nulla a 'l mondo in ch'uom saggio si fide:
     ch'ancor poi ripregando, i nervi et l'ossa
     mi volse in dura selce; et cosi scossa
     voce rimasi de l'antiche some,
     chiamando Morte, et lei sola per nome.
     Spirto doglioso errante (mi rimembra)
     per spelunche deserte et pellegrine,
     piansi molt'anni il mio sfrenato ardire:
     et anchor poi trovai di quel mal fine,
     et ritornai ne le terrene membra,
     credo per piu dolore ivi sentire.
     I' segui' tanto avanti il mio desire
     ch'un di cacciando si com'io solea
     mi mossi; e quella fera bella et cruda
     in una fonte ignuda
     si stava, quando 'l sol piu forte ardea.
     Io, perche d'altra vista non m'appago,
     stetti a mirarla: ond'ella ebbe vergogna;
     et per farne vendetta, o per celarse,
     l'acqua nel viso co le man' mi sparse.
     Vero diro (forse e' parra menzogna)
     ch'i' senti' trarmi de la propria imago,
     et in un cervo solitario et vago
     di selva in selva ratto mi trasformo:
     et anchor de' miei can' fuggo lo stormo.
     Canzon, i' non fu' mai quel nuvol d'oro
     che poi discese in pretiosa pioggia,
     si che 'l foco di Giove in parte spense;
     ma fui ben fiamma ch'un bel guardo accense,
     et fui l'uccel che piu per l'aere poggia,
     alzando lei che ne' miei detti honoro:
     ne per nova figura il primo alloro
     seppi lassar, che pur la sua dolce ombra
     ogni men bel piacer del cor mi sgombra.



     Se l'onorata fronde che prescrive
     l'ira del ciel, quando 'l gran Giove tona,
     non m'avesse disdetta la corona
     che suole ornar chi poetando scrive,
     i'era amico a queste vostre dive
     le qua' vilmente il secolo abandona;
     ma quella ingiuria gia lunge mi sprona
     da l'inventrice de le prime olive:
     che non bolle la polver d'Ethiopia
     sotto 'l piu ardente sol, com'io sfavillo,
     perdendo tanto amata cosa propia.
     Cercate dunque fonte piu tranquillo,
     che 'l mio d'ogni liquor sostene inopia,
     salvo di quel che lagrimando stillo.



     Amor piangeva, et io con lui talvolta,
     dal qual miei passi non fur mai lontani,
     mirando per gli effecti acerbi et strani
     l'anima vostra dei suoi nodi sciolta.
     Or ch'al dritto camin l'a Dio rivolta,
     col cor levando al cielo ambe le mani
     ringratio lui che' giusti preghi humani
     benignamente, sua mercede, ascolta.
     Et se tornando a l'amorosa vita,
     per farvi al bel desio volger le spalle,
     trovaste per la via fossati o poggi,
     fu per mostrar quanto e spinoso calle,
     et quanto alpestra et dura la salita,
     onde al vero valor conven ch'uom poggi.



     Piu di me lieta non si vede a terra
     nave da l'onde combattuta et vinta,
     quando la gente di pieta depinta
     su per la riva a ringratiar s'atterra;
     ne lieto piu del carcer si diserra
     chi 'ntorno al collo ebbe la corda avinta,
     di me, veggendo quella spada scinta
     che fece al segnor mio si lunga guerra.
     Et tutti voi ch'Amor laudate in rima,
     al buon testor de gli amorosi detti
     rendete honor, ch'era smarrito in prima:
     che piu gloria e nel regno degli electi
     d'un spirito converso, et piu s'estima,
     che di novantanove altri perfecti.



     Il successor di Carlo, che la chioma
     co la corona del suo antiquo adorna,
     prese a gia l'arme per fiacchar le corna
     a Babilonia, et chi da lei si noma;
     e 'l vicario de Cristo colla soma
     de le chiavi et del manto al nido torna,
     si che s'altro accidente nol distorna,
     vedra Bologna, et poi la nobil Roma.
     La mansueta vostra et gentil agna
     abbatte i fieri lupi: et cosi vada
     chiunque amor legitimo scompagna.
     Consolate lei dunque ch'anchor bada,
     et Roma che del suo sposo si lagna,
     et per Jesu cingete ormai la spada.



     O aspectata in ciel beata et bella
     anima che di nostra humanitade
     vestita vai, non come l'altre carca:
     perche ti sian men dure omai le strade,
     a Dio dilecta, obediente ancella,
     onde al suo regno di qua giu si varca,
     ecco novellamente a la tua barca,
     ch'al cieco mondo ha gia volte le spalle
     per gir al miglior porto,
     d'un vento occidental dolce conforto;
     lo qual per mezzo questa oscura valle,
     ove piangiamo il nostro et l'altrui torto,
     la condurra de' lacci antichi sciolta,
     per drittissimo calle,
     al verace oriente ov'ella e volta.
     Forse i devoti et gli amorosi preghi
     et le lagrime sancte de' mortali
     son giunte inanzi a la pieta superna;
     et forse non fur mai tante ne tali
     che per merito lor punto si pieghi
     fuor de suo corso la giustitia eterna;
     ma quel benigno re che 'l ciel governa
     al sacro loco ove fo posto in croce
     gli occhi per gratia gira,
     onde nel petto al novo Karlo spira
     la vendetta ch'a noi tardata noce,
     si che molt'anni Europa ne sospira:
     cosi soccorre a la sua amata sposa
     tal che sol de la voce
     fa tremar Babilonia, et star pensosa.
     Chiunque alberga tra Garona e 'l monte
     e 'ntra 'l Rodano e 'l Reno et l'onde salse
     le 'nsegne cristianissime accompagna;
     et a cui mai di vero pregio calse,
     del Pireneo a l'ultimo orizonte
     con Aragon lassara vota Hispagna;
     Inghilterra con l'isole che bagna
     l'Occeano intra 'l Carro et le Colonne,
     infin la dove sona
     doctrina del sanctissimo Elicona,
     varie di lingue et d'arme, et de le gonne,
     a l'alta impresa caritate sprona.
     Deh qual amor si licito o si degno,
     qua' figli mai, qua' donne
     furon materia a si giusto disdegno?
     Una parte del mondo e che si giace
     mai sempre in ghiaccio et in gelate nevi
     tutta lontana dal camin del sole:
     la sotto i giorni nubilosi et brevi,
     nemica naturalmente di pace,
     nasce una gente a cui il morir non dole.
     Questa se, piu devota che non sole,
     col tedesco furor la spada cigne,
     turchi, arabi et caldei,
     con tutti quei che speran nelli dei
     di qua dal mar che fa l'onde sanguigne,
     quanto sian da prezzar, conoscer dei:
     popolo ignudo paventoso et lento,
     che ferro mai non strigne,
     ma tutt'i colpi suoi commette al vento.
     Dunque ora e 'l tempo da ritrare il collo
     dal giogo antico, et da squarciare il velo
     ch'e stato avolto intorno agli occhi nostri,
     et che 'l nobile ingegno che dal cielo
     per gratia tien' de l'immortale Apollo,
     et l'eloquentia sua vertu qui mostri
     or con la lingua, or co'laudati incostri:
     perche d'Orpheo leggendo et d'Amphione
     se non ti meravigli,
     assai men fia ch'Italia co' suoi figli
     si desti al suon del tuo chiaro sermone,
     tanto che per Jesu la lancia pigli;
     che s'al ver mira questa anticha madre,
     in nulla sua tentione
     fur mai cagion si belle o si leggiadre.
     Tu ch'ai, per arricchir d'un bel thesauro,
     volte le antiche et le moderne carte,
     volando al ciel colla terrena soma,
     sai da l'imperio del figliuol de Marte
     al grande Augusto che di verde lauro
     tre volte triumphando orno la chioma,
     ne l'altrui ingiurie del suo sangue Roma
     spesse fiate quanto fu cortese:
     et or perche non fia
     cortese no, ma conoscente et pia
     a vendicar le dispietate offese,
     col figliuol glorioso di Maria?
     Che dunque la nemica parte spera
     ne l'umane difese,
     se Cristo sta da la contraria schiera?
     Pon' mente al temerario ardir di Xerse,
     che fece per calcare i nostri liti
     di novi ponti oltraggio a la marina;
     et vedrai ne la morte de' mariti
     tutte vestite a brun le donne perse,
     et tinto in rosso il mar di Salamina.
     Et non pur questa misera ruina
     del popol infelice d'oriente
     victoria t'empromette,
     ma Marathona, et le mortali strette
     che difese il leon con poca gente,
     et altre mille ch'ai ascoltate et lette:
     Perche inchinare a Dio molto convene
     le ginocchia et la mente,
     che gli anni tuoi riserva a tanto bene.
     Tu vedrai Italia et l'onorata riva,
     canzon, ch'agli occhi miei cela et contende
     non mar, non poggio o fiume,
     ma solo Amor che del suo altero lume
     piu m'invaghisce dove piu m'incende:
     ne Natura puo star contra'l costume.
     Or movi, non smarrir l'altre compagne,
     che non pur sotto bende
     alberga Amor, per cui si ride et piagne.



     Verdi panni, sanguigni, oscuri o persi
     non vesti donna unquancho
     ne d'or capelli in bionda treccia attorse,
     si bella com'e questa che mi spoglia
     d'arbitrio, et dal camin de libertade
     seco mi tira, si ch'io non sostegno
     alcun giogo men grave.
     Et se pur s'arma talor a dolersi
     l'anima a cui vien mancho
     consiglio, ove 'l martir l'adduce in forse,
     rappella lei da la sfrenata voglia
     subita vista, che del cor mi rade
     ogni delira impresa, et ogni sdegno
     fa 'l veder lei soave.
     Di quanto per Amor gia mai soffersi,
     et aggio a soffrir ancho,
     fin che mi sani 'l cor colei che 'l morse,
     rubella di merce, che pur l'envoglia,
     vendetta fia, sol che contra Humiltade
     Orgoglio et Ira il bel passo ond'io vegno
     non chiuda et non inchiave.
     Ma l'ora e 'l giorno ch'io le luci apersi
     nel bel nero et nel biancho
     che mi scacciar di la dove Amor corse,
     novella d'esta vita che m' addoglia
     furon radice, et quella in cui l'etade
     nostra si mira, la qual piombo o legno
     vedendo e chi non pave.
     Lagrima dunque che da gli occhi versi
     per quelle, che nel mancho
     lato mi bagna chi primier s'accorse,
     quadrella, dal voler mio non mi svoglia,
     che 'n giusta parte la sententia cade:
     per lei sospira l'alma, et ella e degno
     che le sue piaghe lave.
     Da me son fatti i miei pensier' diversi:
     tal gia, qual io mi stancho,
     l'amata spada in se stessa contorse;
     ne quella prego che pero mi scioglia,
     che men son dritte al ciel tutt'altre strade
     et non s'aspira al glorioso regno
     certo in piu salda nave.
     Benigne stelle che compagne fersi
     al fortunato fianco
     quando 'l bel parto giu nel mondo scorse!
     ch'e stella in terra, et come in lauro foglia
     conserva verde il pregio d'onestade,
     ove non spira folgore, ne indegno
     vento mai che l'aggrave.
     So io ben ch'a voler chiuder in versi
     suo laudi, fora stancho
     chi piu degna la mano a scriver porse:
     qual cella e di memoria in cui s'accoglia
     quanta vede vertu, quanta beltade,
     chi gli occhi mira d'ogni valor segno,
     dolce del mio cor chiave?
     Quando il sol gira, Amor piu caro pegno,
     donna, di voi non ave.



     Giovene donna sotto un verde lauro
     vidi piu biancha et piu fredda che neve
     non percossa dal sol molti et molt'anni;
     e 'l suo parlare, e 'l bel viso, et le chiome
     mi piacquen si ch'i' l'o dinanzi agli occhi,
     ed avro sempre, ov'io sia, in poggio o 'n riva.
     Allor saranno i miei pensier a riva
     che foglia verde non si trovi in lauro;
     quando avro queto il core, asciutti gli occhi,
     vedrem ghiacciare il foco, arder la neve:
     non o tanti capelli in queste chiome
     quanti vorrei quel giorno attender anni.
     Ma perche vola il tempo, et fuggon gli anni,
     si ch'a la morte in un punto s'arriva,
     o colle brune o colle bianche chiome,
     seguiro l'ombra di quel dolce lauro
     per lo piu ardente sole et per la neve,
     fin che l'ultimo di chiuda quest'occhi.
     Non fur gia mai veduti si begli occhi
     o ne la nostra etade o ne' prim'anni,
     che mi struggon cosi come 'l sol neve;
     onde procede lagrimosa riva
     ch'Amor conduce a pie' del duro lauro
     ch'a i rami di diamante, et d'or le chiome.
     I' temo di cangiar pria volto et chiome
     che con vera pieta mi mostri gli occhi
     l'idolo mio, scolpito in vivo lauro:
     che s'al contar non erro, oggi a sett'anni
     che sospirando vo di riva in riva
     la notte e 'l giorno, al caldo ed a la neve.
     Dentro pur foco, et for candida neve,
     sol con questi pensier', con altre chiome,
     sempre piangendo andro per ogni riva,
     per far forse pieta venir negli occhi
     di tal che nascera dopo mill'anni,
     se tanto viver po ben colto lauro.
     L'auro e i topacii al sol sopra la neve
     vincon le bionde chiome presso agli occhi
     che menan gli anni miei si tosto a riva.



     Questa anima gentil che si diparte,
     anzi tempo chiamata a l'altra vita,
     se lassuso e quanto esser de gradita,
     terra del ciel la piu beata parte.
     S'ella riman fra 'l terzo lume et Marte,
     fia la vista del sole scolorita,
     poi ch'a mirar sua bellezza infinita
     l'anime degne intorno a lei fien sparte.
     Se si posasse sotto al quarto nido,
     ciascuna de le tre saria men bella,
     et essa sola avria la fama e 'l grido;
     nel quinto giro non habitrebbe ella;
     ma se vola piu alto, assai mi fido
     che con Giove sia vinta ogni altra stella.



     Quanto piu m'avicino al giorno extremo
     che l'umana miseria suol far breve,
     piu veggio il tempo andar veloce et leve,
     e 'l mio di lui sperar fallace et scemo.
     I' dico a' miei pensier': Non molto andremo
     d'amor parlando omai, che 'l duro et greve
     terreno incarco come frescha neve
     si va struggendo; onde noi pace avremo:
     perche co llui cadra quella speranza
     che ne fe' vaneggiar si lungamente,
     e 'l riso e 'l pianto, et la paura et l'ira;
     si vedrem chiaro poi come sovente
     per le cose dubbiose altri s'avanza,
     et come spesso indarno si sospira.



     Gia fiammeggiava l'amorosa stella
     per l'oriente, et l'altra che Giunone
     suol far gelosa nel septentrione,
     rotava i raggi suoi lucente et bella;
     levata era a filar la vecchiarella,
     discinta et scalza, et desto avea 'l carbone,
     et gli amanti pungea quella stagione
     che per usanza a lagrimar gli appella:
     quando mia speme gia condutta al verde
     giunse nel cor, non per l'usata via,
     che 'l sonno tenea chiusa, e 'l dolor molle;
     quanto cangiata, oime, da quel di pria!
     Et parea dir: Perche tuo valor perde?
     Veder quest'occhi anchor non ti si tolle.



     Apollo, s'anchor vive il bel desio
     che t'infiammava a le thesaliche onde,
     et se non ai l'amate chiome bionde,
     volgendo gli anni, gia poste in oblio:
     dal pigro gielo et dal tempo aspro et rio,
     che dura quanto 'l tuo viso s'asconde,
     difendi or l'onorata et sacra fronde,
     ove tu prima, et poi fu' invescato io;
     et per vertu de l'amorosa speme,
     che ti sostenne ne la vita acerba,
     di queste impression l'aere disgombra;
     si vedrem poi per meraviglia inseme
     seder la donna nostra sopra l'erba,
     et far de le sue braccia a se stessa ombra.



     Solo et pensoso i piu d eserti campi
     vo mesurando a passi tardi et lenti,
     et gli occhi porto per fuggire intenti
     ove vestigio human l'arena stampi.
     Altro schermo non trovo che mi scampi
     dal manifesto accorger de le genti,
     perche negli atti d'alegrezza spenti
     di fuor si legge com'io dentro avampi:
     si ch'io mi credo omai che monti et piagge
     et fiumi et selve sappian di che tempre
     sia la mia vita, ch'e celata altrui.
     Ma pur si aspre vie ne si selvagge
     cercar non so ch'Amor non venga sempre
     ragionando con meco, et io co llui.



     S'io credesse per morte essere scarco
     del pensiero amoroso che m'atterra,
     colle mie mani avrei gia posto in terra
     queste mie membra noiose, et quello incarco;
     ma perch'io temo che sarrebbe un varco
     di pianto in pianto, et d'una in altra guerra,
     di qua dal passo anchor che mi si serra
     mezzo rimango, lasso, et mezzo il varco.
     Tempo ben fora omai d'avere spinto
     l'ultimo stral la dispietata corda
     ne l'altrui sangue gia bagnato et tinto;
     et io ne prego Amore, et quella sorda
     che mi lasso de' suoi color' depinto,
     et di chiamarmi a se non le ricorda.



     Si e debile il filo a cui s'attene
     la gravosa mia vita
     che, s'altri non l'aita,
     ella fia tosto di suo corso a riva;
     pero che dopo l'empia dipartita
     che dal dolce mio bene
     feci, sol una spene
     e stato infin a qui cagion ch'io viva,
     dicendo: Perche priva
     sia de l'amata vista,
     mantienti, anima trista;
     che sai s'a miglior tempo ancho ritorni
     et a piu lieti giorni,
     o se 'l perduto ben mai si racquista?
     Questa speranza mi sostenne un tempo:
     or vien mancando, et troppo in lei m'attempo.
     Il tempo passa, et l'ore son si pronte
     a fornire il viaggio,
     ch'assai spacio non aggio
     pur a pensar com'io corro a la morte:
     a pena spunta in oriente un raggio
     di sol, ch'a l'altro monte
     de l'adverso orizonte
     giunto il vedrai per vie lunghe et distorte.
     Le vite son si corte,
     si gravi i corpi et frali
     degli uomini mortali,
     che quando io mi ritrovo dal bel viso
     cotanto esser diviso,
     col desio non possendo mover l'ali,
     poco m'avanza del conforto usato,
     ne so quant'io mi viva in questo stato.
     Ogni loco m'atrista ov'io non veggio
     quei begli occhi soavi
     che portaron le chiavi
     de' miei dolci pensier', mentre a Dio piacque;
     et perche 'l duro exilio piu m'aggravi,
     s'io dormo o vado o seggio,
     altro gia mai non cheggio,
     et cio ch'i' vidi dopo lor mi spiacque.
     Quante montagne et acque,
     quanto mar, quanti fiumi
     m'ascondon que' duo lumi,
     che quasi un bel sereno a mezzo 'l die
     fer le tenebre mie,
     a cio che 'l rimembrar piu mi consumi,
     et quanto era mia vita allor gioiosa
     m'insegni la presente aspra et noiosa!
     Lasso, se ragionando si rinfresca
     quel' ardente desio
     che nacque il giorno ch'io
     lassai di me la miglior parte a dietro,
     et s'Amor se ne va per lungo oblio,
     chi mi conduce a l'esca,
     onde 'l mio dolor cresca?
     Et perche pria tacendo non m'impetro?
     Certo cristallo o vetro
     non mostro mai di fore
     nascosto altro colore,
     che l'alma sconsolata assai non mostri
     piu chiari i pensier' nostri,
     et la fera dolcezza ch'e nel core,
     per gli occhi che di sempre pianger vaghi
     cercan di et nocte pur chi glien'appaghi.
     Novo piacer che ne gli umani ingegni
     spesse volte si trova,
     d'amar qual cosa nova
     piu folta schiera di sospiri accoglia!
     Et io son un di quei che 'l pianger giova;
     et par ben ch'io m'ingegni
     che di lagrime pregni
     sien gli occhi miei si come 'l cor di doglia;
     et perche a ccio m'invoglia
     ragionar de' begli occhi,
     ne cosa e che mi tocchi
     o sentir mi si faccia cosi a dentro,
     corro spesso, et rientro,
     cola donde piu largo il duol trabocchi,
     et sien col cor punite ambe le luci,
     ch'a la strada d'Amor mi furon duci.
     Le treccie d'or che devrien fare il sole
     d'invidia molta ir pieno,
     e 'l bel guardo sereno,
     ove i raggi d'Amor si caldi sono
     che mi fanno anzi tempo venir meno,
     et l'accorte parole,
     rade nel mondo o sole,
     che mi fer gia di se cortese dono,
     mi son tolte; et perdono
     piu lieve ogni altra offesa,
     che l'essermi contesa
     quella benigna angelica salute
     che 'l mio cor a vertute
     destar solea con una voglia accesa:
     tal ch'io non penso udir cosa gia mai
     che mi conforte ad altro ch'a trar guai.
     Et per pianger anchor con piu diletto,
     le man' bianche sottili
     et le braccia gentili,
     et gli atti suoi soavemente alteri,
     e i dolci sdegni alteramente humili,
     e 'l bel giovenil petto,
     torre d'alto intellecto,
     mi celan questi luoghi alpestri et feri;
     et non so s'io mi speri
     vederla anzi ch'io mora:
     pero ch'ad ora ad ora
     s'erge la speme, et poi non sa star ferma,
     ma ricadendo afferma
     di mai non veder lei che 'l ciel honora,
     ov'alberga Honestade et Cortesia,
     et dov'io prego che 'l mio albergo sia.
     Canzon, s'al dolce loco
     la donna nostra vedi,
     credo ben che tu credi
     ch'ella ti porgera la bella mano,
     ond'io son si lontano.
     Non la toccar; ma reverente ai piedi
     le di' ch'io saro la tosto ch'io possa,
     o spirto ignudo od uom di carne et d'ossa.



     Orso, e' non furon mai fiumi ne stagni,
     ne mare, ov'ogni rivo si disgombra,
     ne di muro o di poggio o di ramo ombra,
     ne nebbia che 'l ciel copra e 'l mondo bagni,
     ne altro impedimento, ond'io mi lagni,
     qualunque piu l'umana vista ingombra,
     quanto d'un vel che due begli occhi adombra,
     et par che dica: Or ti consuma et piagni.
     Et quel lor inchinar ch'ogni mia gioia
     spegne o per humiltate o per argoglio,
     cagion sara che 'nanzi tempo i' moia.
     Et d'una bianca mano ancho mi doglio,
     ch'e stata sempre accorta a farmi noia,
     et contra gli occhi miei s'e fatta scoglio.



     Io temo si de' begli occhi l'assalto
     ne' quali Amore et la mia morte alberga,
     ch'i' fuggo lor come fanciul la verga,
     et gran tempo e ch'i' presi il primier salto.
     Da ora inanzi faticoso od alto
     loco non fia, dove 'l voler non s'erga
     per no scontrar chi miei sensi disperga
     lassando come suol me freddo smalto.
     Dunque s'a veder voi tardo mi volsi
     per non ravvicinarmi a chi mi strugge,
     fallir forse non fu di scusa indegno.
     Piu dico, che 'l tornare a quel ch'uom fugge,
     e 'l cor che di paura tanta sciolsi,
     fur de la mia fede non leggier pegno.



     S'Amore o Morte non da qualche stroppio
     a la tela novella ch'ora ordisco,
     et s'io mi svolvo dal tenace visco,
     mentre che l'un coll'altro vero accoppio,
     i' faro forse un mio lavor si doppio
     tra lo stil de' moderni e 'l sermon prisco,
     che, paventosamente a dirlo ardisco,
     infin a Roma n'udirai lo scoppio.
     Ma pero che mi mancha a fornir l'opra
     alquanto de le fila benedette
     ch'avanzaro a quel mio dilecto padre,
     perche tien' verso me le man' si strette,
     contra tua usanza? I' prego che tu l'opra,
     e vedrai riuscir cose leggiadre.



     Quando dal proprio sito si rimove
     l'arbor ch'amo gia Phebo in corpo humano,
     sospira et suda a l'opera Vulcano,
     per rinfrescar l'aspre saette a Giove:
     il qual or tona, or nevicha et or piove,
     senza honorar piu Cesare che Giano;
     la terra piange, e 'l sol ci sta lontano,
     che la sua cara amica ved'altrove.
     Allor riprende ardir Saturno et Marte,
     crudeli stelle, et Orione armato
     spezza a' tristi nocchier' governi et sarte;
     Eolo a Neptuno et a Giunon turbato
     fa sentire, et a noi, come si parte
     il bel viso dagli angeli aspectato.



     Ma poi che 'l dolce riso humile et piano
     piu non asconde sue bellezze nove,
     le braccia a la fucina indarno move
     l'antiquissimo fabbro ciciliano,
     ch'a Giove tolte son l'arme di mano
     temprate in Mongibello a tutte prove,
     et sua sorella par che si rinove
     nel bel guardo d'Apollo a mano a mano.
     Del lito occidental si move un fiato,
     che fa securo il navigar senza arte,
     et desta i fior' tra l'erba in ciascun prato.
     Stelle noiose fuggon d'ogni parte,
     disperse dal bel viso inamorato,
     per cui lagrime molte son gia sparte.



     Il figliuol di Latona avea gia nove
     volte guardato dal balcon sovrano,
     per quella ch'alcun tempo mosse invano
     i suoi sospiri, et or gli altrui commove.
     Poi che cercando stanco non seppe ove
     s'albergasse, da presso o di lontano,
     mostrossi a noi qual huom per doglia insano,
     che molto amata cosa non ritrove.
     Et cosi tristo standosi in disparte,
     tornar non vide il viso, che laudato
     sara s'io vivo in piu di mille carte;
     et pieta lui medesmo avea cangiato,
     si che' begli occhi lagrimavan parte:
     pero l'aere ritenne il primo stato.



     Que'che 'n Tesaglia ebbe le man' si pronte
     a farla del civil sangue vermiglia,
     pianse morto il marito di sua figlia,
     raffigurato a le fatezze conte;
     e 'l pastor ch'a Golia ruppe la fronte,
     pianse la ribellante sua famiglia,
     et sopra 'l buon Saul cangio le ciglia,
     ond'assai puo dolersi il fiero monte.
     Ma voi che mai pieta non discolora,
     et ch'avete gli schermi sempre accorti
     contra l'arco d'Amor che 'ndarno tira,
     mi vedete straziare a mille morti:
     ne lagrima pero discese anchora
     da' be' vostr'occhi, ma disdegno et ira.



     Il mio adversario in cui veder solete
     gli occhi vostri ch'Amore e 'l ciel honora,
     colle non sue bellezze v'innamora
     piu che 'n guisa mortal soavi et liete.
     Per consiglio di lui, donna, m'avete
     scacciato del mio dolce albergo fora:
     misero exilio, avegna ch'i' non fora
     d'abitar degno ove voi sola siete.
     Ma s'io v'era con saldi chiovi fisso,
     non devea specchio farvi per mio danno,
     a voi stessa piacendo, aspra et superba.
     Certo, se vi rimembra di Narcisso,
     questo et quel corso ad un termino vanno,
     benche di si bel fior sia indegna l'erba.



     L'oro et le perle e i fior' vermigli e i bianchi,
     che 'l verno devria far languidi et secchi,
     son per me acerbi et velenosi stecchi,
     ch'io provo per lo petto et per li fianchi.
     Pero i di miei fien lagrimosi et manchi,
     che gran duol rade volte aven che 'nvecchi:
     ma piu ne colpo i micidiali specchi,
     che 'n vagheggiar voi stessa avete stanchi.
     Questi poser silentio al signor mio,
     che per me vi pregava, ond'ei si tacque,
     veggendo in voi finir vostro desio;
     questi fuor fabbricati sopra l'acque
     d'abisso, et tinti ne l'eterno oblio,
     onde 'l principio de mia morte nacque.



     Io sentia dentr'al cor gia venir meno
     gli spirti che da voi ricevon vita;
     et perche naturalmente s'aita
     contra la morte ogni animal terreno,
     largai 'l desio, ch'i teng'or molto a freno,
     et misil per la via quasi smarrita:
     pero che di et notte indi m'invita,
     et io contra sua voglia altronde 'l meno.
     Et mi condusse, vergognoso et tardo,
     a riveder gli occhi leggiadri, ond'io
     per non esser lor grave assai mi guardo.
     Vivrommi un tempo omai, ch'al viver mio
     tanta virtute a sol un vostro sguardo;
     et poi morro, s'io non credo al desio.



     Se mai foco per foco non si spense,
     ne fiume fu gia mai secco per pioggia,
     ma sempre l'un per l'altro simil poggia,
     et spesso l'un contrario l'altro accense,
     Amor, tu che' pensier' nostri dispense,
     al qual un'alma in duo corpi s'appoggia,
     perche fai in lei con disusata foggia
     men per molto voler le voglie intense?
     Forse si come 'l Nil d'alto caggendo
     col gran suono i vicin' d'intorno assorda,
     e 'l sole abbaglia chi ben fiso 'l guarda,
     cosi 'l desio che seco non s'accorda,
     ne lo sfrenato obiecto vien perdendo,
     et per troppo spronar la fuga e tarda.



     Perch'io t'abbia guardato di menzogna
     a mio podere et honorato assai,
     ingrata lingua, gia pero non m'ai
     renduto honor, ma facto ira et vergogna:
     che quando piu 'l tuo aiuto mi bisogna
     per dimandar mercede, allor ti stai
     sempre piu fredda, et se parole fai,
     son imperfecte, et quasi d'uom che sogna.
     Lagrime triste, et voi tutte le notti
     m'accompagnate, ov'io vorrei star solo,
     poi fuggite dinanzi a la mia pace;
     et voi si pronti a darmi angoscia et duolo,
     sospiri, allor traete lenti et rotti:
     sola la vista mia del cor non tace.



     Ne la stagion che 'l ciel rapido inchina
     verso occidente, et che 'l di nostro vola
     a gente che di la forse l'aspetta,
     veggendosi in lontan paese sola,
     la stancha vecchiarella pellegrina
     raddoppia i passi, et piu et piu s'affretta;
     et poi cosi soletta
     al fin di sua giornata
     talora e consolata
     d'alcun breve riposo, ov'ella oblia
     la noia e 'l mal de la passata via.
     Ma, lasso, ogni dolor che 'l di m'adduce
     cresce qualor s'invia
     per partirsi da noi l'eterna luce.
     Come 'l sol volge le 'nfiammate rote
     per dar luogo a la notte, onde discende
     dagli altissimi monti maggior l'ombra,
     l'avaro zappador l'arme riprende,
     et con parole et con alpestri note
     ogni gravezza del suo petto sgombra;
     et poi la mensa ingombra
     di povere vivande,
     simili a quelle ghiande,
     le qua' fuggendo tutto 'l mondo honora.
     Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora,
     ch'i' pur non ebbi anchor, non diro lieta,
     ma riposata un'hora,
     ne per volger di ciel ne di pianeta.
     Quando vede 'l pastor calare i raggi
     del gran pianeta al nido ov'egli alberga,
     e 'nbrunir le contrade d'oriente,
     drizzasi in piedi, et co l'usata verga,
     lassando l'erba et le fontane e i faggi,
     move la schiera sua soavemente;
     poi lontan da la gente
     o casetta o spelunca
     di verdi frondi ingiuncha:
     ivi senza pensier' s'adagia et dorme.
     Ahi crudo Amor, ma tu allor piu mi 'nforme
     a seguir d'una fera che mi strugge,
     la voce e i passi et l'orme,
     et lei non stringi che s'appiatta et fugge.
     E i naviganti in qualche chiusa valle
     gettan le menbra, poi che 'l sol s'asconde,
     sul duro legno, et sotto a l'aspre gonne.
     Ma io, perche s'attuffi in mezzo l'onde,
     et lasci Hispagna dietro a le sue spalle,
     et Granata et Marroccho et le Colonne,
     et gli uomini et le donne
     e 'l mondo et gli animali
     aquetino i lor mali,
     fine non pongo al mio obstinato affanno;
     et duolmi ch'ogni giorno arroge al danno,
     ch'i' son gia pur crescendo in questa voglia
     ben presso al decim'anno,
     ne poss'indovinar chi me ne scioglia.
     Et perche un poco nel parlar mi sfogo,
     veggio la sera i buoi tornare sciolti
     da le campagne et da' solcati colli:
     i miei sospiri a me perche non tolti
     quando che sia? perche no 'l grave giogo?
     perche di et notte gli occhi miei son molli?
     Misero me, che volli
     quando primier si fiso
     gli tenni nel bel viso
     per iscolpirlo imaginando in parte
     onde mai ne per forza ne per arte
     mosso sara, fin ch'i' sia dato in preda
     a chi tutto diparte!
     Ne so ben ancho che di lei mi creda.
     Canzon, se l'esser meco
     dal matino a la sera
     t'a fatto di mia schiera,
     tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
     et d'altrui loda curerai si poco,
     ch'assai ti fia pensar di poggio in poggio
     come m'a concio 'l foco
     di questa viva petra, ov'io m'appoggio.



     Poco era ad appressarsi agli occhi miei
     la luce che da lunge gli abbarbaglia,
     che, come vide lei cangiar Thesaglia,
     cosi cangiato ogni mia forma avrei.
     Et s'io non posso transformarmi in lei
     piu ch'i' mi sia (non ch'a merce mi vaglia),
     di qual petra piu rigida si 'ntaglia
     pensoso ne la vista oggi sarei,
     o di diamante, o d'un bel marmo biancho,
     per la paura forse, o d'un diaspro,
     pregiato poi dal vulgo avaro et scioccho;
     et sarei fuor del grave giogo et aspro,
     per cui i' o invidia di quel vecchio stancho
     che fa con le sue spalle ombra a Marroccho.



     Non al suo amante piu Diana piacque,
     quando per tal ventura tutta ignuda
     la vide in mezzo de le gelide acque,
     ch'a me la pastorella alpestra et cruda
     posta a bagnar un leggiadretto velo,
     ch'a l'aura il vago et biondo capel chiuda,
     tal che mi fece, or quand'egli arde 'l cielo,
     tutto tremar d'un amoroso gielo.



     Spirto gentil, che quelle membra reggi
     dentro le qua' peregrinando alberga
     un signor valoroso, accorto et saggio,
     poi che se' giunto a l'onorata verga
     colla qual Roma et i suoi erranti correggi,
     et la richiami al suo antiquo viaggio,
     io parlo a te, pero ch'altrove un raggio
     non veggio di vertu, ch'al mondo e spenta,
     ne trovo chi di mal far si vergogni.
     Che s'aspetti non so, ne che s'agogni,
     Italia, che suoi guai non par che senta:
     vecchia, otiosa et lenta,
     dormira sempre, et non fia chi la svegli?
     Le man' l'avess'io avolto entro' capegli.
     Non spero che gia mai dal pigro sonno
     mova la testa per chiamar ch'uom faccia,
     si gravemente e oppressa et di tal soma;
     ma non senza destino a le tue braccia,
     che scuoter forte et sollevarla ponno,
     e or commesso il nostro capo Roma.
     Pon' man in quella venerabil chioma
     securamente, et ne le treccie sparte,
     si che la neghittosa esca del fango.
     I' che di et notte del suo strazio piango,
     di mia speranza o in te la maggior parte:
     che se 'l popol di Marte
     devesse al proprio honore alzar mai gli occhi,
     parmi pur ch'a' tuoi di la gratia tocchi.
     L'antiche mura ch'anchor teme et ama
     et trema 'l mondo, quando si rimembra
     del tempo andato e 'n dietro si rivolve,
     e i sassi dove fur chiuse le membra
     di ta' che non saranno senza fama,
     se l'universo pria non si dissolve,
     et tutto quel ch'una ruina involve,
     per te spera saldar ogni suo vitio.
     O grandi Scipioni, o fedel Bruto,
     quanto v'aggrada, s'egli e anchor venuto
     romor la giu del ben locato officio!
     Come cre' che Fabritio
     si faccia lieto, udendo la novella!
     Et dice: Roma mia sara anchor bella.
     Et se cosa di qua nel ciel si cura,
     l'anime che lassu son citadine,
     et anno i corpi abandonati in terra,
     del lungo odio civil ti pregan fine,
     per cui la gente ben non s'assecura,
     onde 'l camin a' lor tecti si serra:
     che fur gia si devoti, et ora in guerra
     quasi spelunca di ladron' son fatti,
     tal ch'a' buon' solamente uscio si chiude,
     et tra gli altari et tra le statue ignude
     ogni impresa crudel par che se tratti.
     Deh quanto diversi atti!
     Ne senza squille s'incommincia assalto,
     che per Dio ringraciar fur poste in alto.
     Le donne lagrimose, e 'l vulgo inerme
     de la tenera etate, e i vecchi stanchi
     ch'anno se in odio et la soverchia vita,
     e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,
     coll'altre schiere travagliate e 'nferme,
     gridan: O signor nostro, aita, aita.
     Et la povera gente sbigottita
     ti scopre le sue piaghe a mille a mille,
     ch'Anibale, non ch'altri, farian pio.
     Et se ben guardi a la magion di Dio
     ch'arde oggi tutta, assai poche faville
     spegnendo, fien tranquille
     le voglie, che si mostran si 'nfiammate,
     onde fien l'opre tue nel ciel laudate.
     Orsi, lupi, leoni, aquile et serpi
     ad una gran marmorea colomna
     fanno noia sovente, et a se danno.
     Di costor piange quella gentil donna
     che t'a chiamato a cio che di lei sterpi
     le male piante, che fiorir non sanno.
     Passato e gia piu che 'l millesimo anno
     che 'n lei mancar quell'anime leggiadre
     che locata l'avean la dov'ell'era.
     Ahi nova gente oltra misura altera,
     irreverente a tanta et a tal madre!
     Tu marito, tu padre:
     ogni soccorso di tua man s'attende,
     che 'l maggior padre ad altr'opera intende.
     Rade volte adiven ch'a l'alte imprese
     fortuna ingiuriosa non contrasti,
     ch'agli animosi fatti mal s'accorda.
     Ora sgombrando 'l passo onde tu intrasti,
     famisi perdonar molt'altre offese,
     ch'almen qui da se stessa si discorda:
     pero che, quanto 'l mondo si ricorda,
     ad huom mortal non fu aperta la via
     per farsi, come a te, di fama eterno,
     che puoi drizzar, s'i' non falso discerno,
     in stato la piu nobil monarchia.
     Quanta gloria ti fia
     dir: Gli altri l'aitar giovene et forte;
     questi in vecchiezza la scampo da morte.
     Sopra 'l monte Tarpeio, canzon, vedrai
     un cavalier, ch'Italia tutta honora,
     pensoso piu d'altrui che di se stesso.
     Digli: Un che non ti vide anchor da presso,
     se non come per fama huom s'innamora,
     dice che Roma ognora
     con gli occhi di dolor bagnati et molli
     ti chier merce da tutti sette i colli.



     Perch'al viso d'Amor portava insegna,
     mosse una pellegrina il mio cor vano,
     ch'ogni altra mi parea d'onor men degna.
     Et lei seguendo su per l'erbe verdi,
     udi' dir alta voce di lontano:
     Ahi, quanti passi per la selva perdi!
     Allor mi strinsi a l'ombra d'un bel faggio,
     tutto pensoso; et rimirando intorno,
     vidi assai periglioso il mio viaggio;
     et tornai indietro quasi a mezzo 'l giorno.



     Quel foco ch'i' pensai che fosse spento
     dal freddo tempo et da l'eta men fresca,
     fiamma et martir ne l'anima rinfresca.
     Non fur mai tutte spente, a quel ch'i' veggio,
     ma ricoperte alquanto le faville,
     et temo no 'l secondo error sia peggio.
     Per lagrime ch'i' spargo a mille a mille
     conven che 'l duol per gli occhi si distille
     dal cor, ch'a seco le faville et l'esca:
     non pur qual fu, ma pare a me che cresca.
     Qual foco non avrian gia spento et morto
     l'onde che gli occhi tristi versan sempre?
     Amor, avegna mi sia tardi accorto,
     vol che tra duo contrari mi distempre;
     et tende lacci in si diverse tempre,
     che quand'o piu speranza che 'l cor n'esca,
     allor piu nel bel viso mi rinvesca.



     Se col cieco desir che 'l cor distrugge
     contando l'ore no m'inganno io stesso,
     ora mentre ch'io parlo il tempo fugge
     ch'a me fu inseme et a merce promesso.
     Qual ombra e si crudel che 'l seme adugge,
     ch'al disiato frutto era si presso?
     et dentro dal mio ovil qual fera rugge?
     tra la spiga et la man qual muro e messo?
     Lasso, nol so; ma si conosco io bene
     che per far piu dogliosa la mia vita
     amor m'addusse in si gioiosa spene.
     Et or di quel ch'i' o lecto mi sovene,
     che 'nanzi al di de l'ultima partita
     huom beato chiamar non si convene.



     Mie venture al venir son tarde et pigre,
     la speme incerta, e 'l desir monta et cresce,
     onde e 'l lassare et l'aspectar m'incresce;
     et poi al partir son piu levi che tigre.
     Lasso, le nevi fien tepide et nigre,
     e 'l mar senz'onda, et per l'alpe ogni pesce,
     et corcherassi il sol la oltre ond'esce
     d'un medesimo fonte Eufrate et Tigre,
     prima ch'i' trovi in cio pace ne triegua,
     o Amore o madonna altr'uso impari,
     che m'anno congiurato a torto incontra.
     Et s'i' o alcun dolce, e dopo tanti amari,
     che per disdegno il gusto si dilegua:
     altro mai di lor gratie non m'incontra.



     La guancia che fu gia piangendo stancha
     riposate su l'un, signor mio caro,
     et siate ormai di voi stesso piu avaro
     a quel crudel che ' suoi seguaci imbiancha.
     Coll'altro richiudete da man mancha
     la strada a' messi suoi ch'indi passaro,
     mostrandovi un d'agosto et di genaro,
     perch'a la lunga via tempo ne mancha.
     E col terzo bevete un suco d'erba
     che purghe ogni pensier che 'l cor afflige,
     dolce a la fine, et nel principio acerba.
     Me riponete ove 'l piacer si serba,
     tal ch'i' non tema del nocchier di Stige,
     se la preghiera mia non e superba.



     Perche quel che mi trasse ad amar prima,
     altrui colpa mi toglia,
     del mio fermo voler gia non mi svoglia.
     Tra le chiome de l'or nascose il laccio,
     al qual mi strinse, Amore;
     et da' begli occhi mosse il freddo ghiaccio,
     che mi passo nel core,
     con la vertu d'un subito splendore,
     che d'ogni altra sua voglia
     sol rimembrando anchor l'anima spoglia.
     Tolta m'e poi di que' biondi capelli,
     lasso, la dolce vista;
     e 'l volger de' duo lumi honesti et belli
     col suo fuggir m'atrista;
     ma perche ben morendo honor s'acquista,
     per morte ne per doglia
     non vo' che da tal nodo Amor mi scioglia.



     L'arbor gentil che forte amai molt'anni,
     mentre i bei rami non m'ebber a sdegno
     fiorir faceva il mio debile ingegno
     e la sua ombra, et crescer negli affanni.
     Poi che, securo me di tali inganni,
     fece di dolce se spietato legno,
     i' rivolsi i pensier' tutti ad un segno,
     che parlan sempre de' lor tristi danni.
     Che pora dir chi per amor sospira,
     s'altra speranza le mie rime nove
     gli avessir data, et per costei la perde?
     Ne poeta ne colga mai, ne Giove
     la privilegi, et al Sol venga in ira,
     tal che si secchi ogni sua foglia verde.



     Benedetto sia 'l giorno, et 'l mese, et l'anno,
     et la stagione, e 'l tempo, et l'ora, e 'l punto,
     e 'l bel paese, e 'l loco ov'io fui giunto
     da'duo begli occhi che legato m'anno;
     et benedetto il primo dolce affanno
     ch'i' ebbi ad esser con Amor congiunto,
     et l'arco, et le saette ond'i' fui punto,
     et le piaghe che 'nfin al cor mi vanno.
     Benedette le voci tante ch'io
     chiamando il nome de mia donna o sparte,
     e i sospiri, et le lagrime, e 'l desio;
     et benedette sian tutte le carte
     ov'io fama l'acquisto, e 'l pensier mio,
     ch'e sol di lei, si ch'altra non v'a parte.



     Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
     dopo le notti vaneggiando spese,
     con quel fero desio ch'al cor s'accese,
     mirando gli atti per mio mal si adorni,
     piacciati omai col Tuo lume ch'io torni
     ad altra vita et a piu belle imprese,
     si ch'avendo le reti indarno tese,
     il mio duro adversario se ne scorni.
     Or volge, Signor mio, l'undecimo anno
     ch'i' fui sommesso al dispietato giogo
     che sopra i piu soggetti e piu feroce.
     Miserere del mio non degno affanno;
     reduci i pensier' vaghi a miglior luogo;
     ramenta lor come oggi fusti in croce.



     Volgendo gli occhi al mio novo colore
     che fa di morte rimembrar la gente,
     pieta vi mosse; onde, benignamente
     salutando, teneste in vita il core.
     La fraile vita, ch'ancor meco alberga,
     fu de' begli occhi vostri aperto dono,
     et de la voce angelica soave.
     Da lor conosco l'esser ov'io sono:
     che, come suol pigro animal per verga,
     cosi destaro in me l'anima grave.
     Del mio cor, donna, l'una et l'altra chiave
     avete in mano; et di cio son contento,
     presto di navigare a ciascun vento,
     ch'ogni cosa da voi m'e dolce honore.



     Se voi poteste per turbati segni,
     per chinar gli occhi, o per piegar la testa,
     o per esser piu d'altra al fuggir presta,
     torcendo 'l viso a' preghi honesti et degni,
     uscir gia mai, over per altri ingegni,
     del petto ove dal primo lauro innesta
     Amor piu rami, i' direi ben che questa
     fosse giusta cagione a' vostri sdegni:
     che gentil pianta in arido terreno
     par che si disconvenga, et pero lieta
     naturalmente quindi si diparte;
     ma poi vostro destino a voi pur vieta
     l'esser altrove, provedete almeno
     di non star sempre in odiosa parte.



     Lasso, che mal accorto fui da prima
     nel giorno ch'a ferir mi venne Amore,
     ch'a passo a passo e poi fatto signore
     de la mia vita, et posto in su la cima.
     Io non credea per forza di sua lima
     che punto di fermezza o di valore
     mancasse mai ne l'indurato core;
     ma cosi va, chi sopra 'l ver s'estima.
     Da ora inanzi ogni difesa e tarda,
     altra che di provar s'assai o poco
     questi preghi mortali Amore sguarda.
     Non prego gia, ne puote aver piu loco,
     che mesuratamente il mio cor arda,
     ma che sua parte abbia costei del foco.



     L'aere gravato, et l'importuna nebbia
     compressa intorno da rabbiosi venti
     tosto conven che si converta in pioggia;
     et gia son quasi di cristallo i fiumi,
     e 'n vece de l'erbetta per le valli
     non se ved'altro che pruine et ghiaccio.
     Et io nel cor via piu freddo che ghiaccio
     o di gravi pensier' tal una nebbia,
     qual si leva talor di queste valli,
     serrate incontra agli amorosi venti,
     et circundate di stagnanti fiumi,
     quando cade dal ciel piu lenta pioggia.
     In picciol tempo passa ogni gran pioggia,
     e 'l caldo fa sparir le nevi e 'l ghiaccio,
     di che vanno superbi in vista i fiumi;
     ne mai nascose il ciel si folta nebbia
     che sopragiunta dal furor d'i venti
     non fugisse dai poggi et da le valli.
     Ma, lasso, a me non val fiorir de valli,
     anzi piango al sereno et a la pioggia
     et a' gelati et a' soavi venti:
     ch'allor fia un di madonna senza 'l ghiaccio
     dentro, et di for senza l'usata nebbia,
     ch'i' vedro secco il mare, e' laghi, e i fiumi.
     Mentre ch'al mar descenderanno i fiumi
     et le fiere ameranno ombrose valli,
     fia dinanzi a' begli occhi quella nebbia
     che fa nascer d'i miei continua pioggia,
     et nel bel petto l'indurato ghiaccio
     che tra del mio si dolorosi venti.
     Ben debbo io perdonare a tutti venti,
     per amor d'un che 'n mezzo di duo fiumi
     mi chiuse tra 'l bel verde e 'l dolce ghiaccio,
     tal ch'i' depinsi poi per mille valli
     l'ombra ov'io fui, che ne calor ne pioggia
     ne suon curava di spezzata nebbia.
     Ma non fuggio gia mai nebbia per venti,
     come quel di, ne mai fiumi per pioggia,
     ne ghiaccio quando 'l sole apre le valli.



     Del mar Tirreno a la sinistra riva,
     dove rotte dal vento piangon l'onde,
     subito vidi quella altera fronde
     di cui conven che 'n tante carte scriva.
     Amor, che dentro a l'anima bolliva,
     per rimembranza de le treccie bionde
     mi spinse, onde in un rio che l'erba asconde
     caddi, non gia come persona viva.
     Solo ov'io era tra boschetti et colli
     vergogna ebbi di me, ch'al cor gentile
     basta ben tanto, et altro spron non volli.
     Piacemi almen d'aver cangiato stile
     da gli occhi a' pie', se del lor esser molli
     gli altri asciugasse un piu cortese aprile.



     L'aspetto sacro de la terra vostra
     mi fa del mal passato tragger guai,
     gridando: Sta' su, misero, che fai?;
     et la via de salir al ciel mi mostra.
     Ma con questo pensier un altro giostra,
     et dice a me: Perche fuggendo vai?
     se ti rimembra, il tempo passa omai
     di tornar a veder la donna nostra.
     I' che 'l suo ragionar intendo, allora
     m'agghiaccio dentro, in guisa d'uom ch'ascolta
     novella che di subito l'accora.
     Poi torna il primo, et questo da la volta:
     qual vincera, non so; ma 'nfino ad ora
     combattuto anno, et non pur una volta.



     Ben sapeva io che natural consiglio,
     Amor, contra di te gia mai non valse,
     tanti lacciuol', tante impromesse false,
     tanto provato avea 'l tuo fiero artiglio.
     Ma novamente, ond'io mi meraviglio
     (dirol, come persona a cui ne calse,
     e che 'l notai la sopra l'acque salse,
     tra la riva toscana et l'Elba et Giglio),
     i' fuggia le tue mani, et per camino,
     agitandom'i venti e 'l ciel et l'onde,
     m'andava sconosciuto et pellegrino:
     quando ecco i tuoi ministri, i' non so donde,
     per darmi a diveder ch'al suo destino
     mal chi contrasta, et mal chi si nasconde.



     Lasso me, ch'i' non so in qual parte pieghi
     la speme, ch'e tradita omai piu volte:
     che se non e chi con pieta m'ascolte,
     perche sparger al ciel si spessi preghi?
     Ma s'egli aven ch'anchor non mi si nieghi
     finir anzi 'l mio fine
     queste voci meschine,
     non gravi al mio signor perch'io il ripreghi
     di dir libero un di tra l'erba e i fiori:
     Drez et rayson es qu'ieu ciant e 'm demori.
     Ragione e ben ch'alcuna volta io canti,
     pero ch'o sospirato si gran tempo
     che mai non incomincio assai per tempo
     per adequar col riso i dolor' tanti.
     Et s'io potesse far ch'agli occhi santi
     porgesse alcun dilecto
     qualche dolce mio detto,
     o me beato sopra gli altri amanti!
     Ma piu quand'io diro senza mentire:
     Donna mi priegha, per ch'io voglio dire.
     Vaghi pensier' che cosi passo passo
     scorto m'avete a ragionar tant'alto,
     vedete che madonna a 'l cor di smalto,
     si forte ch'io per me dentro nol passo.
     Ella non degna di mirar si basso
     che di nostre parole
     curi, che 'l ciel non vole,
     al qual pur contrastando i' son gia lasso:
     onde, come nel cor m'induro e n'aspro,
     cosi nel mio parlar voglio esser aspro.
     Che parlo? o dove sono? e chi m'inganna,
     altri ch'io stesso e 'l desiar soverchio?
     Gia s'i'trascorro il ciel di cerchio in cerchio,
     nessun pianeta a pianger mi condanna.
     Se mortal velo il mio veder appanna,
     che colpa e de le stelle,
     o de le cose belle?
     Meco si sta chi di et notte m'affanna,
     poi che del suo piacer mi fe' gir grave
     la dolce vista e 'l bel guardo soave.
     Tutte le cose, di che 'l mondo e adorno
     uscir buone de man del mastro eterno;
     ma me, che cosi adentro non discerno,
     abbaglia il bel che mi si mostra intorno;
     et s'al vero splendor gia mai ritorno,
     l'occhio non po' star fermo,
     cosi l'a fatto infermo
     pur la sua propria colpa, et non quel giorno
     ch'i' volsi inver' l'angelica beltade
     nel dolce tempo de la prima etade.



     Perche la vita e breve,
     et l'ingegno paventa a l'alta impresa,
     ne di lui ne di lei molto mi fido;
     ma spero che sia intesa
     la dov'io bramo, et la dove esser deve,
     la doglia mia la qual tacendo i' grido.
     Occhi leggiadri dove Amor fa nido,
     a voi rivolgo il mio debile stile,
     pigro da se, ma 'l gran piacer lo sprona;
     et chi di voi ragiona
     tien dal soggetto un habito gentile,
     che con l'ale amorose
     levando il parte d'ogni pensier vile.
     Con queste alzato vengo a dir or cose
     ch'o portate nel cor gran tempo ascose.
     Non perch'io non m'aveggia
     quanto mia laude e 'ngiuriosa a voi:
     ma contrastar non posso al gran desio,
     lo quale e 'n me da poi
     ch'i' vidi quel che pensier non pareggia,
     non che l'avagli altrui parlar o mio.
     Principio del mio dolce stato rio,
     altri che voi so ben che non m'intende.
     Quando agli ardenti rai neve divegno,
     vostro gentile sdegno
     forse ch'allor mia indignitate offende.
     Oh, se questa temenza
     non temprasse l'arsura che m'incende,
     beato venir men! che 'n lor presenza
     m'e piu caro il morir che 'l viver senza.
     Dunque ch'i' non mi sfaccia,
     si frale obgetto a si possente foco,
     non e proprio valor che me ne scampi;
     ma la paura un poco,
     che 'l sangue vago per le vene agghiaccia,
     risalda 'l cor, perche piu tempo avampi.
     O poggi, o valli, o fiumi, o selve, o campi,
     o testimon' de la mia grave vita,
     quante volte m'udiste chiamar morte!
     Ahi dolorosa sorte
     lo star mi strugge, e 'l fuggir non m'aita.
     Ma se maggior paura
     non m'affrenasse, via corta et spedita
     trarrebbe a fin questa apra pena et dura;
     et la colpa e di tal che non a cura.
     Dolor perche mi meni
     fuor di camin a dir quel ch'i' non voglio?
     Sostien ch'io vada ove 'l piacer mi spigne.
     Gia di voi non mi doglio,
     occhi sopra 'l mortal corso sereni,
     ne di lui ch'a tal nodo mi distrigne.
     Vedete ben quanti color' depigne
     Amor sovente in mezzo del mio volto,
     et potrete pensar qual dentro fammi,
     la 've di et notte stammi
     adosso, col poder ch'a in voi raccolto,
     luci beate et liete
     se non che 'l veder voi stesse v'e tolto;
     ma quante volte a me vi rivolgete,
     conoscete in altrui quel che voi siete.
     S'a voi fosse si nota
     la divina incredibile bellezza
     di ch'io ragiono, come a chi la mira,
     misurata allegrezza
     non avria 'l cor: pero forse e remota
     dal vigor natural che v'apre et gira.
     Felice l'alma che per voi sospira,
     lumi del ciel, per li quali io ringratio
     la vita che per altro non m'e a grado!
     Oime, perche si rado
     mi date quel dond'io mai non son satio?
     Perche non piu sovente
     mirate qual Amor di me fa stracio?
     E perche mi spogliate immantanente
     del ben ch'ad ora ad or l'anima sente?
     Dico ch'ad ora ad ora,
     vostra mercede, i' sento in mezzo l'alma
     una dolcezza inusitata et nova,
     la qual ogni altra salma
     di noiosi pensier' disgombra allora,
     si che di mille un sol vi si ritrova:
     quel tanto a me, non piu, del viver giova.
     Et se questo mio ben durasse alquanto,
     nullo stato aguagliarse al mio porrebbe;
     ma forse altrui farrebbe
     invido, et me superbo l'onor tanto:
     pero, lasso, convensi
     che l'extremo del riso assaglia il pianto,
     e 'nterrompendo quelli spirti accensi
     a me ritorni, et di me stesso pensi.
     L'amoroso pensero
     ch'alberga dentro, in voi mi si discopre
     tal che mi tra del cor ogni altra gioia;
     onde parole et opre
     escon di me si fatte allor ch'i' spero
     farmi immortal, perche la carne moia.
     Fugge al vostro apparire angoscia et noia,
     et nel vostro partir tornano insieme.
     Ma perche la memoria innamorata
     chiude lor poi l'entrata,
     di la non vanno da le parti extreme;
     onde s'alcun bel frutto
     nasce di me, da voi vien prima il seme:
     io per me son quasi un terreno asciutto,
     colto da voi, e 'l pregio e vostro in tutto.
     Canzon, tu non m'acqueti, anzi m'infiammi
     a dir di quel ch'a me stesso m'invola:
     pero sia certa de non esser sola.



     Gentil mia donna, i' veggio
     nel mover de' vostr'occhi un dolce lume
     che mi mostra la via ch'al ciel conduce;
     et per lungo costume,
     dentro la dove sol con Amor seggio,
     quasi visibilmente il cor traluce.
     Questa e la vista ch'a ben far m'induce,
     et che mi scorge al glorioso fine;
     questa sola dal vulgo m'allontana:
     ne gia mai lingua humana
     contar poria quel che le due divine
     luci sentir mi fanno,
     e quando 'l verno sparge le pruine,
     et quando poi ringiovenisce l'anno
     qual era al tempo del mio primo affanno.
     Io penso: se la suso,
     onde 'l motor eterno de le stelle
     degno mostrar del suo lavoro in terra,
     son l'altr'opre si belle,
     aprasi la pregione, ov'io son chiuso,
     et che 'l camino a tal vita mi serra.
     Poi mi rivolgo a la mia usata guerra,
     ringratiando Natura e 'l di ch'io nacqui
     che reservato m'anno a tanto bene,
     et lei ch'a tanta spene
     alzo il mio cor: che 'nsin allor io giacqui
     a me noioso et grave,
     da quel di inanzi a me medesmo piacqui,
     empiendo d'un pensier alto et soave
     quel core ond'anno i begli occhi la chiave.
     Ne mai stato gioioso
     Amor o la volubile Fortuna
     dieder a chi piu fur nel mondo amici,
     ch'i' nol cangiassi ad una
     rivolta d'occhi, ond'ogni mio riposo
     vien come ogni arbor vien da sue radici.
     Vaghe faville, angeliche, beatrici
     de la mia vita, ove 'l piacer s'accende
     che dolcemente mi consuma et strugge:
     come sparisce et fugge
     ogni altro lume dove'l vostro splende,
     cosi de lo mio core,
     quando tanta dolcezza in lui discende,
     ogni altra cosa, ogni penser va fore,
     et solo ivi con voi rimanse Amore.
     Quanta dolcezza unquancho
     fu in cor d'aventurosi amanti, accolta
     tutta in un loco, a quel ch'i' sento e nulla,
     quando voi alcuna volta
     soavemente tra 'l bel nero e 'l biancho
     volgete il lume in cui Amor si trastulla;
     et credo da le fasce et da la culla
     al mio imperfecto, a la Fortuna adversa
     questo rimedio provedesse il cielo.
     Torto mi face il velo
     et la man che si spesso s'atraversa
     fra 'l mio sommo dilecto
     et gli occhi, onde di et notte si rinversa
     il gran desio per isfogare il petto,
     che forma tien dal variato aspetto.
     Perch'io veggio, et mi spiace,
     che natural mia dote a me non vale
     ne mi fa degno d'un si caro sguardo,
     sforzomi d'esser tale
     qual a l'alta speranza si conface,
     et al foco gentil ond'io tutt'ardo.
     S'al ben veloce, et al contrario tardo,
     dispregiator di quanto 'l mondo brama
     per solicito studio posso farme,
     porrebbe forse aitarme
     nel benigno iudicio una tal fama:
     Certo il fin de' miei pianti,
     che non altronde il cor doglioso chiama,
     ven da' begli occhi alfin dolce tremanti,
     ultima speme de' cortesi amanti.
     Canzon, l'una sorella e poco inanzi,
     et l'altra sento in quel medesmo albergo
     apparechiarsi; ond'io piu carta vergo.



     Poi che per mio destino
     a dir mi sforza quell'accesa voglia
     che m'a sforzato a sospirar mai sempre,
     Amor, ch'a cio m'invoglia,
     sia la mia scorta, e 'nsignimi 'l camino,
     et col desio le mie rime contempre:
     ma non in guisa che lo cor si stempre
     di soverchia dolcezza, com'io temo,
     per quel ch'i' sento ov'occhio altrui non giugne;
     che 'l dir m'infiamma et pugne,
     ne per mi' 'ngegno, ond'io pavento et tremo,
     si come talor sole,
     trovo 'l gran foco de la mente scemo,
     anzi mi struggo al suon de le parole,
     pur com'io fusse un huom di ghiaccio al sole.
     Nel cominciar credia
     trovar parlando al mio ardente desire
     qualche breve riposo et qualche triegua.
     Questa speranza ardire
     mi porse a ragionar quel ch'i'sentia:
     or m'abbandona al tempo, et si dilegua.
     Ma pur conven che l'alta impresa segua
     continuando l'amorose note,
     si possente e 'l voler che mi trasporta;
     et la ragione e morta,
     che tenea 'l freno, et contrastar nol pote.
     Mostrimi almen ch'io dica
     Amor in guisa che, se mai percote
     gli orecchi de la dolce mia nemica,
     non mia, ma di pieta la faccia amica.
     Dico: se 'n quella etate
     ch'al vero honor fur gli animi si accesi,
     l'industria d'alquanti huomini s'avolse
     per diversi paesi,
     poggi et onde passando, et l'onorate
     cose cercando, e 'l piu bel fior ne colse,
     poi che Dio et Natura et Amor volse
     locar compitamente ogni virtute
     in quei be' lumi, ond'io gioioso vivo,
     questo et quell'altro rivo
     non conven ch'i' trapasse, et terra mute.
     A llor sempre ricorro
     come a fontana d'ogni mia salute,
     et quando a morte disiando corro,
     sol di lor vista al mio stato soccorro.
     Come a forza di venti
     stanco nocchier di notte alza la testa
     a' duo lumi ch'a sempre il nostro polo,
     cosi ne la tempesta
     ch'i' sostengo d'Amor, gli occhi lucenti
     sono il mio segno e 'l mio conforto solo.
     Lasso, ma troppo e piu quel ch'io ne 'nvolo
     or quinci or quindi, come Amor m'informa,
     che quel che ven da gratioso dono;
     et quel poco ch'i' sono
     mi fa di lor una perpetua norma.
     Poi ch'io li vidi in prima,
     senza lor a ben far non mossi un'orma:
     cosi gli o di me posti in su la cima,
     che 'l mio valor per se falso s'estima.
     I' non poria gia mai
     imaginar, nonche narrar gli effecti,
     che nel mio cor gli occhi soavi fanno:
     tutti gli altri diletti
     di questa vita o per minori assai,
     et tutte altre bellezze indietro vanno.
     Pace tranquilla senza alcuno affanno:
     simile a quella ch'e nel ciel eterna,
     move da lor inamorato riso.
     Cosi vedess'io fiso
     come Amor dolcemente gli governa,
     sol un giorno da presso
     senza volger gia mai rota superna,
     ne pensasse d'altrui ne di me stesso,
     e 'l batter gli occhi miei non fosse spesso.
     Lasso, che disiando
     vo quel ch'esser non puote in alcun modo,
     et vivo del desir fuor di speranza:
     solamente quel nodo
     ch'Amor cerconda a la mia lingua quando
     l'umana vista il troppo lume avanza,
     fosse disciolto, i' prenderei baldanza
     di dir parole in quel punto si nove
     che farian lagrimar chi le 'ntendesse;
     ma le ferite impresse
     volgon per forza il cor piagato altrove,
     ond'io divento smorto,
     e 'l sangue si nasconde, i' non so dove,
     ne rimango qual era; et sonmi accorto
     che questo e 'l colpo di che Amor m'a morto.
     Canzone, i' sento gia stancar la penna
     del lungo et del dolce ragionar co llei,
     ma non di parlar meco i pensier' mei.



     Io son gia stanco di pensar si come
     i miei pensier' in voi stanchi non sono,
     et come vita anchor non abbandono
     per fuggir de' sospir' si gravi some;
     et come a dir del viso et de le chiome
     et de' begli occhi, ond'io sempre ragiono,
     non e mancata omai la lingua e 'l suono
     di et notte chiamando il vostro nome;
     et che' pie' non son fiaccati et lassi
     a seguir l'orme vostre in ogni parte
     perdendo inutilmente tanti passi;
     et onde vien l'enchiostro, onde le carte
     ch'i' vo empiendo di voi: se 'n cio fallassi,
     colpa d'Amor, non gia defecto d'arte.



     I begli occhi ond'i' fui percosso in guisa
     ch'e' medesmi porian saldar la piaga,
     et non gia vertu d'erbe, o d'arte maga,
     o di pietra dal mar nostro divisa,
     m'anno la via si d'altro amor precisa,
     ch'un sol dolce penser l'anima appaga;
     et se la lingua di seguirlo e vaga,
     la scorta po, non ella, esser derisa.
     Questi son que' begli occhi che l'imprese
     del mio signor victoriose fanno
     in ogni parte, et piu sovra 'l mio fianco;
     questi son que' begli occhi che mi stanno
     sempre nel cor colle faville accese,
     per ch'io di lor parlando non mi stanco.



     Amor con sue promesse lusingando
     mi ricondusse a la prigione antica,
     et die' le chiavi a quella mia nemica
     ch'anchor me di me stesso tene in bando.
     Non me n'avidi, lasso, se non quando
     fui in lor forza; et or con gran fatica
     (chi 'l credera perche giurando i' 'l dica?)
     in liberta ritorno sospirando.
     Et come vero pregioniero afflicto
     de le catene mie gran parte porto,
     e 'l cor ne gli occhi et ne la fronte o scritto.
     Quando sarai del mio colore accorto,
     dirai: S'i' guardo et giudico ben dritto,
     questi avea poco andare ad esser morto.



     Per mirar Policleto a prova fiso
     con gli altri ch'ebber fama di quell'arte
     mill'anni, non vedrian la minor parte
     de la belta che m'ave il cor conquiso.
     Ma certo il mio Simon fu in paradiso
     (onde questa gentil donna si parte),
     ivi la vide, et la ritrasse in carte
     per far fede qua giu del suo bel viso.
     L'opra fu ben di quelle che nel cielo
     si ponno imaginar, non qui tra noi,
     ove le membra fanno a l'alma velo.
     Cortesia fe'; ne la potea far poi
     che fu disceso a provar caldo et gielo,
     et del mortal sentiron gli occchi suoi.



     Quando giunse a Simon l'alto concetto
     ch'a mio nome gli pose in man lo stile,
     s'avesse dato a l'opera gentile
     colla figura voce ed intellecto,
     di sospir' molti mi sgombrava il petto,
     che cio ch'altri a piu caro, a me fan vile:
     pero che 'n vista ella si mostra humile
     promettendomi pace ne l'aspetto.
     Ma poi ch'i' vengo a ragionar co llei,
     benignamente assai par che m'ascolte,
     se risponder savesse a' detti miei.
     Pigmalion, quanto lodar ti dei
     de l'imagine tua, se mille volte
     n'avesti quel ch'i' sol una vorrei.



     S'al principio risponde il fine e 'l mezzo
     del quartodecimo anno ch'io sospiro,
     piu non mi po scampar l'aura ne 'l rezzo,
     si crescer sento 'l mio ardente desiro.
     Amor, con cui pensier mai non amezzo,
     sotto 'l cui giogo gia mai non respiro,
     tal mi governa, ch'i' non son gia mezzo,
     per gli occhi ch'al mio mal si spesso giro.
     Cosi mancando vo di giorno in giorno,
     si chiusamente, ch'i' sol me n'accorgo
     et quella che guardando il cor mi strugge.
     A pena infin a qui l'anima scorgo,
     ne so quanto fia meco il mio soggiorno,
     che la morte s'appressa, e 'l viver fugge.



     Chi e fermato di menar sua vita
     su per l'onde fallaci et per gli scogli
     scevro da morte con un picciol legno,
     non po molto lontan esser dal fine:
     pero sarrebbe da ritrarsi in porto
     mentre al governo anchor crede la vela.
     L'aura soave a cui governo et vela
     commisi entrando a l'amorosa vita
     et sperando venire a miglior porto,
     poi mi condusse in piu di mille scogli;
     et le cagion' del mio doglioso fine
     non pur d'intorno avea, ma dentro al legno.
     Chiuso gran tempo in questo cieco legno
     errai, senza levar occhio a la vela
     ch'anzi al mio di mi trasportava al fine;
     poi piacque a lui che mi produsse in vita
     chiamarme tanto indietro da li scogli
     ch'almen da lunge m'apparisse il porto.
     Come lume di notte in alcun porto
     vide mai d'alto mar nave ne legno
     se non gliel tolse o tempestate o scogli,
     cosi di su da la gomfiata vela
     vid'io le 'nsegne di quell'altra vita,
     et allor sospirai verso 'l mio fine.
     Non perch'io sia securo anchor del fine:
     che volendo col giorno esser a porto
     e gran viaggio in cosi poca vita;
     poi temo, che mi veggio in fraile legno,
     et piu che non vorrei piena la vela
     del vento che mi pinse in questi scogli.
     S'io esca vivo de' dubbiosi scogli,
     et arrive il mio exilio ad un bel fine,
     ch'i' sarei vago di voltar la vela,
     et l'anchore gittar in qualche porto!
     Se non ch'i' ardo come acceso legno,
     si m'e duro a lassar l'usata vita.
     Signor de la mia fine et de la vita,
     prima ch'i' fiacchi il legno tra gli scogli
     drizza a buon porto l'affannata vela.



     Io son si stanco sotto 'l fascio antico
     de le mie colpe et de l'usanza ria
     ch'i' temo forte di mancar tra via,
     et di cader in man del mio nemico.
     Ben venne a dilivrarmi un grande amico
     per somma et ineffabil cortesia;
     poi volo fuor de la veduta mia,
     si ch'a mirarlo indarno m'affatico.
     Ma la sua voce anchor qua giu rimbomba:
     O voi che travagliate, ecco 'l camino;
     venite a me, se 'l passo altri non serra.
     Qual gratia, qual amore, o qual destino
     mi dara penne in guisa di colomba,
     ch'i' mi riposi, et levimi da terra?



     Io non fu' d'amar voi lassato unquancho,
     madonna, ne saro mentre ch'io viva;
     ma d'odiar me medesmo giunto a riva,
     et del continuo lagrimar so' stancho;
     et voglio anzi un sepolcro bello et biancho,
     che 'l vostro nome a mio danno si scriva
     in alcun marmo, ove di spirto priva
     sia la mia carne, che po star seco ancho.
     Pero, s'un cor pien d'amorosa fede
     puo contentarve senza farne stracio,
     piacciavi omai di questo aver mercede.
     Se 'n altro modo cerca d'esser sacio,
     vostro sdegno erra, et non fia quel che crede:
     di che Amor et me stesso assai ringracio.



     Se bianche non son prima ambe le tempie
     ch'a poco a poco par che 'l tempo mischi,
     securo non saro, bench'io m'arrischi
     talor ov'Amor l'arco tira et empie.
     Non temo gia che piu mi strazi o scempie,
     ne mi ritenga perch'anchor m'invischi,
     ne m'apra il cor perche di fuor l'incischi
     con sue saette velenose et empie.
     Lagrime omai da gli occhi uscir non ponno,
     ma di gire infin la sanno il viaggio,
     si ch'a pena fia mai ch'i' 'l passo chiuda.
     Ben mi po riscaldare il fiero raggio,
     non si ch'i' arda; et puo turbarmi il sonno,
     ma romper no, l'imagine aspra et cruda.



     " Occhi piangete: accompagnate il core
     che di vostro fallir morte sostene. "
     " Cosi sempre facciamo; et ne convene
     lamentar piu l'altrui, che 'l nostro errore. "
     " Gia prima ebbe per voi l'entrata Amore,
     la onde anchor come in suo albergo vene. "
     " Noi gli aprimmo la via per quella spene
     che mosse d 'entro da colui che more. "
     " Non son, come a voi par, le ragion' pari:
     che pur voi foste ne la prima vista
     del vostro et del suo mal cotanto avari. "
     " Or questo e quel che piu ch'altro n'atrista,
     che' perfetti giudicii son si rari,
     et d'altrui colpa altrui biasmo s'acquista. "



     Io amai sempre, et amo forte anchora,
     et son per amar piu di giorno in giorno
     quel dolce loco, ove piangendo torno
     spesse fiate, quando Amor m'accora.
     Et son fermo d'amare il tempo et l'ora
     ch'ogni vil cura mi levar d'intorno;
     et piu colei, lo cui bel viso adorno
     di ben far co' suoi exempli m'innamora.
     Ma chi penso veder mai tutti insieme
     per assalirmi il core, or quindi or quinci,
     questi dolci nemici, ch'i' tant'amo?
     Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!
     Et se non ch'al desio cresce la speme,
     i' cadrei morto, ove piu viver bramo.



     Io avro sempre in odio la fenestra
     onde Amor m'avento gia mille strali,
     perch'alquanti di lor non fur mortali:
     ch'e bel morir, mentre la vita e dextra.
     Ma 'l sovrastar ne la pregion terrestra
     cagion m'e, lasso, d'infiniti mali;
     et piu mi duol che fien meco immortali,
     poi che l'alma dal cor non si scapestra.
     Misera, che devrebbe esser accorta
     per lunga experientia omai che 'l tempo
     non e chi 'ndietro volga, o chi l'affreni.
     Piu volte l'o con ta' parole scorta:
     Vattene, trista, che non va per tempo
     chi dopo lassa i suoi di piu sereni.



     Si tosto come aven che l'arco scocchi,
     buon sagittario di lontan discerne
     qual colpo e da sprezzare, et qual d'averne
     fede ch'al destinato segno tocchi:
     similmente il colpo de' vostr'occhi,
     donna, sentiste a le mie parti interne
     dritto passare, onde conven ch'eterne
     lagrime per la piaga il cor trabocchi.
     Et certo son che voi diceste allora:
     Misero amante, a che vaghezza il mena?
     Ecco lo strale onde Amor vol che mora.
     Ora veggendo come 'l duol m'affrena,
     quel che mi fanno i miei nemici anchora
     non e per morte, ma per piu mia pena.



     Poi che mia speme e lunga a venir troppo,
     et de la vita il trappassar si corto,
     vorreimi a miglior tempo esser accorto,
     per fuggir dietro piu che di galoppo;
     et fuggo anchor cosi debile et zoppo
     da l'un de' lati, ove 'l desio m'a storto:
     securo omai, ma pur nel viso porto
     segni ch'i'o presi a l'amoroso intoppo.
     Ond'io consiglio: Voi che siete in via,
     volgete i passi; et voi ch'Amore avampa,
     non v'indugiate su l'extremo ardore;
     che perch'io viva de mille un no scampa;
     era ben forte la nemica mia,
     et lei vid'io ferita in mezzo 'l core.



     Fuggendo la pregione ove Amor m'ebbe
     molt'anni a far di me quel ch'a lui parve,
     donne mie, lungo fora a ricontarve
     quanto la nova liberta m'increbbe.
     Diceami il cor che per se non saprebbe
     viver un giorno; et poi tra via m'apparve
     quel traditore in si mentite larve
     che piu saggio di me inganato avrebbe.
     Onde piu volte sospirando indietro
     dissi: Ohime, il giogo et le catene e i ceppi
     eran piu dolci che l'andare sciolto.
     Misero me, che tardo il mio mal seppi;
     et con quanta faticha oggi mi spetro
     de l'errore, ov'io stesso m'era involto!



     Erano i capei d'oro a l'aura sparsi
     che 'n mille dolci nodi gli avolgea,
     e l'vago lume oltra misura ardea
     di quei begli occhi, ch'or ne son si scarsi;
     e 'l viso di pietosi color' farsi,
     non so se vero o falso, mi parea:
     i' che l'esca amorosa al petto avea,
     qual meraviglia se di subito arsi?
     Non era l'andar suo cosa mortale,
     ma d'angelica forma; et le parole
     sonavan altro, che pur voce humana.
     Uno spirito celeste, un vivo sole
     fu quel ch'i'vidi: et se non fosse or tale,
     piagha per allentar d'arco non sana.



     La bella donna che cotanto amavi
     subitamente s'e da noi partita,
     et per quel ch'io ne speri al ciel salita,
     si furon gli atti suoi dolci soavi.
     Tempo e da ricovrare ambo le chiavi
     del tuo cor, ch'ella possedeva in vita,
     et seguir lei per via dritta expedita:
     peso terren non sia piu che t'aggravi.
     Poi che se' sgombro de la maggior salma,
     l'altre puoi giuso agevolmente porre,
     sallendo quasi un pellegrino scarco.
     Ben vedi omai si come a morte corre
     ogni cosa creata, et quanto all'alma
     bisogna ir lieve al periglioso varco.



     Piangete, donne, et con voi pianga Amore;
     piangete, amanti, per ciascun paese,
     poi ch'e morto collui che tutto intese
     in farvi, mentre visse, al mondo honore.
     Io per me prego il mio acerbo dolore,
     non sian da lui le lagrime contese,
     et mi sia di sospir' tanto cortese,
     quanto bisogna a disfogare il core.
     Piangan le rime anchor, piangano i versi,
     perche 'l nostro amoroso messer Cino
     novellamente s'e da noi partito.
     Pianga Pistoia, e i citadin perversi
     che perduto anno si dolce vicino;
     et rallegresi il cielo, ov'ello e gito.



     Piu volte Amor m'avea gia detto: Scrivi,
     scrivi quel che vedesti in lettre d'oro,
     si come i miei seguaci discoloro,
     e 'n un momento gli fo morti et vivi.
     Un tempo fu che 'n te stesso 'l sentivi,
     volgare exemplo a l'amoroso choro;
     poi di man mi ti tolse altro lavoro;
     ma gia ti raggiuns'io mentre fuggivi.
     E se 'begli occhi, ond'io me ti mostrai
     et la dov'era il mio dolce ridutto
     quando ti ruppi al cor tanta durezza,
     mi rendon l'arco ch'ogni cosa spezza,
     forse non avrai sempre il viso asciutto:
     ch'i' mi pasco di lagrime, et tu 'l sai.



     Quando giugne per gli occhi al cor profondo
     l'imagin donna, ogni altra indi si parte,
     et le vertu che l'anima comparte
     lascian le menbra, quasi immobil pondo.
     Et del primo miracolo il secondo
     nasce talor, che la scacciata parte
     da se stessa fuggendo arriva in parte
     che fa vendetta e 'l suo exilio giocondo.
     Quinci in duo volti un color morto appare,
     perche 'l vigor che vivi gli mostrava
     da nessun lato e piu la dove stava.
     Et di questo in quel di mi ricordava,
     ch'i' vidi duo amanti trasformare,
     et far qual io mi soglio in vista fare.



     Cosi potess'io ben chiuder in versi
     i miei pensier', come nel cor gli chiudo,
     ch'animo al mondo non fu mai si crudo
     ch'i' non facessi per pieta dolersi.
     Ma voi, occhi beati, ond'io soffersi
     quel colpo, ove non valse elmo ne scudo,
     di for et dentro mi vedete ignudo,
     benche 'n lamenti il duol non si riversi.
     Poi che vostro vedere in me risplende,
     come raggio di sol traluce in vetro,
     basti dunque il desio senza ch'io dica.
     Lasso, non a Maria, non nocque a Pietro
     la fede, ch'a me sol tanto e nemica;
     et so ch'altri che voi nessun m'intende.



     Io son de l'aspectar omai si vinto,
     et de la lunga guerra de' sospiri,
     ch'i' aggio in odio la speme e i desiri,
     ed ogni laccio ond'e 'l mio core avinto.
     Ma 'l bel viso leggiadro che depinto
     porto nel petto, et veggio ove ch'io miri,
     mi sforza; onde ne' primi empii martiri
     pur son contra mia voglia risospinto.
     Allor errai quando l'antica strada
     di liberta mi fu precisa et tolta,
     che mal si segue cio ch'agli occhi agrada;
     allor corse al suo mal libera et sciolta:
     ora a posta d'altrui conven che vada
     l'anima che pecco sol una volta.



     Ahi bella liberta, come tu m'ai,
     partendoti da me, mostrato quale
     era 'l mio stato, quando il primo strale
     fece la piagha ond'io non guerro mai!
     Gli occhi invaghiro allor si de' lor guai,
     che 'l fren de la ragione ivi non vale,
     perch'anno a schifo ogni opera mortale:
     lasso, cosi da prima gli avezzai!
     Ne mi lece ascoltar chi non ragiona
     de la mia morte; et solo del suo nome
     vo empiendo l'aere, che si dolce sona.
     Amor in altra parte non mi sprona,
     ne i pie' sanno altra via, ne le man' come
     lodar si possa in carte altra persona.



     Orso, al vostro destrier si po ben porre
     un fren, che di suo corso indietro il volga;
     ma 'l cor chi leghera, che non si sciolga,
     se brama honore, e 'l suo contrario abhorre?
     Non sospirate: a lui non si po torre
     suo pregio, perch'a voi l'andar si tolga;
     che, come fama publica divolga,
     egli e gia la, che null'altro il precorre.
     Basti che si ritrove in mezzo 'l campo
     al destinato di, sotto quell'arme
     che gli da il tempo, amor, vertute e 'l sangue,
     gridando: D'un gentil desire avampo
     col signor mio, che non po seguitarme,
     et del non esser qui si strugge et langue.



     Poi che voi et io piu volte abbiam provato
     come 'l nostro sperar torna fallace,
     dietro a quel sommo ben che mai non spiace
     levate il core a piu felice stato.
     Questa vita terrena e quasi un prato,
     che 'l serpente tra' fiori et l'erba giace;
     et s'alcuna sua vista agli occhi piace,
     e per lassar piu l'animo invescato.
     Voi dunque, se cercate aver la mente
     anzi l'extremo di queta gia mai,
     seguite i pochi, et non la volgar gente.
     Ben si puo dire a me: Frate, tu vai
     mostrando altrui la via, dove sovente
     fosti smarrito, et or se' piu che mai.



     Quella fenestra ove l'un sol si vede,
     quando a lui piace, et l'altro in su la nona;
     et quella dove l'aere freddo suona
     ne' brevi giorni, quando borrea 'l fiede;
     e 'l sasso, ove a' gran di pensosa siede
     madonna, et sola seco si ragiona,
     con quanti luoghi sua bella persona
     copri mai d'ombra, o disegno col piede;
     e 'l fiero passo ove m'agiunse Amore;
     e lla nova stagion che d'anno in anno
     mi rinfresca in quel di l'antiche piaghe;
     e 'l volto, et le parole che mi stanno
     altamente confitte in mezzo 'l core,
     fanno le luci mie di pianger vaghe.



     Lasso, ben so che dolorose prede
     di noi fa quella ch'a nullo huom perdona,
     et che rapidamente n'abandona
     il mondo, et picciol tempo ne tien fede;
     veggio a molto languir poca mercede,
     et gia l'ultimo di nel cor mi tuona:
     per tutto questo Amor non mi spregiona,
     che l'usato tributo agli occhi chiede.
     So come i di, come i momenti et l'ore,
     ne portan gli anni; et non ricevo inganno,
     ma forza assai maggior che d'arti maghe.
     La voglia et la ragion combattuto anno
     sette et sette anni; et vincera il migliore,
     s'anime son qua giu del ben presaghe.



     Cesare, poi che 'l traditor d'Egitto
     li fece il don de l'onorata testa,
     celando l'allegrezza manifesta,
     pianse per gli occhi fuor si come e scritto;
     et Hanibal, quando a l'imperio afflitto
     vide farsi Fortuna si molesta,
     rise fra gente lagrimosa et mesta
     per isfogare il suo acerbo despitto.
     Et cosi aven che l'animo ciascuna
     sua passion sotto 'l contrario manto
     ricopre co la vista or chiara or bruna:
     pero, s'alcuna volta io rido o canto,
     facciol, perch'i' non o se non quest'una
     via da celare il mio angoscioso pianto.



     Vinse Hanibal, et non seppe usar poi
     ben la vittoriosa sua ventura:
     pero, signor mio caro, aggiate cura,
     che similmente non avegna a voi.
     L'orsa, rabbiosa per gli orsacchi suoi,
     che trovaron di maggio aspra pastura,
     rode se dentro, e i denti et l'unghie endura
     per vendicar suoi danni sopra noi.
     Mentre 'l novo dolor dunque l'accora,
     non riponete l'onorata spada,
     anzi seguite la dove vi chiama
     vostra fortuna dritto per la strada
     che vi puo dar, dopo la morte anchora
     mille et mille anni, al mondo honor et fama.



     L'aspectata vertu, che 'n voi fioriva
     quando Amor comincio darvi bataglia,
     produce or frutto, che quel fiore aguaglia,
     et che mia speme fa venire a riva.
     Pero mi dice il cor ch'io in carte scriva
     cosa, onde 'l vostro nome in pregio saglia,
     che 'n nulla parte si saldo s'intaglia
     per far di marmo una persona viva.
     Credete voi che Cesare o Marcello
     o Paolo od Affrican fossin cotali
     per incude gia mai ne per martello?
     Pandolfo mio, quest'opere son frali
     a ll lungo andar, ma 'l nostro studio e quello
     che fa per fama gli uomini immortali.



     Mai non vo' piu cantar com'io soleva,
     ch'altri no m'intendeva, ond'ebbi scorno;
     et puossi in bel soggiorno esser molesto.
     Il sempre sospirar nulla releva;
     gia su per l'Alpi neva d'ogn' 'ntorno;
     et e gia presso al giorno: ond'io son desto.
     Un acto dolce honesto e gentil cosa;
     et in donna amorosa anchor m'aggrada,
     che 'n vista vada altera et disdegnosa,
     non superba et ritrosa:
     Amor regge suo imperio senza spada.
     Chi smarrita a la strada, torni indietro;
     chi non a albergo, posisi in sul verde;
     chi non a l'auro, o 'l perde,
     spenga la sete sua con un bel vetro.
     I'die' in guarda a san Pietro; or non piu, no:
     intendami chi po, ch'i' m'intend'io.
     Grave soma e un mal fio a mantenerlo:
     quando posso mi spetro, et sol mi sto.
     Fetonte odo che 'n Po cadde, et morio;
     et gia di la dal rio passato e 'l merlo:
     deh, venite a vederlo. Or i' non voglio:
     non e gioco uno scoglio in mezzo l'onde,
     e 'ntra le fronde il visco. Assai mi doglio
     quando un soverchio orgoglio
     molte vertuti in bella donna asconde.
     Alcun e che risponde a chi nol chiama;
     altri, chi 'il prega, si delegua et fugge;
     altri al ghiaccio si strugge;
     altri di et notte la sua morte brama.
     Proverbio "ama chi t'ama" e fatto antico.
     I' so ben quel ch'io dico: or lass'andare,
     che conven ch'altri impare a le sue spese.
     Un' humil donna grama un dolce amico.
     Mal si conosce il fico. A me pur pare
     senno a non cominciar tropp'alte imprese;
     et per ogni paese e bona stanza.
     L'infinita speranza occide altrui;
     et anch'io fui alcuna volta in danza.
     Quel poco che m'avanza
     fia chi nol schifi, s'i' 'l vo' dare a lui.
     I' mi fido in Colui che 'l mondo regge,
     et che' seguaci Suoi nel boscho alberga,
     che con pietosa verga
     mi meni a passo omai tra le Sue gregge.
     Forse ch'ogni uom che legge non s'intende;
     et la rete tal tende che non piglia;
     et chi troppo assotiglia si scavezza.
     Non fia zoppa la legge ov'altri attende.
     Per bene star si scende molte miglia.
     Tal par gran meraviglia, et poi si sprezza.
     Una chiusa bellezza e piu soave.
     Benedetta la chiave che s'avvolse
     al cor, et sciolse l'alma, et scossa l'ave
     di catena si grave,
     e 'nfiniti sospir' del mio sen tolse!
     La dove piu mi dolse, altri si dole,
     et dolendo adolcisse il mio dolore:
     ond'io ringratio Amore
     che piu nol sento, et e non men che suole.
     In silentio parole accorte et sagge,
     e 'l suon che mi sottragge ogni altra cura,
     et la pregione oscura ov'e 'l bel lume;
     le nocturne viole per le piagge,
     et le le fere selvagge entr'a le mura,
     et la dolce paura, e 'l bel costume,
     et di duo fonti un fiume in pace volto
     dov'io bramo, et raccolto ove che sia:
     Amor et Gelosia m'anno il cor tolto,
     e i segni del bel volto
     che mi conducon per piu piana via
     a la speranza mia, al fin degli affanni.
     O riposto mio bene, et quel che segue,
     or pace or guerra or triegue,
     mai non m'abbandonate in questi panni.
     De' passati miei danni piango et rido,
     perche molto mi fido in quel ch'i' odo.
     Del presente mi godo, et meglio aspetto,
     et vo contando gli anni, et taccio et grido.
     E 'n bel ramo m'annido, et in tal modo
     ch'i' ne ringratio et lodo il gran disdetto
     che l'indurato affecto alfine a vinto,
     et ne l'alma depinto "I sare' udito,
     et mostratone a dito", et anne extinto
     (tanto inanzi son pinto,
     ch'i' 'l pur diro) "Non fostu tant'ardito":
     chi m'a 'l fianco ferito, et chi 'l risalda,
     per cui nel cor via piu che 'n carta scrivo;
     chi mi fa morto et vivo,
     chi 'n un punto m'agghiaccia et mi riscalda.



     Nova angeletta sovra l'ale accorta
     scese dal cielo in su la fresca riva,
     la 'nd'io passava sol per mio destino.
     Poi che senza compagna et senza scorta
     mi vide, un laccio che di seta ordiva
     tese fra l'erba, ond'e verde il camino.
     Allor fui preso; et non mi spiacque poi,
     si dolce lume uscia degli occhi suoi.



     Non veggio ove scampar mi possa omai:
     si lunga guerra i begli occhi mi fanno,
     ch'i' temo, lasso, no 'l soverchio affanno
     distruga 'l cor che triegua non a mai.
     Fuggir vorrei; ma gli amorosi rai,
     che di et notte ne la mente stanno,
     risplendon si, ch'al quintodecimo anno
     m'abbaglian piu che 'l primo giorno assai;
     et l'imagine lor son si cosparte
     che volver non mi posso, ov'io non veggia
     o quella o simil indi accesa luce.
     Solo d'un lauro tal selva verdeggia
     che 'l mio adversario con mirabil arte
     vago fra i rami ovunque vuol m'adduce.



     Aventuroso piu d'altro terreno,
     ov'Amor vidi gia fermar le piante
     ver' me volgendo quelle luci sante
     che fanno intorno a se l'aere sereno,
     prima poria per tempo venir meno
     un'imagine salda di diamante
     che l'atto dolce non mi stia davante
     del qual o la memoria e 'l cor si pieno:
     ne tante volte ti vedro gia mai
     ch'i' non m'inchini a ricercar de l'orme
     che 'l bel pie' fece in quel cortese giro.
     Ma se 'n cor valoroso Amor non dorme,
     prega, Sennuccio mio, quand 'l vedrai,
     di qualche lagrimetta, o d'un sospiro.



     Lasso, quante fiate Amor m'assale,
     che fra la notte e 'l di son piu di mille,
     torno dov'arder vidi le faville
     che 'l foco del mio cor fanno immortale.
     Ivi m'acqueto; et son condotto a tale,
     ch'a nona, a vespro, a l'alba et a le squille
     le trovo nel pensier tanto tranquille
     che di null'altro mi rimembra o cale.
     L'aura soave che dal chiaro viso
     move col suon de le parole accorte
     per far dolce sereno ovunque spira,
     quasi un spirto gentil di paradiso
     sempre in quell'aere par che mi conforte,
     si che 'l cor lasso altrove non respira.



     Persequendomi Amor al luogo usato,
     ristretto in guisa d'uom ch'aspetta guerra,
     che si provede, e i passi intorno serra,
     de' miei antichi pensier' mi stava armato.
     Volsimi, et vidi un'ombra che da lato
     stampava il sole, et riconobbi in terra
     quella che, se 'l giudicio mio non erra,
     era piu degna d'immortale stato.
     I' dicea fra mio cor: Perche paventi?
     Ma non fu prima dentro il penser giunto
     che i raggi, ov'io mi struggo, eran presenti.
     Come col balenar tona in un punto,
     cosi fu' io de' begli occhi lucenti
     et d'un dolce saluto inseme aggiunto.



     La donna che 'l mio cor nel viso porta,
     la dove sol fra bei pensier' d'amore
     sedea, m'apparve; et io per farle honore
     mossi con fronte reverente et smorta.
     Tosto che del mio stato fussi accorta,
     a me si volse in si novo colore
     ch'avrebbe a Giove nel maggior furore
     tolto l'arme di mano, et l'ira morta.
     I' mi riscossi; et ella oltra, parlando,
     passo, che la parola i' non soffersi,
     ne 'l dolce sfavillar degli occhi suoi.
     Or mi ritrovo pien di si diversi
     piaceri, in quel saluto ripensando,
     che duol non sento, ne senti' ma' poi.



     Sennuccio, i' vo' che sapi in qual manera
     tractato sono, et qual vita e la mia:
     ardomi et struggo anchor com'io solia;
     l'aura mi volve, et son pur quel ch'i'm'era.
     Qui tutta humile, et qui la vidi altera,
     or aspra, or piana, or dispietata, or pia;
     or vestirsi honestate, or leggiadria,
     or mansueta, or disdegnosa et fera.
     Qui canto dolcemente, et qui s'assise;
     qui si rivolse, et qui rattenne il passo;
     qui co' begli occhi mi trafisse il core;
     qui disse una parola, et qui sorrise;
     qui cangio 'l viso. In questi pensier', lasso,
     nocte et di tiemmi il signor nostro Amore.



     Qui dove mezzo son, Sennuccio mio,
     (cosi ci foss'io intero, et voi contento),
     venni fuggendo la tempesta e 'l vento
     c'anno subito fatto il tempo rio.
     Qui son securo: et vo' vi dir perch'io
     non come soglio il folgorar pavento,
     et perche mitigato, nonche spento,
     nemicha trovo il mio ardente desio.
     Tosto che giunto a l'amorosa reggia
     vidi onde nacque l'aura dolce et pura
     ch'acqueta l'aere, et mette i tuoni in bando,
     Amor ne l'alma, ov'ella signoreggia,
     raccese 'l foco, et spense la paura:
     che farrei dunque gli occhi suoi guardando?



     De l'empia Babilonia, ond'e fuggita
     ogni vergogna, ond'ogni bene e fori,
     albergo di dolor, madre d'errori,
     son fuggito io per allungar la vita.
     Qui mi sto solo; et come Amor m'invita,
     or rime et versi, or colgo herbette et fiori,
     seco parlando, et a tempi migliori
     sempre pensando: et questo sol m'aita.
     Ne del vulgo mi cal, ne di Fortuna,
     ne di me molto, ne di cosa vile,
     ne dentro sento ne di fuor gran caldo.
     Sol due persone cheggio; et vorrei l'una
     col cor ver' me pacificato humile,
     l'altro col pie', si come mai fu, saldo.



     In mezzo di duo amanti honesta altera
     vidi una donna, et quel signor co lei
     che fra gli uomini regna et fra li dei;
     et da l'un lato il Sole, io da l'altro era.
     Poi che s'accorse chiusa da la spera
     de l'amico piu bello, agli occhi miei
     tutta lieta si volse, et ben vorrei
     che mai non fosse inver' di me piu fera.
     Subito in alleggrezza si converse
     la gelosia che 'n su la prima vista
     per si alto adversario al cor mi nacque.
     A lui la faccia lagrimosa et trista
     un nuviletto intorno ricoverse:
     cotanto l'esser vinto li dispiacque.



     Pien di quella ineffabile dolcezza
     che del bel viso trassen gli occhi miei
     nel di che volentier chiusi gli avrei
     per non mirar gia mai minor bellezza,
     lassai quel ch'i 'piu bramo; et o si avezza
     la mente a contemplar sola costei,
     ch'altro non vede, et cio che non e lei
     gia per antica usanza odia et disprezza.
     In una valle chiusa d'ogni 'ntorno,
     ch'e refrigerio de' sospir' miei lassi,
     giunsi sol com Amor, pensoso et tardo.
     Ivi non donne, ma fontane et sassi,
     et l'imagine trovo di quel giorno
     che 'l pensier mio figura, ovunque io sguardo.



     Se 'l sasso, ond'e piu chiusa questa valle,
     di che 'l suo proprio nome si deriva,
     tenesse volto per natura schiva
     a Roma il viso et a Babel le spalle,
     i miei sospiri piu benigno calle
     avrian per gire ove lor spene e viva:
     or vanno sparsi, et pur ciascuno arriva
     la dov'io il mando, che sol un non falle.
     Et son di la si dolcemente accolti,
     com'io m'accorgo, che nessun mai torna:
     con tal diletto in quelle parti stanno.
     Degli occhi e 'l duol, che, tosto che s'aggiorna,
     per gran desio de' be' luoghi a lor tolti,
     danno a me pianto, et a' pie' lassi affanno.



     Rimansi a dietro il sestodecimo anno
     de' miei sospiri, et io trapasso inanzi
     verso l'extremo; et parmi che pur dianzi
     fosse 'l principio di cotanto affanno.
     L'amar m'e dolce, et util il mio danno,
     e 'l viver grave; et prego ch'egli avanzi
     l'empia Fortuna, et temo no chiuda anzi
     Morte i begli occhi che parlar mi fanno.
     Or qui son, lasso, et voglio esser altrove;
     et vorrei piu volere, et piu non voglio;
     et per piu non poter fo quant'io posso;
     e d'antichi desir' lagrime nove
     provan com'io son pur quel ch'i' mi soglio,
     ne per mille rivolte anchor son mosso.



     Una donna piu bella assai che 'l sole,
     et piu lucente, et d'altrettanta etade,
     con famosa beltade,
     acerbo anchor mi trasse a la sua schiera.
     Questa in penseri, in opre et in parole
     (pero ch'e de le cose al mondo rade),
     questa per mille strade
     sempre inanzi mi fu leggiadra altera.
     Solo per lei tornai da quel ch'i' era,
     poi ch'i' soffersi gli occhi suoi da presso;
     per suo amor m'er'io messo
     a faticosa impresa assai per tempo:
     tal che, s'i'arrivo al disiato porto,
     spero per lei gran tempo
     viver, quand'altri mi terra per morto.
     Questa mia donna mi meno molt'anni
     pien di vaghezza giovenile ardendo,
     si come ora io comprendo,
     sol per aver di me piu certa prova,
     mostrandomi pur l'ombra o 'l velo o' panni
     talor di se, ma 'l viso nascondendo;
     et io, lasso, credendo
     vederne assai, tutta l'eta mia nova
     passai contento, e 'l rimembrar mi giova,
     poi ch'alquanto di lei veggi'or piu inanzi.
     I'dico che pur dianzi
     qual io non l'avea vista infin allora,
     mi si scoverse: onde mi nacque un ghiaccio
     nel core, et evvi anchora,
     et sara sempre fin ch'i' le sia in braccio.
     Ma non me 'l tolse la paura o 'l gielo
     che pur tanta baldanza al mio cor diedi
     ch'i' le mi strinsi a' piedi
     per piu dolcezza trar de gli occhi suoi;
     et ella, che remosso avea gia il velo
     dinanzi a' miei, mi disse: " Amico, or vedi
     com'io son bella, et chiedi
     quanto par si convenga agli anni tuoi. "
     " Madonna " dissi " gia gran tempo in voi
     posi 'l mio amor, ch'i' sento or si infiammato,
     ond'a me in questo stato
     altro voler o disvoler m'e tolto. "
     Con voce allor di si mirabil' tempre
     rispose, et con un volto
     che temer et sperar mi fara sempre:
     Rado fu al mondo fra cosi gran turba
     ch'udendo ragionar del mio valore
     non si sentisse al core
     per breve tempo almen qualche favilla;
     ma l'adversaria mia che 'l ben perturba
     tosto la spegne, ond'ogni vertu more
     et regna altro signore
     che promette una vita piu tranquilla.
     De la tua mente Amor, che prima aprilla,
     mi dice cose veramente ond'io
     veggio che 'l gran desio
     pur d'onorato fin ti fara degno;
     et come gia se' de' miei rari amici,
     donna vedrai per segno
     che fara gli occhi tuoi via piu felici.
     I' volea dir: " Quest'e impossibil cosa ";
     quand'ella: " Or mira " et leva' gli occhi un poco
     in piu riposto loco "
     donna ch'a pochi si mostro gia mai. "
     Ratto inchinai la fronte vergognosa,
     sentendo novo dentro maggior foco;
     et ella il prese in gioco,
     dicendo: " I' veggio ben dove tu stai.
     Si come 'l sol con suoi possenti rai
     fa subito sparire ogni altra stella,
     cosi par or men bella
     la vista mia cui maggiore luce preme.
     Ma io pero da' miei non ti diparto,
     che questa et me d'un seme,
     lei davanti et me poi, produsse un parto. "
     Ruppesi intanto di vergogna il nodo
     ch'a la mia lingua era distretto intorno
     su nel primiero scorno,
     allor quand'io del suo accorger m'accorsi;
     e 'ncominciai: " S'egli e ver quel ch'i' odo,
     beato il padre, et benedetto il giorno
     ch'a di voi il mondo adorno,
     et tutto 'l tempo ch'a vedervi io corsi;
     et se mai da la via dritta mi torsi,
     duolmene forte, assai piu ch'i' non mostro;
     ma se de l'esser vostro
     fossi degno udir piu, del desir ardo. "
     Pensosa mi rispose, et cosi fiso
     tenne il suo dolce sguardo
     ch'al cor mando co le parole il viso:
     " Si come piacque al nostro eterno padre,
     ciascuna di noi due nacque immortale.
     Miseri, a voi che vale?
     Me' v'era che da noi fosse il defecto.
     Amate, belle, gioveni et leggiadre
     fummo alcun tempo: et or siam giunte a tale
     che costei batte l'ale
     per tornar a l'anticho suo ricetto;
     i' per me sono un'ombra. Et or t'o detto
     quanto per te si breve intender puossi. "
     Poi che i pie' suoi fur mossi,
     dicendo: " Non temer ch'i' m'allontani ",
     di verde lauro una ghirlanda colse,
     la qual co le sue mani
     intorno intorno a le mie tempie avolse.
     Canzon, chi tua ragion chiamasse obscura,
     di': " Non o cura, perche tosto spero
     ch'altro messaggio il vero
     fara in piu chiara voce manifesto.
     I' venni sol per isvegliare altrui,
     se chi m'impose questo
     non m'ingano, quand'io parti' da lui. "



     Quelle pietose rime in ch'io m'accorsi
     di vostro ingegno et del cortese affecto,
     ebben tanto vigor nel mio conspetto
     che ratto a questa penna la man porsi
     per far voi certo che gli extremi morsi
     di quella ch'io con tutto 'l mondo aspetto
     mai non senti', ma pur senza sospetto
     infin a l'uscio del suo albergo corsi;
     poi tornai indietro, perch'io vidi scripto
     di sopra 'l limitar che 'l tempo anchora
     non era giunto al mio viver prescritto,
     bench'io non vi legessi il di ne l'ora.
     Dunque s'acqueti omai 'l cor vostro afflitto,
     et cerchi huom degno, quando si l'onora.



     Or vedi, Amor, che giovenetta donna
     tuo regno sprezza, et del mio mal non cura,
     et tra duo ta' nemici e si secura.
     Tu se' armato, et ella in treccie e 'n gonna
     si siede, et scalza, in mezzo i fiori et l'erba,
     ver' me spietata, e 'n contra te superba.
     I' son pregion; ma se pieta anchor serba
     l'arco tuo saldo, et qualchuna saetta,
     fa di te et di me, signor, vendetta.



     Dicesette anni a gia rivolto il cielo
     poi che 'mprima arsi, et gia mai non mi spensi;
     ma quando aven ch'al mio stato ripensi,
     sento nel mezzo de le fiamme un gielo.
     Vero e 'l proverbio, ch'altri cangia il pelo
     anzi che 'l vezzo, et per lentar i sensi
     gli umani affecti non son meno intensi:
     cio ne fa l'ombra ria del grave velo.
     Oime lasso, e quando fia quel giorno
     che, mirando il fuggir degli anni miei,
     esca del foco, et di si lunghe pene?
     Vedro mai il di che pur quant'io vorrei
     quel'aria dolce del bel viso adorno
     piaccia a quest'occhi, et quanto si convene?



     Quel vago impallidir che 'l dolce riso
     d'un'amorosa nebbia ricoperse,
     con tanta maiestade al cor s'offerse
     che li si fece incontr'a mezzo 'l viso.
     Conobbi allor si come in paradiso
     vede l'un l'altro, in tal guisa s'aperse
     quel pietoso penser ch'altri non scerse:
     ma vidil' io, ch'altrove non m'affiso.
     Ogni angelica vista, ogni atto humile
     che gia mai in donna ov'amor fosse apparve,
     fora uno sdegno a lato a quel ch'i' dico.
     Chinava a terra il bel guardo gentile,
     et tacendo dicea, come a me parve:
     Chi m'allontana il mio fedele amico?



     Amor, Fortuna et la mia mente, schiva
     di quel che vede e nel passato volta,
     m'affligon si, ch'io porto alcuna volta
     invidia a quei che son su l'altra riva.
     Amor mi strugge 'l cor, Fortuna il priva
     d'ogni conforto, onde la mente stolta
     s'adira et piange: et cosi in pena molta
     sempre conven che combattendo viva.
     Ne spero i dolci di tornino indietro,
     ma pur di male in peggio quel ch'avanza;
     et di mio corso o gia passato 'l mezzo.
     Lasso, non di diamante, ma d'un vetro
     veggio di man cadermi ogni speranza,
     et tutti miei pensier' romper nel mezzo.



     Se 'l pensier che mi strugge,
     com'e pungente et saldo,
     cosi vestisse d'un color conforme,
     forse tal m'arde et fugge,
     ch'avria parte del caldo,
     et desteriasi Amor la dov'or dorme;
     men solitarie l'orme
     foran de' miei pie' lassi
     per campagne et per colli,
     men gli occhi ad ognor molli,
     ardendo lei che come un ghiaccio stassi,
     et non lascia in me dramma
     che non sia foco et fiamma.
     Pero ch'Amor mi sforza
     et di saver mi spoglia,
     parlo in rime aspre, et di dolcezza ignude:
     ma non sempre a la scorza
     ramo, ne in fior, ne 'n foglia
     mostra di for sua natural vertude.
     Miri cio che 'l cor chiude
     Amor et que' begli occhi,
     ove si siede a l'ombra.
     Se 'l dolor che si sgombra
     aven che 'n pianto o in lamentar trabocchi,
     l'un a me noce et l'altro
     altrui, ch'io non lo scaltro.
     Dolci rime leggiadre
     che nel primiero assalto
     d'Amor usai, quand'io non ebbi altr'arme,
     chi verra mai che squadre
     questo mio cor di smalto
     ch'almen com'io solea possa sfogarme?
     Ch'aver dentro a lui parme
     un che madonna sempre
     depinge et de lei parla:
     a voler poi ritrarla
     per me non basto, et par ch'io me ne stempre.
     Lasso, cosi m'e scorso
     lo mio dolce soccorso.
     Come fanciul ch'a pena
     volge la lingua et snoda,
     che dir non sa, ma 'l piu tacer gli e noia,
     cosi 'l desir mi mena
     a dire, et vo' che m'oda
     la dolce mia nemica anzi ch'io moia.
     Se forse ogni sua gioia
     nel suo bel viso e solo,
     et di tutt'altro e schiva,
     odil tu, verde riva,
     e presta a' miei sospir' si largo volo,
     che sempre si ridica
     come tu m'eri amica.
     Ben sai che si bel piede
     non toccho terra unquancho
     come quel di che gia segnata fosti;
     onde 'l cor lasso riede
     col tormentoso fiancho
     a partir teco i lor pensier' nascosti.
     Cosi avestu riposti
     de' be' vestigi sparsi
     anchor tra' fiori et l'erba,
     che la mia vita acerba,
     lagrimando, trovasse ove acquetarsi!
     Ma come po s'appaga
     l'alma dubbiosa et vaga.
     Ovunque gli occhi volgo
     trovo un dolce sereno
     pensando: Qui percosse il vago lume.
     Qualunque herba o fior colgo
     credo che nel terreno
     aggia radice, ov'ella ebbe in costume
     gir fra le piagge e 'l fiume,
     et talor farsi un seggio
     fresco, fiorito et verde.
     Cosi nulla se 'n perde,
     et piu certezza averne fora il peggio.
     Spirto beato, quale
     se', quando altrui fai tale?
     O poverella mia, come se' rozza!
     Credo che tel conoschi:
     rimanti in questi boschi.



     Chiare, fresche et dolci acque,
     ove le belle membra
     pose colei che sola a me par donna;
     gentil ramo ove piacque
     (con sospir' mi rimembra)
     a lei di fare al bel fiancho colonna;
     herba et fior' che la gonna
     leggiadra ricoverse
     co l'angelico seno;
     aere sacro, sereno,
     ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
     date udienza insieme
     a le dolenti mie parole extreme.
     S'egli e pur mio destino
     e 'l cielo in cio s'adopra,
     ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
     qualche gratia il meschino
     corpo fra voi ricopra,
     et torni l'alma al proprio albergo ignuda.
     La morte fia men cruda
     se questa spene porto
     a quel dubbioso passo:
     che lo spirito lasso
     non poria mai in piu riposato porto
     ne in piu tranquilla fossa
     fuggir la carne travagliata et l'ossa.
     Tempo verra anchor forse
     ch'a l'usato soggiorno
     torni la fera bella et mansueta,
     et la 'v'ella mi scorse
     nel benedetto giorno,
     volga la vista disiosa et lieta,
     cercandomi; et, o pieta!,
     gia terra in fra le pietre
     vedendo, Amor l'inspiri
     in guisa che sospiri
     si dolcemente che merce m'impetre,
     et faccia forza al cielo,
     asciugandosi gli occhi col bel velo.
     Da' be' rami scendea
     (dolce ne la memoria)
     una pioggia di fior' sovra 'l suo grembo;
     et ella si sedea
     humile in tanta gloria,
     coverta gia de l'amoroso nembo.
     Qual fior cadea sul lembo,
     qual su le treccie bionde,
     ch'oro forbito et perle
     eran quel di a vederle;
     qual si posava in terra, et qual su l'onde;
     qual con un vago errore
     girando parea dir: " Qui regna Amore. "
     Quante volte diss'io
     allor pien di spavento:
     Costei per fermo nacque in paradiso.
     Cosi carco d'oblio
     il divin portamento
     e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
     m'aveano, et si diviso
     da l'imagine vera,
     ch'i' dicea sospirando:
     Qui come venn'io, o quando?;
     credendo d'esser in ciel, non la dov'era.
     Da indi in qua mi piace
     questa herba si, ch'altrove non o pace.
     Se tu avessi ornamenti quant'ai voglia,
     poresti arditamente
     uscir del boscho, et gir in fra la gente.



     In quella parte dove Amor mi sprona
     conven ch'io volga le dogliose rime,
     che son seguaci de la mente afflicta.
     Quai fien ultime, lasso, et qua' fien prime?
     Collui che del mio mal meco ragiona
     mi lascia in dubbio, si confuso ditta.
     Ma pur quanto l'istoria trovo scripta
     in mezzo 'l cor (che si spesso rincorro)
     co la sua propria man de' miei martiri,
     diro, perche i sospiri
     parlando an triegua, et al dolor soccorro.
     Dico che, perch'io miri
     mille cose diverse attento et fiso,
     sol una donna veggio, e 'l suo bel viso.
     Poi che la dispietata mia ventura
     m'a dilungato dal maggior mio bene,
     noiosa, inexorabile et superba,
     Amor col rimembrar sol mi mantene:
     onde s'io veggio in giovenil figura
     incominciarsi il mondo a vestir d'erba,
     parmi vedere in quella etate acerba
     la bella giovenetta, ch'ora e donna;
     poi che sormonta riscaldando il sole,
     parmi qual esser sole,
     fiamma d'amor che 'n cor alto s'endonna;
     ma quando il di si dole
     di lui che passo passo a dietro torni,
     veggio lei giunta a' suoi perfecti giorni.
     In ramo fronde, over viole in terra,
     mirando a la stagion che 'l freddo perde,
     et le stelle miglior' acquistan forza,
     ne gli occhi o pur le violette e 'l verde
     di ch'era nel principio de mia guerra
     Amor armato, si ch'anchor mi sforza,
     et quella dolce leggiadretta scorza
     che ricopria le pargolette membra
     dove oggi alberga l'anima gentile
     ch'ogni altro piacer vile
     sembiar mi fa: si forte mi rimembra
     del portamento humile
     ch'allor fioriva, et poi crebbe anzi agli anni,
     cagion sola et riposo de' miei affanni.
     Qualor tenera neve per li colli
     dal sol percossa veggio di lontano,
     come 'l sol neve, mi governa Amore,
     pensando nel bel viso piu che humano
     che po da lunge gli occhi miei far molli,
     ma da presso gli abbaglia, et vince il core:
     ove fra 'l biancho et l'aureo colore,
     sempre si mostra quel che mai non vide
     occhio mortal, ch'io creda, altro che 'l mio;
     et del caldo desio,
     che, quando sospirando ella sorride,
     m'infiamma si che oblio
     niente aprezza, ma diventa eterno,
     ne state il cangia, ne lo spegne il verno.
     Non vidi mai dopo nocturna pioggia
     gir per l'aere sereno stelle erranti,
     et fiammeggiar fra la rugiada e 'l gielo,
     ch'i' non avesse i begli occhi davanti
     ove la stancha mia vita s'appoggia,
     quali io gli vidi a l'ombra di un bel velo;
     et si come di lor bellezze il cielo
     splendea quel di, cosi bagnati anchora
     li veggio sfavillare, ond'io sempre ardo.
     Se 'l sol levarsi sguardo,
     sento il lume apparir che m'innamora;
     se tramontarsi al tardo,
     parmel veder quando si volge altrove
     lassando tenebroso onde si move.
     Se mai candide rose con vermiglie
     in vasel d'oro vider gli occhi miei
     allor allor da vergine man colte,
     veder pensaro il viso di colei
     ch'avanza tutte l'altre meraviglie
     con tre belle excellentie in lui raccolte:
     le bionde treccie sopra 'l collo sciolte,
     ov'ogni lacte perderia sua prova,
     e le guancie ch'adorna un dolce foco.
     Ma pur che l'ora un poco
     fior' bianchi et gialli per le piaggie mova,
     torna a la mente il loco
     e 'l primo di ch'i' vidi a l'aura sparsi
     i capei d'oro, ond'io si subito arsi,
     Ad una ad una annoverar le stelle,
     e 'n picciol vetro chiuder tutte l'acque,
     forse credea, quando in si poca carta
     novo penser di ricontar mi nacque
     in quante parti il fior de l'altre belle,
     stando in se stessa, a la sua luce sparta
     a cio che mai da lei non mi diparta:
     ne faro io; et se pur talor fuggo,
     in cielo e'n terra m'ha rachiuso i passi,
     perch'agli occhi miei lassi
     sempre e presente, ond'io tutto mi struggo.
     Et cosi meco stassi,
     ch'altra non veggio mai, ne veder bramo,
     ne 'l nome d'altra ne sospir' miei chiamo.
     Ben sai, canzon, che quant'io parlo e nulla
     al celato amoroso mio pensero,
     che di et nocte ne la mente porto,
     solo per cui conforto
     in cosi lunga guerra ancho non pero:
     che ben m'avria gia morto
     la lontananza del mio cor piangendo,
     ma quinci da la morte indugio prendo.



     Italia mia, benche 'l parlar sia indarno
     a le piaghe mortali
     che nel bel corpo tuo si spesse veggio,
     piacemi almen che ' miei sospir' sian quali
     spera 'l Tevero et l'Arno,
     e 'l Po, dove doglioso et grave or seggio.
     Rettor del cielo, io cheggio
     che la pieta che Ti condusse in terra
     Ti volga al Tuo dilecto almo paese.
     Vedi, Segnor cortese,
     di che lievi cagion' che crudel guerra;
     e i cor', che 'ndura et serra
     Marte superbo et fero,
     apri Tu, Padre, e 'ntenerisci et snoda;
     ivi fa che 'l Tuo vero,
     qual io mi sia, per la mia lingua s'oda.
     Voi cui Fortuna a posto in mano il freno
     de le belle contrade,
     di che nulla pieta par che vi stringa,
     che fan qui tante pellegrine spade?
     perche 'l verde terreno
     del barbarico sangue si depinga?
     Vano error vi lusinga:
     poco vedete, et parvi veder molto,
     che 'n cor venale amor cercate o fede.
     Qual piu gente possede,
     colui e piu da' suoi nemici avolto.
     O diluvio raccolto
     di che deserti strani
     per inondar i nostri dolci campi!
     Se da le proprie mani
     questo n'avene, or chi fia che ne scampi?
     Ben provide Natura al nostro stato,
     quando de l'Alpi schermo
     pose fra noi et la tedesca rabbia;
     ma 'l desir cieco, e 'ncontr'al suo ben fermo,
     s'e poi tanto ingegnato,
     ch'al corpo sano a procurato scabbia.
     Or dentro ad una gabbia
     fiere selvagge et mansuete gregge
     s'annidan si che sempre il miglior geme:
     et e questo del seme,
     per piu dolor, del popol senza legge,
     al qual, come si legge,
     Mario aperse si 'l fianco,
     che memoria de l'opra ancho non langue,
     quando assetato et stanco
     non piu bevve del fiume acqua che sangue.
     Cesare taccio che per ogni piaggia
     fece l'erbe sanguigne
     di lor vene, ove 'l nostro ferro mise.
     Or par, non so per che stelle maligne,
     che 'l cielo in odio n'aggia:
     vostra merce, cui tanto si commise.
     Vostre voglie divise
     guastan del mondo la piu bella parte.
     Qual colpa, qual giudicio o qual destino
     fastidire il vicino
     povero, et le fortune afflicte et sparte
     perseguire, e 'n disparte
     cercar gente et gradire,
     che sparga 'l sangue et venda l'alma a prezzo?
     Io parlo per ver dire,
     non per odio d'altrui, ne per disprezzo.
     Ne v'accorgete anchor per tante prove
     del bavarico inganno
     ch'alzando il dito colla morte scherza?
     Peggio e lo strazio, al mio parer, che 'l danno;
     ma 'l vostro sangue piove
     piu largamente, ch'altr'ira vi sferza.
     Da la matina a terza
     di voi pensate, et vederete come
     tien caro altrui che tien se cosi vile.
     Latin sangue gentile,
     sgombra da te queste dannose some;
     non far idolo un nome
     vano senza soggetto:
     che 'l furor de lassu, gente ritrosa,
     vincerne d'intellecto,
     peccato e nostro, et non natural cosa.
     Non e questo 'l terren ch'i' toccai pria?
     Non e questo il mio nido
     ove nudrito fui si dolcemente?
     Non e questa la patria in ch'io mi fido,
     madre benigna et pia,
     che copre l'un et l'altro mio parente?
     Perdio, questo la mente
     talor vi mova, et con pieta guardate
     le lagrime del popol doloroso,
     che sol da voi riposo
     dopo Dio spera; et pur che voi mostriate
     segno alcun di pietate,
     vertu contra furore
     prendera l'arme, et fia 'l combatter corto:
     che l'antiquo valore
     ne gli italici cor' non e anchor morto.
     Signor', mirate come 'l tempo vola,
     et si come la vita
     fugge, et la morte n'e sovra le spalle.
     Voi siete or qui; pensate a la partita:
     che l'alma ignuda et sola
     conven ch'arrive a quel dubbioso calle.
     Al passar questa valle
     piacciavi porre giu l'odio et lo sdegno,
     venti contrari a la vita serena;
     et quel che 'n altrui pena
     tempo si spende, in qualche acto piu degno
     o di mano o d'ingegno,
     in qualche bella lode,
     in qualche honesto studio si converta:
     cosi qua giu si gode,
     et la strada del ciel si trova aperta.
     Canzone, io t'ammonisco
     che tua ragion cortesemente dica,
     perche fra gente altera ir ti convene,
     et le voglie son piene
     gia de l'usanza pessima et antica,
     del ver sempre nemica.
     Proverai tua ventura
     fra' magnanimi pochi a chi 'l ben piace.
     Di' lor: " Chi m'assicura?
     I' vo gridando: Pace, pace, pace. "



     Di pensier in pensier, di monte in monte
     mi guida Amor, ch'ogni segnato calle
     provo contrario a la tranquilla vita.
     Se 'n solitaria piaggia, o rivo, o fonte,
     se 'nfra duo poggi siede ombrosa valle,
     ivi s'acqueta l'alma sbigottita;
     et come Amor l'envita,
     or ride, or piange, or teme, or s'assecura;
     e 'l volto che lei segue ov'ella il mena
     si turba et rasserena,
     et in un esser picciol tempo dura;
     onde a la vista huom di tal vita experto
     diria: Questo arde, et di suo stato e incerto.
     Per alti monti et per selve aspre trovo
     qualche riposo: ogni habitato loco
     e nemico mortal degli occhi miei.
     A ciascun passo nasce un penser novo
     de la mia donna, che sovente in gioco
     gira 'l tormento ch'i' porto per lei;
     et a pena vorrei
     cangiar questo mio viver dolce amaro,
     ch'i' dico: Forse anchor ti serva Amore
     ad un tempo migliore;
     forse, a te stesso vile, altrui se' caro.
     Et in questa trapasso sospirando:
     Or porrebbe esser vero? or come? or quando?
     Ove porge ombra un pino alto od un colle
     talor m'arresto, et pur nel primo sasso
     disegno co la mente il suo bel viso.
     Poi ch'a me torno, trovo il petto molle
     de la pietate; et alor dico: Ahi, lasso,
     dove se' giunto! et onde se' diviso!
     Ma mentre tener fiso
     posso al primo pensier la mente vaga,
     et mirar lei, et obliar me stesso,
     sento Amor si da presso,
     che del suo proprio error l'alma s'appaga:
     in tante parti et si bella la veggio,
     che se l'error durasse, altro non cheggio.
     I' l'o piu volte (or chi fia che mi 'l creda?)
     ne l'acqua chiara et sopra l'erba verde
     veduto viva, et nel tronchon d'un faggio
     e 'n bianca nube, si fatta che Leda
     avria ben detto che sua figlia perde,
     come stella che 'l sol copre col raggio;
     et quanto in piu selvaggio
     loco mi trovo e 'n piu deserto lido,
     tanto piu bella il mio pensier l'adombra.
     Poi quando il vero sgombra
     quel dolce error, pur li medesmo assido
     me freddo, pietra morta in pietra viva,
     in guisa d'uom che pensi et pianga et scriva.
     Ove d'altra montagna ombra non tocchi,
     verso 'l maggiore e 'l piu expedito giogo
     tirar mi suol un desiderio intenso;
     indi i miei danni a misurar con gli occhi
     comincio, e 'ntanto lagrimando sfogo
     di dolorosa nebbia il cor condenso,
     alor ch'i' miro et penso,
     quanta aria dal bel viso mi diparte
     che sempre m'e si presso et si lontano.
     Poscia fra me pian piano:
     Che sai tu, lasso! forse in quella parte
     or di tua lontananza si sospira.
     Et in questo penser l'alma respira.
     Canzone, oltra quell'alpe
     la dove il ciel e piu sereno et lieto
     mi rivedrai sovr'un ruscel corrente,
     ove l'aura si sente
     d'un fresco et odorifero laureto.
     Ivi e 'l mio cor, et quella che 'l m'invola;
     qui veder poi l'imagine mia sola.



     Poi che 'l camin m'e chiuso di Mercede,
     per desperata via son dilungato
     da gli occhi ov'era, i' non so per qual fato,
     riposto il guidardon d'ogni mia fede.
     Pasco 'l cor di sospir', ch'altro non chiede,
     e di lagrime vivo a pianger nato:
     ne di cio duolmi, perche in tale stato
     e dolce il pianto piu ch'altri non crede.
     Et sol ad una imagine m'attegno,
     che fe' non Zeusi, o Prasitele, o Fidia,
     ma miglior mastro, et di piu alto ingegno.
     Qual Scithia m'assicura, o qual Numidia,
     s'anchor non satia del mio exsilio indegno,
     cosi nascosto mi ritrova Invidia?



     Io canterei d'amor si novamente
     ch'al duro fiancho il di mille sospiri
     trarrei per forza, et mille alti desiri
     raccenderei ne la gelata mente;
     e 'l bel viso vedrei cangiar sovente,
     et bagnar gli occhi, et piu pietosi giri
     far, come suol chi de gli altrui martiri
     et del suo error quando non val si pente;
     et le rose vermiglie in fra le neve
     mover da l'ora, et discovrir l'avorio
     che fa di marmo chi da presso 'l guarda;
     e tutto quel per che nel viver breve
     non rincresco a me stesso, anzi mi glorio
     d'esser servato a la stagion piu tarda.



     S'amor non e, che dunque e quel ch'io sento?
     Ma s'egli e amor, perdio, che cosa et quale?
     Se bona, onde l'effecto aspro mortale?
     Se ria, onde si dolce ogni tormento?
     S'a mia voglia ardo, onde 'l pianto e lamento?
     S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
     O viva morte, o dilectoso male,
     come puoi tanto in me, s'io no 'l consento?
     Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
     Fra si contrari venti in frale barca
     mi trovo in alto mar senza governo,
     si lieve di saver, d'error si carca
     ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio,
     et tremo a mezza state, ardendo il verno.



     Amor m'a posto come segno a strale,
     come al sol neve, come cera al foco,
     et come nebbia al vento; et son gia roco,
     donna, merce chiamando, et voi non cale.
     Da gli occhi vostri uscio 'l colpo mortale,
     contra cui non mi val tempo ne loco;
     da voi sola procede, et parvi un gioco,
     il sole e 'l foco e 'l vento ond'io son tale.
     I pensier' son saette, e 'l viso un sole,
     e 'l desir foco; e 'nseme con quest'arme
     mi punge Amor, m'abbaglia et mi distrugge;
     et l'angelico canto et le parole,
     col dolce spirto ond'io non posso aitarme,
     son l'aura inanzi a cui mia vita fugge.



     Pace non trovo, et non o da far guerra;
     e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
     et volo sopra 'l cielo, et giaccio in terra;
     et nulla stringo, et tutto 'l mondo abbraccio.
     Tal m'a in pregion, che non m'apre ne serra,
     ne per suo mi riten ne scioglie il laccio;
     et non m'ancide Amore, et non mi sferra,
     ne mi vuol vivo, ne mi trae d'impaccio.
     Veggio senza occhi, et non o lingua et grido;
     et bramo di perir, et cheggio aita;
     et o in odio me stesso, et amo altrui.
     Pascomi di dolor, piangendo rido;
     egualmente mi spiace morte et vita:
     in questo stato son, donna, per voi.



     Qual piu diversa et nova
     cosa fu mai in qual che stranio clima,
     quella, se ben s'estima,
     piu mi rasembra: a tal son giunto, Amore.
     La onde il di ven fore,
     vola un augel che sol senza consorte
     di volontaria morte
     rinasce, et tutto a viver si rinova.
     Cosi sol si ritrova
     lo mio voler, et cosi in su la cima
     de' suoi alti pensieri al sol si volve,
     et cosi si risolve,
     et cosi torna al suo stato di prima:
     arde, et more, et riprende i nervi suoi,
     et vive poi con la fenice a prova.
     Una petra e si ardita
     la per l'indico mar, che da natura
     tragge a se il ferro e 'l fura
     dal legno, in guisa che ' navigi affonde.
     Questo prov'io fra l'onde
     d'amaro pianto, che quel bello scoglio
     a col suo duro argoglio
     condutta ove affondar conven mia vita:
     cosi l'alm'a sfornita
     (furando 'l cor che fu gia cosa dura,
     et me tenne un, ch'or son diviso et sparso)
     un sasso a trar piu scarso
     carne che ferro. O cruda mia ventura,
     che 'n carne essendo, veggio trarmi a riva
     ad una viva dolce calamita!
     Ne l'extremo occidente
     una fera e soave et queta tanto
     che nulla piu, ma pianto
     et doglia et morte dentro agli occhi porta:
     molto convene accorta
     esser qual vista mai ver' lei si giri;
     pur che gli occhi non miri,
     l'altro puossi veder securamente.
     Ma io incauto, dolente,
     corro sempre al mio male, et so ben quanto
     n'o sofferto, et n'aspetto; ma l'engordo
     voler ch'e cieco et sordo
     si mi trasporta, che 'l bel viso santo
     et gli occhi vaghi fien cagion ch'io pera,
     di questa fera angelica innocente.
     Surge nel mezzo giorno
     una fontana, e tien nome dal sole,
     che per natura sole
     bollir le notti, e 'n sul giorno esser fredda;
     e tanto si raffredda
     quanto 'l sol monta, et quanto e piu da presso.
     Cosi aven a me stesso,
     che son fonte di lagrime et soggiorno:
     quando 'l bel lume adorno
     ch'e 'l mio sol s'allontana, et triste et sole
     son le mie luci, et notte oscura e loro,
     ardo allor; ma se l'oro
     e i rai veggio apparir del vivo sole,
     tutto dentro et di for sento cangiarme,
     et ghiaccio farme, cosi freddo torno.
     Un'altra fonte a Epiro,
     di cui si scrive ch'essendo fredda ella,
     ogni spenta facella
     accende, et spegne qual trovasse accesa.
     L'anima mia, ch'offesa
     anchor non era d'amoroso foco,
     appressandosi un poco
     a quella fredda, ch'io sempre sospiro,
     arse tutta: et martiro
     simil gia mai ne sol vide, ne stella,
     ch'un cor di marmo a pieta mosso avrebbe;
     poi che 'nfiammata l'ebbe,
     rispensela vertu gelata et bella.
     Cosi piu volte a 'l cor racceso et spento:
     i' 'l so che 'l sento, et spesso me 'nadiro.
     Fuor tutti nostri lidi,
     ne l'isole famose di Fortuna,
     due fonti a: chi de l'una
     bee, mor ridendo; et chi de l'altra, scampa.
     Simil fortuna stampa
     mia vita, che morir poria ridendo,
     del gran piacer ch'io prendo,
     se nol temprassen dolorosi stridi.
     Amor, ch'anchor mi guidi
     pur a l'ombra di fama occulta et bruna,
     tacerem questa fonte, ch'ognor piena,
     ma con piu larga vena
     veggiam, quando col Tauro il sol s'aduna:
     cosi gli occhi miei piangon d'ogni tempo,
     ma piu nel tempo che madonna vidi.
     Chi spiasse, canzone
     quel ch'i' fo, tu poi dir: Sotto un gran sasso
     in una chiusa valle, ond'esce Sorga,
     si sta; ne chi lo scorga
     v'e, se no Amor, che mai nol lascia un passo,
     et l'immagine d'una che lo strugge,
     che per se fugge tutt'altre persone.



     Fiamma dal ciel su le tue treccie piova,
     malvagia, che dal fiume et da le ghiande
     per l'altrui impoverir se' ricca et grande,
     poi che di mal oprar tanto ti giova;
     nido di tradimenti, in cui si cova
     quanto mal per lo mondo oggi si spande,
     de vin serva, di lecti et di vivande,
     in cui Luxuria fa l'ultima prova.
     Per le camere tue fanciulle et vecchi
     vanno trescando, et Belzebub in mezzo
     co' mantici et col foco et co li specchi.
     Gia non fustu nudrita in piume al rezzo,
     ma nuda al vento, et scalza fra gli stecchi:
     or vivi si ch'a Dio ne venga il lezzo.



     L'avara Babilonia a colmo il sacco
     d'ira di Dio, e di vitii empii et rei,
     tanto che scoppia, ed a fatti suoi dei
     non Giove et Palla, ma Venere et Bacco.
     Aspectando ragion mi struggo et fiacco;
     ma pur novo soldan veggio per lei,
     lo qual fara, non gia quand'io vorrei,
     sol una sede, et quella fia in Baldacco.
     Gl'idoli suoi sarranno in terra sparsi,
     et le torre superbe, al ciel nemiche,
     e i suoi torrer' di for come dentro arsi.
     Anime belle et di virtute amiche
     terranno il mondo; et poi vedrem lui farsi
     aureo tutto, et pien de l'opre antiche.



     Fontana di dolore, albergo d'ira,
     scola d'errori, et templo d'eresia,
     gia Roma, or Babilonia falsa et ria,
     per cui tanto si piange et si sospira;
     o fucina d'inganni, o pregion dira,
     ove 'l ben more, e 'l mal si nutre et cria,
     di vivi inferno, un gran miracol fia
     se Cristo teco alfine non s'adira.
     Fondata in casta et humil povertate,
     contra' tuoi fondatori alzi le corna,
     putta sfacciata: et dove ai posto spene?
     Ne gli adulteri tuoi? ne le mal nate
     richezze tante? Or Constantin non torna;
     ma tolga il mondo tristo che 'l sostene.



     Quanto piu disiose l'ali spando
     verso di voi, o dolce schiera amica,
     tanto Fortuna con piu visco intrica
     il mio volare, et gir mi face errando.
     Il cor che mal suo grado a torno mando,
     e con voi sempre in quella valle aprica,
     ove 'l mar nostro piu la terra implica;
     l'altrier da lui partimmi lagrimando.
     I' da man manca, e' tenne il camin dritto;
     i' tratto a forza, et e' d'Amore scorto;
     egli in Ierusalem, et io in Egipto.
     Ma sofferenza e nel dolor conforto;
     che per lungo uso, gia fra noi prescripto,
     il nostro esser insieme e raro et corto.



     Amor, che nel penser mio vive et regna
     e 'l suo seggio maggior nel mio cor tene,
     talor armato ne la fronte vene,
     ivi si loca, et ivi pon sua insegna.
     Quella ch'amare et sofferir ne 'nsegna
     e vol che 'l gran desio, l'accesa spene,
     ragion, vergogna et reverenza affrene,
     di nostro ardir fra se stessa si sdegna.
     Onde Amor paventoso fugge al core,
     lasciando ogni sua impresa, et piange, et trema;
     ivi s'asconde, et non appar piu fore.
     Che poss'io far, temendo il mio signore,
     se non star seco infin a l'ora extrema?
     Che bel fin fa chi ben amando more.



     Come talora al caldo tempo sole
     semplicetta farfalla al lume avezza
     volar negli occhi altrui per sua vaghezza,
     onde aven ch'ella more, altri si dole:
     cosi sempre io corro al fatal mio sole
     degli occhi onde mi ven tanta dolcezza
     che 'l fren de la ragion Amor non prezza,
     e chi discerne e vinto da chi vole.
     E veggio ben quant'elli a schivo m'anno,
     e so ch'i' ne morro veracemente,
     che mia vertu non po contra l'affanno;
     ma si m'abbaglia Amor soavemente,
     ch'i' piango l'altrui noia, et no 'l mio danno;
     et cieca al suo morir l'alma consente.



     A la dolce ombra de le belle frondi
     corsi fuggendo un dispietato lume
     che'nfin qua giu m'ardea dal terzo cielo;
     et disgombrava gia di neve i poggi
     l'aura amorosa che rinova il tempo,
     et fiorian per le piagge l'erbe e i rami.
     Non vide il mondo si leggiadri rami,
     ne mosse il vento mai si verdi frondia me si mostrar quel primo tempo:
     tal che, temendo de l'ardente lume,
     non volsi al mio refugio ombra di poggi,
     ma de la pianta piu gradita in cielo.
     Un lauro mi difese allor dal cielo,
     onde piu volte vago de' bei rami
     da po' son gito per selve et per poggi;
     ne gia mai ritrovai tronco ne frondi
     tanto honorate dal supremo lume
     che non mutasser qualitate a tempo.
     Pero piu fermo ognor di tempo in tempo,
     seguendo ove chiamar m'udia dal cielo
     e scorto d'un soave et chiaro lume,
     tornai sempre devoto ai primi rami
     et quando a terra son sparte le frondi
     et quando il sol fa verdeggiar i poggi.
     Selve, sassi, campagne, fiumi et poggi,
     quanto e creato, vince et cangia il tempo:
     ond'io cheggio perdono a queste frondi,
     se rivolgendo poi molt'anni il cielo
     fuggir disposi gl' invescati rami
     tosto ch'incominciai di veder lume.
     Tanto mi piacque prima il dolce lume
     ch'i' passai con diletto assai gran poggi
     per poter appressar gli amati rami:
     ora la vita breve e 'l loco e 'l tempo
     mostranmi altro sentier di gire al cielo
     et di far frutto, non pur fior' et frondi.
     Altr'amor, altre frondi et altro lume,
     altro salir al ciel per altri poggi
     cerco, che n'e ben tempo, et altri rami.



     Quand'io v'odo parlar si dolcemente
     com'Amor proprio a' suoi seguaci instilla,
     l'acceso mio desir tutto sfavilla,
     tal che 'nfiammar devria l'anime spente.
     Trovo la bella donna allor presente,
     ovunque mi fu mai dolce o tranquilla
     ne l'habito ch'al suon non d'altra squilla
     ma di sospir' mi fa destar sovente.
     Le chiome a l'aura sparse, et lei conversa
     indietro veggio; et cosi bella riede
     nel cor, come colei che tien la chiave.
     Ma 'l soverchio piacer, che s'atraversa
     a la mia lingua, qual dentro ella siede
     di mostrarla in palese ardir non ave.



     Ne cosi bello il sol gia mai levarsi
     quando 'l ciel fosse piu de nebbia scarco,
     ne dopo pioggia vidi 'l celeste arco
     per l'aere in color' tanti variarsi,
     in quanti fiammeggiando trasformarsi,
     nel di ch'io presi l'amoroso incarco,
     quel viso al quale, et son nel mio dir parco,
     nulla cosa mortal pote aguagliarsi.
     I' vidi Amor che ' begli occhi volgea
     soave si, ch'ogni altra vista oscura
     da indi in qua m'incomincio apparere.
     Segnuccio, i' 'l vidi, et l'arco che tendea,
     tal che mia vita poi non fu secura,
     et e si vaga ancor del rivedere.



     Pommi ove 'l sole occide i fiori et l'erba,
     o dove vince lui il ghiaccio et la neve;
     ponmi ov'e 'l carro suo temprato et leve,
     et ov'e chi ce 'l rende, o chi ce 'l serba;
     ponmi in humil fortuna, od in superba,
     al dolce aere sereno, al fosco et greve;
     ponmi a la notte, al di lungo ed al breve,
     a la matura etate od a l'acerba;
     ponmi in cielo, od in terra, od in abisso,
     in alto poggio, in valle ima et palustre,
     libero spirto, od a' suoi membri affisso;
     ponmi con fama oscura, o con illustre:
     saro qual fui, vivro com'io son visso,
     continuando il mio sospir trilustre.



     O d'ardente vertute ornata et calda
     alma gentil chui tante carte vergo;
     o sol gia d'onestate intero albergo,
     torre in alto valor fondata et salda;
     o fiamma, o rose sparse in dolce falda
     di viva neve, in ch'io mi specchio e tergo;
     o piacer onde l'ali al bel viso ergo,
     che luce sovra quanti il sol ne scalda:
     del vostro nome, se mie rime intese
     fossin si lunge, avrei pien Tyle et Battro,
     la Tana e 'l Nilo, Athlante, Olimpo et Calpe.
     Poi che portar nol posso in tutte et quattro
     parti del mondo, udrallo il bel paese
     ch'Appennin parte, e 'l mar circonda et l'Alpe.



     Quando 'l voler che con duo sproni ardenti,
     et con un duro fren, mi mena et regge
     trapassa ad or ad or l'usata legge
     per far in parte i miei spirti contenti,
     trova chi le paure et gli ardimenti
     del cor profondo ne la fronte legge,
     et vede Amor che sue imprese corregge
     folgorar ne' turbati occhi pungenti.
     Onde, come collui che 'l colpo teme
     di Giove irato, si ritragge indietro:
     che di gran temenza gran desire affrena.
     Ma freddo foco et paventosa speme
     de l'alma che traluce come un vetro
     talor sua dolce vista rasserena.



     Non Tesin, Po, Varo, Adige et Tebro,
     Eufrate, Tigre, Nilo, Hermo, Indo et Gange,
     Tana, Histro, Alpheo, Garona, e 'l mar che frange,
     Rodano, Hibero, Ren, Sena, Albia, Era, Hebro;
     non edra, abete, pin, faggio, o genebro,
     poria 'l foco allentar che 'l cor tristo ange,
     quant'un bel rio ch'ad ognor meco piange,
     co l'arboscel che 'n rime orno et celebro.
     Questo un soccorso trovo tra gli assalti
     d'Amore, ove conven ch'armato viva
     la vita che trapassa a si gran salti.
     Cosi cresca il bel lauro in fresca riva,
     et chi 'l pianto pensier' leggiadri et alti
     ne la dolce ombra al suon de l'acque scriva.



     Di tempo in tempo mi si fa men dura
     l'angelica figura e 'l dolce riso,
     et l'aria del bel viso
     e degli occhi leggiadri meno oscura.
     Che fanno meco omai questi sospiri
     che nascean di dolore
     et mostravan di fore
     la mia angosciosa et desperata vita?
     S'aven che 'l volto in quella parte giri
     per acquetare il core,
     parmi vedere Amore
     mantener mia ragion, et darmi aita:
     ne pero trovo anchor guerra finita,
     ne tranquillo ogni stato del cor mio,
     che piu m'arde 'l desio,
     quanto piu la speranza m'assicura.



     " Che fai alma? che pensi? avrem mai pace?
     avrem mai tregua? od avrem guerra eterna? "
     " Che fia di noi, non so; ma, in quel ch'io scerna,
     a' suoi begli occhi il mal nostro non piace. "
     " Che pro, se con quelli occhi ella ne face
     di state un ghiaccio, un foco quando inverna? "
     " Ella non, ma colui che gli governa. "
     " Questo ch'e a noi, s'ella s'el vede, et tace? "
     " Talor tace la lingua, e 'l cor si lagna
     ad alta voce, e 'n vista asciutta et lieta,
     piange dove mirando altri non 'l vede. "
     " Per tutto cio la mente non s'acqueta,
     rompendo il duol che 'n lei s'accoglie et stagna,
     ch'a gran speranza huom misero non crede.



     Non d'atra et tempestosa onda marina
     fuggio in porto gia mai stanco nocchiero,
     com'io dal fosco et torbido pensero
     fuggo ove 'l gran desio mi sprona e 'nchina.
     Ne mortal vista mai luce divina
     vinse, come la mia quel raggio altero
     del bel dolce soave bianco et nero,
     in che i suoi strali Amor dora et affina.
     Cieco non gia, ma pharetrato il veggo;
     nudo, se non quanto vergogna il vela;
     garzon con ali: non pinto, ma vivo.
     Indi mi mostra quel ch'a molti cela,
     ch'a parte a parte entro a' begli occhi leggo
     quant'io parlo d'Amore, et quant'io scrivo.



     Questa humil fera, un cor di tigre o d'orsa,
     che 'n vista humana e 'n forma d'angel vene,
     in riso e 'n pianto, fra paura et spene
     mi rota si ch'ogni mio stato inforsa.
     Se 'n breve non m'accoglie o non mi smorsa,
     ma pur come suol far tra due mi tene,
     per quel ch'io sento al cor gir fra le vene
     dolce veneno, Amor, mia vita e corsa.
     Non po piu la vertu fragile et stanca
     tante varietati omai soffrire,
     che 'n un punto arde, agghiaccia, arrossa e 'nbianca.
     Fuggendo spera i suoi dolor' finire,
     come colei che d'ora in hora manca:
     che ben po nulla chi non po morire.



     Ite, caldi sospiri, al freddo core,
     rompete il ghiaccio che Pieta contende,
     et se prego mortale al ciel s'intende,
     morte o merce sia fine al mio dolore.
     Ite, dolci penser', parlando fore
     di quello ove 'l bel guardo non s'estende:
     se pur sua asprezza o mia stella n'offende,
     sarem fuor di speranza et fuor d'errore.
     Dir se po ben per voi, non forse a pieno,
     che 'l nostro stato e inquieto et fosco,
     si come 'l suo pacifico et sereno.
     Gite securi omai, ch'Amor ven vosco;
     et ria fortuna po ben venir meno,
     s'ai segni del mio sol l'aere conosco.



     Le stelle, il cielo et gli elementi a prova
     tutte lor arti et ogni extrema cura
     poser nel vivo lume, in cui Natura
     si specchia, e 'l Sol ch'altrove par non trova.
     L'opra e si altera, si leggiadra et nova
     che mortal guardo in lei non s'assecura:
     tanta negli occhi bei for di misura
     par ch'Amore et dolcezza et gratia piova.
     L'aere percosso da' lor dolci rai
     s'infiamma d'onestate, et tal diventa,
     che 'l dir nostro e 'l penser vince d'assai.
     Basso desir non e ch'ivi si senta,
     ma d'onor, di vertute: or quando mai
     fu per somma belta vil voglia spenta?



     Non fur ma' Giove et Cesare si mossi,
     a folminar collui, questo a ferire,
     che Pieta non avesse spente l'ire,
     e lor de l'usate arme ambeduo scossi.
     Piangea madonna, e 'l mio signor ch'i' fossi
     volse a vederla, et i suoi lamenti a udire,
     per colmarmi di doglia et di desire,
     et ricercarmi le medolle et gli ossi.
     Quel dolce pianto mi depinse Amore,
     anzi scolpio, et que' detti soavi
     mi scrisse entro un diamante in mezzo 'l core;
     ove con salde ed ingegnose chiavi
     ancor torna sovente a trarne fore
     lagrime rare et sospir' lunghi et gravi.



     I' vidi in terra angelici costumi
     et celesti bellezze al mondo sole,
     tal che di rimembrar mi giova et dole,
     che quant'io miro par sogni, ombre et fumi;
     et vidi lagrimar que' duo bei lumi,
     ch'an fatto mille volte invidia al sole;
     et udi' sospirando dir parole
     che farian gire i monti et stare i fiumi.
     Amor, Senno, Valor, Pietate, et Doglia
     facean piangendo un piu dolce concento
     d'ogni altro che nel mondo udir si soglia;
     ed era il cielo a l'armonia si intento
     che non se vedea in ramo mover foglia,
     tanta dolcezza avea pien l'aere e 'l vento.



     Quel sempre acerbo et honorato giorno
     mando si al cor l'imagine sua viva
     che 'ngegno o stil non fia mai che 'l descriva,
     ma spesso a lui co la memoria torno.
     L'atto d'ogni gentil pietate adorno,
     e 'l dolce amaro lamentar ch'i' udiva,
     facean dubbiar, se mortal donna o diva
     fosse che 'l ciel rasserenava intorno.
     La testa or fino, et calda neve il volto,
     hebeno i cigli, et gli occhi eran due stelle,
     onde Amor l'arco non tendeva in fallo;
     perle et rose vermiglie, ove l'accolto
     dolor formava ardenti voci et belle;
     fiamma i sospir', le lagrime cristallo.



     Ove ch'i' posi gli occhi lassi o giri
     per quetar la vaghezza che gli spinge,
     trovo chi bella donna ivi depinge
     per far sempre mai verdi i miei desiri.
     Con leggiadro dolor par ch'ella spiri
     alta pieta che gentil core stringe:
     oltra la vista, agli orecchi orna e 'nfinge
     sue voci vive et suoi sancti sospiri.
     Amor e 'l ver fur meco a dir che quelle
     ch'i' vidi, eran bellezze al mondo sole,
     mai non vedute piu sotto le stelle.
     Ne si pietose et si dolci parole
     s'udiron mai, ne lagrime si belle
     di si belli occhi uscir vide mai 'l sole.



     In qual parte del ciel, in quale idea
     era l'exempio, onde Natura tolse
     quel bel viso leggiadro, in ch'ella volse
     mostrar qua giu quanto lassu potea?
     Qual nimpha in fonti, in selve mai qual dea,
     chiome d'oro si fino a l'aura sciolse?
     quando un cor tante in se vertuti accolse?
     benche la somma e di mia morte rea.
     Per divina bellezza indarno mira
     chi gli occhi de costei gia mai non vide
     come soavemente ella gli gira;
     non sa come Amor sana, et come ancide,
     chi non sa come dolce ella sospira,
     et come dolce parla, et dolce ride.



     Amor et io si pien' di meraviglia
     come chi mai cosa incredibil vide,
     miriam costei quand'ella parla o ride
     che sol se stessa, et nulla altra, simiglia.
     Dal bel seren de le tranquille ciglia
     sfavillan si le mie due stelle fide,
     ch'altro lume non e ch'infiammi et guide
     chi d'amar altamente si consiglia.
     Qual miracolo e quel, quando tra l'erba
     quasi un fior siede, over quand'ella preme
     col suo candido seno un verde cespo!
     Qual dolcezza e ne la stagione acerba
     vederla ir sola co i pensier' suoi inseme,
     tessendo un cerchio a l'oro terso et crespo!



     O passi sparsi, o pensier' vaghi et pronti,
     o tenace memoria, o fero ardore,
     o possente desire, o debil core,
     oi occhi miei, occhi non gia, ma fonti!
     O fronde, honor de le famose fronti,
     o sola insegna al gemino valore!
     O faticosa vita, o dolce errore,
     che mi fate ir cercando piagge et monti!
     O bel viso ove Amor inseme pose
     gli sproni e 'l fren ond'el mi punge et volve,
     come a lui piace, et calcitrar non vale!
     O anime gentili et amorose,
     s'alcuna a 'l mondo, et voi nude ombre et polve,
     deh ristate a veder quale e 'l mio male.



     Lieti fiori et felici, et ben nate herbe
     che madonna pensando premer sole;
     piaggia ch'ascolti sue dolci parole,
     et del bel piede alcun vestigio serbe;
     schietti arboscelli et verdi frondi acerbe,
     amorosette et pallide viole;
     ombrose selve, ove percote il sole
     che vi fa co' suoi raggi alte et superbe;
     o soave contrada, o puro fiume,
     che bagni il suo bel viso et gli occhi chiari
     et prendi qualita dal vivo lume;
     quanto v'invidio gli atti honesti et cari!
     Non fia in voi scoglio omai che per costume
     d'arder co la mia fiamma non impari.



     Amor, che vedi ogni pensero aperto
     e i duri passi onde tu sol mi scorgi,
     nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi,
     a te palese, a tutt'altri coverto.
     Sai quel che per seguirte o gia sofferto:
     et tu pur via di poggio in poggio sorgi,
     di giorno in giorno, et di me non t'accorgi
     che son si stanco, e 'l sentier m'e troppo erto.
     Ben veggio io di lontano il dolce lume
     ove aspre vie mi sproni et giri,
     ma non o come tu da volar piume.
     Assai contenti lasci i miei desiri,
     pur che ben desiando i' mi consume,
     ne le dispiaccia che per lei sospiri.



     Or che 'l ciel et la terra e 'l vento tace
     et le fere e gli augelli il sonno affrena,
     Notte il carro stellato in giro mena
     et nel suo letto il mar senz'onda giace,
     veggio, penso, ardo, piango; et chi mi sface
     sempre m'e inanzi per mia dolce pena:
     guerra e 'l mio stato, d'ira et di duol piena,
     et sol di lei pensando o qualche pace.
     Cosi sol d'una chiara fonte viva
     move 'l dolce et l'amaro ond'io mi pasco;
     una man sola mi risana et punge;
     e perche 'l mio martir non giunga a riva,
     mille volte il di moro et mille nasco,
     tanto da la salute mia son lunge.



     Come 'l candido pie' per l'erba fresca
     i dolci passi honestamente move,
     vertu che 'ntorno i fiori apra et rinove,
     de le tenere piante sue par ch'esca.
     Amor che solo i cor' leggiadri invesca
     ne degna di provar sua forza altrove,
     da' begli occhi un piacer si caldo piove
     ch'i' non curo altro ben ne bramo altr'esca.
     Et co l'andar et col soave sguardo
     s'accordan le dolcissime parole,
     et l'atto mansueto, humile et tardo.
     Di tai quattro faville, et non gia sole,
     nasce 'l gran foco, di ch'io vivo et ardo,
     che son fatto un augel notturno al sole.



     S'i' fussi stato fermo a la spelunca
     la dove Apollo divento profeta,
     Fiorenza avria forse oggi il suo poeta,
     non pur Verona et Mantoa et Arunca;
     ma perche 'l mio terren piu non s'ingiunca
     de l'humor di quel sasso, altro pianeta
     conven ch'i' segua, et del mio campo mieta
     lappole et stecchi co la falce adunca.
     L'oliva e secca, et e rivolta altrove
     l'acqua che di Parnaso si deriva,
     per cui in alcun tempo ella fioriva.
     Cosi sventura over colpa mi priva
     d'ogni buon fructo, se l'etterno Giove
     de la sua gratia sopra me non piove.



     Quando Amor i belli occhi a terra inchina
     e i vaghi spirti in un sospiro accoglie
     co le sue mani, et poi in voce gli scioglie,
     chiara, soave, angelica, divina,
     sento far del mio cor dolce rapina,
     et si dentro cangiar penseri et voglie,
     ch'i' dico: Or fien di me l'ultime spoglie,
     se 'l ciel si honesta morte mi destina.
     Ma 'l suon che di dolcezza i sensi lega
     col gran desir d'udendo esser beata
     l'anima al dipartir presta raffrena.
     Cosi mi vivo, et cosi avolge et spiega
     lo stame de la vita che m'e data,
     questa sola fra noi del ciel sirena.



     Amor mi manda quel dolce pensero
     che secretario anticho e fra noi due,
     et mi conforta, et dice che non fue
     mai come or presto a quel ch'io bramo et spero.
     Io, che talor menzogna et talor vero
     o ritrovato le parole sue,
     non so s'i' 'l creda, et vivomi intra due,
     ne si ne no nel cor mi sona intero.
     In questa passa 'l tempo, et ne lo specchio
     mi veggio andar ver' la stagion contraria
     a sua impromessa, et a la mia speranza.
     Or sia che po: gia sol io non invecchio;
     gia per etate il mio desir non varia;
     ben temo il viver breve che n'avanza.



     Pien d'un vago penser che me desvia
     da tutti gli altri, et fammi al mondo ir solo,
     ad or ad ora a me stesso m'involo
     pur lei cercando che fuggir devria;
     et veggiola passar si dolce et ria
     che l'alma trema per levarsi a volo,
     tal d'armati sospir' conduce stuolo
     questa bella d'Amor nemica, et mia.
     Ben s'i' non erro di pietate un raggio
     scorgo fra 'l nubiloso, altero ciglio,
     che 'n parte rasserena il cor doglioso:
     allor raccolgo l'alma, et poi ch'i' aggio
     di scovrirle il mio mal preso consiglio,
     tanto gli o a dir, che 'ncominciar non oso.



     Piu volte gia dal bel sembiante humano
     o preso ardir co le mie fide scorte
     d'assalir con parole honeste accorte
     la mia nemica in atto humile et piano.
     Fanno poi gli occhi suoi mio penser vano
     perch'ogni mia fortuna, ogni mia sorte,
     mio ben, mio male, et mia vita, et mia morte,
     quei che solo il po far, l'a posto in mano.
     Ond'io non pote' mai formar parola
     ch'altro che da me stesso fosse intesa:
     cosi m'ha fatto Amor tremante et fioco.
     E veggi' or ben che caritate accesa
     lega la lingua altrui, gli spirti invola:
     chi po dir com'egli arde, e 'n picciol foco.



     Giunto m'a Amor fra belle et crude braccia,
     che m'ancidono a torto; et s'io mi doglio,
     doppia 'l martir; onde pur, com'io soglio,
     il meglio e ch'io mi mora amando, et taccia:
     che poria questa il Ren qualor piu agghiaccia
     arder con gli occhi, et rompre ogni aspro scoglio;
     et a si egual a le bellezze orgoglio,
     che di piacer altrui par che le spiaccia.
     Nulla posso levar io per mi' 'ngegno
     del bel diamante, ond'ell'a il cor si duro;
     l'altro e d'un marmo che si mova et spiri:
     ned ella a me per tutto 'l suo disdegno
     torra gia mai, ne per sembiante oscuro,
     le mie speranze, e i miei dolci sospiri.



     O Invidia nimica di vertute,
     ch'a' bei principii volentier contrasti,
     per qual sentier cosi tacita intrasti
     in quel bel petto, et con qual' arti il mute?
     Da radice n'ai svelta mia salute:
     troppo felice amante mi mostrasti
     a quella che' miei preghi humili et casti
     gradi alcun tempo, or par ch'odi et refute.
     Ne pero che con atti acerbi et rei
     del mio ben pianga, et del mio pianger rida,
     poria cangiar sol un de' pensier' mei;
     non, perche mille volte il di m'ancida,
     fia ch'io non l'ami, et ch'i' non speri in lei:
     che s'ella mi spaventa, Amor m'affida.



     Mirando 'l sol de' begli occhi sereno,
     ove e chi spesso i miei depinge et bagna,
     dal cor l'anima stanca si scompagna
     per gir nel paradiso suo terreno.
     Poi trovandol di dolce et d'amar pieno,
     quant'al mondo si tesse, opra d'aragna
     vede: onde seco et con Amor si lagna,
     ch'a si caldi gli spron', si duro 'l freno.
     Per questi extremi duo contrari et misti,
     or con voglie gelate, or con accese
     stassi cosi fra misera et felice;
     ma pochi lieti, et molti penser' tristi,
     e 'l piu si pente de l'ardite imprese:
     tal frutto nasce di cotal radice.



     Fera stella (se 'l cielo a forza in noi
     quant'alcun crede) fu sotto ch'io nacqui,
     et fera cuna, dove nato giacqui,
     et fera terra, ove' pie' mossi poi;
     et fera donna, che con gli occhi suoi,
     et con l'arco a cui sol per segno piacqui,
     fe' la piaga onde, Amor, teco non tacqui,
     che con quell'arme risaldar la poi.
     Ma tu prendi a diletto i dolor' miei:
     ella non gia, perche non son piu duri,
     e 'l colpo e di saetta, et non di spiedo.
     Pur mi consola che languir per lei
     meglio e, che gioir d'altra; et tu me 'l giuri
     per l'orato tuo strale, et io tel credo.



     Quando mi vene inanzi il tempo e 'l loco
     ov'i' perdei me stesso, e 'l caro nodo
     ond'Amor di sua man m'avinse in modo
     che l'amar mi fe' dolce, e 'l pianger gioco,
     solfo et esca son tutto, e 'l cor un foco
     da quei soavi spirti, i quai sempre odo,
     acceso dentro si, ch'ardendo godo,
     et di cio vivo, et d'altro mi cal poco.
     Quel sol, che solo agli occhi miei resplende,
     co i vaghi raggi anchor indi mi scalda
     a vespro tal qual era oggi per tempo;
     et cosi di lontan m'alluma e 'ncende,
     che la memoria ad ognor fresca et salda
     pur quel nodo mi mostra e 'l loco e 'l tempo.



     Per mezz'i boschi inhospiti et selvaggi,
     onde vanno a gran rischio uomini et arme,
     vo securo io, che non po spaventarme
     altri che 'l sol ch'a d'amor vivo i raggi;
     et vo cantando (o penser' miei non saggi!)
     lei che 'l ciel non poria lontana farme,
     ch'i' l'o negli occhi, et veder seco parme
     donne et donzelle, et son abeti et faggi.
     Parme d'udirla, udendo i rami et l'ore
     et le frondi, et gli augei lagnarsi, et l'acque
     mormorando fuggir per l'erba verde.
     Raro un silentio, un solitario horrore
     d'ombrosa selva mai tanto mi piacque:
     se non che dal mio sol troppo si perde.



     Mille piagge in un giorno et mille rivi
     mostrato m'a per la famosa Ardenna
     Amor, ch'a' suoi le piante e i cori impenna
     per fargli al terzo ciel volando ir vivi.
     Dolce m'e sol senz'arme esser stato ivi,
     dove armato fier Marte, et non acenna,
     quasi senza governo et senza antenna
     legni in mar, pien di penser' gravi et schivi.
     Pur giunto al fin de la giornata oscura,
     rimembrando ond'io vegno, et con quai piume,
     sento di troppo ardir nascer paura.
     Ma 'l bel paese e 'l difectoso fiume
     con serena accoglienza rassecura
     il cor gia volto ov'abita il suo lume.



     Amor mi sprona in un tempo et affrena,
     assecura et spaventa, arde et agghiaccia,
     gradisce et sdegna, a se mi chiama et scaccia,
     or mi tene in speranza et or in pena,
     or alto or basso il meo cor lasso mena:
     onde 'l vago desir perde la traccia
     e 'l suo sommo piacer per che li spiaccia,
     d'error si novo la mia mente e piena.
     Un amico penser le mostra il vado,
     non d'acqua che per gli occhi si resolva,
     da gir tosto ove spera esser contenta;
     poi, quasi maggior forza indi la svolva,
     conven ch'altra via segua, et mal suo grado
     a la sua lunga, et mia, morte consenta.



     Geri, quando talor meco s'adira
     la mia dolce nemica, ch'e si altera,
     un conforto m'e dato ch'i' non pera,
     solo per cui vertu l'alma respira.
     Ovunque ella sdegnando li occhi gira
     (che di luce privar mia vita spera?)
     le mostro i miei pien' d'umilta si vera,
     ch'a forza ogni suo sdegno indietro tira.
     E ccio non fusse, andrei non altramente
     a veder lei, che 'l volto di Medusa,
     che facea marmo diventar la gente.
     Cosi dunque fa' tu: ch'i' veggio exclusa
     ogni altra aita, e 'l fuggir val niente
     dinanzi a l'ali che 'l signor nostro usa.



     Po, ben puo' tu portartene la scorza
     di me con tue possenti et rapide onde,
     ma lo spirto ch'iv'entro si nasconde
     non cura ne di tua ne d'altrui forza;
     lo qual senz'alternar poggia con orza
     dritto perl'aure suo desir seconde,
     battendo l'ali verso l'aurea fronde,
     l'acqua e 'l vento e la vela e i remi sforza.
     Re degli altri, superbo altero fiume,
     che 'ncontri 'l sol quando e'ne mena 'l giorno,
     e 'n ponente abandoni un piu bel lume,
     tu te ne vai col mio mortal sul corno;
     l'altro coverto d'amorose piume
     torna volando al suo dolce soggiorno.



     Amor fra l'erbe una leggiadra rete
     d'oro et di perle tese sott'un ramo
     dell'arbor sempre verde ch'i' tant'amo,
     benche n'abbia ombre piu triste che liete.
     L'esca fu 'l seme ch'egli sparge et miete,
     dolce et acerbo, ch'i' pavento et bramo;
     le note non fur mai, dal di ch'Adamo
     aperse gli occhi, si soavi et quete.
     E 'l chiaro lume che sparir fa 'l sole
     folgorava d'intorno: e 'l fune avolto
     era la man ch'avorio et neve avanza.
     Cosi caddi a la rete, et qui m'an colto
     gli atti vaghi et l'angeliche parole,
     e 'l piacer e 'l desire et la speranza.



     Amor, che 'ncende il cor d'ardente zelo,
     di gelata paura il ten constretto,
     et qual sia piu, fa dubbio a l'intellecto,
     la speranza o 'l temor, la fiamma o 'l gielo.
     Trem'al piu caldo, ard'al piu freddo cielo,
     sempre pien di desire et di sospetto,
     pur come donna in un vestire schietto
     celi un huom vivo, o sotto un picciol velo.
     Di queste pene e mia propia la prima,
     arder di et notte; et quanto e 'l dolce male
     ne 'n penser cape, nonche 'n versi o 'n rima;
     l'altra non gia: che 'l mio bel foco e tale
     ch'ogni uom pareggia; et del suo lume in cima
     chi volar pensa, indarno spiega l'ale.



     Se 'l dolce sguardo di costei m'ancide,
     et le soavi parolette accorte,
     et s'Amor sopra me la fa si forte
     sol quando parla, over quando sorride,
     lasso, che fia, se forse ella divide,
     o per mia colpa o per malvagia sorte,
     gli occhi suoi da Merce, si che di morte,
     la dove or m'assicura, allor mi sfide?
     Pero s'i' tremo, et vo col cor gelato,
     qualor veggio cangiata sua figura,
     questo temer d'antiche prove e nato.
     Femina e cosa mobil per natura:
     ond'io so ben ch'un amoroso stato
     in cor di donna picciol tempo dura.



     Amor, Natura, et la bella alma humile,
     ov'ogn'altra vertute alberga et regna,
     contra men son giurati: Amor s'ingegna
     ch'i' mora a fatto, e 'n cio segue suo stile;
     Natura ten costei d'un si gentile
     laccio, che nullo sforzo e che sostegna;
     ella e si schiva, ch'abitar non degna
     piu ne la vita faticosa et vile.
     Cosi lo spirto d'or in or ven meno
     a quelle belle care membra honeste
     che specchio eran di vera leggiadria;
     et s'a Morte Pieta non stringe 'l freno,
     lasso, ben veggio in che stato son queste
     vane speranze, ond'io viver solia.



     Questa fenice de l'aurata piuma
     al suo bel collo, candido, gentile,
     forma senz'arte un si caro monile,
     ch'ogni cor addolcisce, e 'l mio consuma:
     forma un diadema natural ch'alluma
     l'aere d'intorno; e 'l tacito focile
     d'Amor tragge indi un liquido sottile
     foco che m'arde a la piu algente bruma.
     Purpurea vesta d'un ceruleo lembo
     sparso di rose i belli homeri vela:
     novo habito, et bellezza unica et sola.
     Fama ne l'odorato et ricco grembo
     d'arabi monti lei ripone et cela,
     che per lo nostro ciel si altera vola.



     Se Virgilio et Homero avessin visto
     quel sole il qual vegg'io con gli occhi miei,
     tutte lor forze in dar fama a costei
     avrian posto, et l'un stil coll'altro misto:
     di che sarebbe Enea turbato et tristo,
     Achille, Ulixe et gli altri semidei,
     et quel che resse anni cinquantasei
     si bene il mondo et quel ch'ancise Egisto.
     Quel fior anticho di vertuti et d'arme
     come sembiante stella ebbe con questo
     novo fior d'onestate et di bellezze!
     Ennio di quel canto ruvido carme,
     di quest'altro io: et oh pur non molesto
     gli sia il mio ingegno, e 'l mio lodar non sprezze!



     Giunto Alexandro a la famosa tomba
     del fero Achille, sospirando disse:
     O fortunato, che si chiara tromba
     trovasti, et chi di te si alto scrisse!
     Ma questa pura et candida colomba
     a cui non so s'al mondo mai par visse,
     nel mio stil frale assai poco rimbomba:
     cosi son le sue sorti a ciascun fisse.
     Che d'Omero dignissima et d'Orpheo,
     o del pastor ch'anchor Mantova honora,
     ch'andassen sempre lei sola cantando,
     stella difforme et fato sol qui reo
     commise a tal che 'l suo bel nome adora,
     ma forse scema sue lode parlando.



     Almo Sol, quella fronde ch'io sola amo,
     tu prima amasti, or sola al bel soggiorno
     verdeggia, et senza par poi che l'addorno
     suo male et nostro vide in prima Adamo.
     Stiamo a mirarla: i' ti pur prego et chiamo,
     o Sole; et tu pur fuggi, et fai d'intorno
     ombrare i poggi, et te ne porti il giorno,
     et fuggendo mi toi quel ch'i' piu bramo.
     L'ombra che cade da quel' humil colle,
     ove favilla il mio soave foco,
     ove 'l gran lauro fu picciola verga,
     crescendo mentr'io parlo, agli occhi tolle
     la dolce vista del beato loco,
     ove 'l mio cor co la sua donna alberga.



     Passa la nave mia colma d'oblio
     per aspro mare, a mezza notte il verno,
     enfra Scilla et Caribdi; et al governo
     siede 'l signore, anzi 'l nimico mio.
     A ciascun remo un penser pronto et rio
     che la tempesta e 'l fin par ch'abbi a scherno;
     la vela rompe un vento humido eterno
     di sospir', di speranze, et di desio.
     Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni
     bagna et rallenta le gia stanche sarte,
     che son d'error con ignorantia attorto.
     Celansi i duo mei dolci usati segni;
     morta fra l'onde e la ragion et l'arte,
     tal ch'incomincio a desperar del porto.



     Una candida cerva sopra l'erba
     verde m'apparve, con duo corna d'oro,
     fra due riviere, all'ombra d'un alloro,
     levando 'l sole a la stagione acerba.
     Era sua vista si dolce superba,
     ch'i' lasciai per seguirla ogni lavoro:
     come l'avaro che 'n cercar tesoro
     con diletto l'affanno disacerba.
     " Nessun mi tocchi " al bel collo d'intorno
     scritto avea di diamanti et di topazi :
     " libera farmi al mio Cesare parve ".
     Et era 'l sol gia volto al mezzo giorno,
     gli occhi miei stanchi di mirar, non sazi,
     quand'io caddi ne l'acqua, et ella sparve.



     Si come eterna vita e veder Dio,
     ne piu si brama, ne bramar piu lice,
     cosi me, donna, il voi veder, felice
     fa in questo breve et fraile viver mio.
     Ne voi stessa com'or bella vid'io
     gia mai, se vero al cor l'occhio ridice:
     dolce del mio penser hora beatrice,
     che vince ogni alta speme, ogni desio.
     Et se non fusse il suo fuggir si ratto,
     piu non demanderei: che s'alcun vive
     sol d'odore, e tal fama fede acquista,
     alcun d'acqua o di foco, e 'l gusto e 'l tatto
     acquetan cose d'ogni dolzor prive,
     i' perche non de la vostra alma vista?



     Stiamo, Amor, a veder la gloria nostra,
     cose sopra natura altere et nove:
     vedi ben quanta in lei dolcezza piove,
     vedi lume che 'l cielo in terra mostra,
     vedi quant'arte dora e 'mperla e 'nostra
     l'abito electo, et mai non visto altrove,
     che dolcemente i piedi et gli occhi move
     per questa di bei colli ombrosa chiostra.
     L'erbetta verde e i fior' di color' mille
     sparsi sotto quel' elce antiqua et negra
     pregan pur che 'l bel pe' li prema o tocchi;
     e 'l ciel di vaghe et lucide faville
     s'accende intorno, e 'n vista si rallegra
     d'esser fatto seren da si belli occhi.



     Pasco la mente d'un si nobil cibo,
     ch'ambrosia et nectar non invidio a Giove,
     che, sol mirando, oblio ne l'alma piove
     d'ogni altro dolce, et Lethe al fondo bibo.
     Talor ch'odo dir cose, e 'n cor describo,
     per che da sospirar sempre ritrove,
     rapto per man d'Amor, ne so ben dove,
     doppia dolcezza in un volto delibo:
     che quella voce infin al ciel gradita
     suona in parole si leggiadre et care,
     che pensar no 'l poria chi non l'a udita.
     Allor insieme, in men d'un palmo, appare
     visibilmente quanto in questa vita
     arte, ingegno et Natura e 'l Ciel po fare.



     L'aura gentil, che rasserena i poggi
     destando i fior' per questo ombroso bosco,
     al soave suo spirto riconosco,
     per cui conven che 'n pena e 'n fama poggi.
     Per ritrovar ove 'l cor lasso appoggi,
     fuggo dal mi' natio dolce aere tosco;
     per far lume al penser torbido et fosco,
     cerco 'l mio sole et spero vederlo oggi.
     Nel qual provo dolcezze tante et tali
     ch'Amor per forza a lui mi riconduce;
     poi si m'abbaglia che 'l fuggir m'e tardo.
     I' chiedrei a scampar, non arme, anzi ali;
     ma perir mi da 'l ciel per questa luce,
     che da lunge mi struggo et da presso ardo.



     Di di in di vo cangiando il viso e 'l pelo,
     ne pero smorso i dolce inescati hami,
     ne sbranco i verdi et invescati rami
     de l'arbor che ne sol cura ne gielo.
     Senz'acqua il mare et senza stelle il cielo
     fia inanzi ch'io non sempre tema et brami
     la sua bell'ombra, et ch'i' non odi et ami
     l'alta piaga amorosa, che mal celo.
     Non spero del mio affanno aver mai posa,
     infin ch'i' mi disosso et snervo et spolpo,
     o la nemica mia pieta n'avesse.
     Esser po in prima ogni impossibil cosa,
     ch'altri che morte, od ella, sani 'l colpo
     ch'Amor co' suoi belli occhi al cor m'impresse.



     L'aura serena che fra verdi fronde
     mormorando a ferir nel volto viemme,
     fammi risovenir quand'Amor diemme
     le prime piaghe, si dolci profonde;
     e 'l bel viso veder, ch'altri m'asconde,
     che sdegno o gelosia celato tiemme;
     et le chiome or avolte in perle e 'n gemme,
     allora sciolte, et sovra or terso bionde:
     le quali ella spargea si dolcemente,
     et raccogliea con si leggiadri modi,
     che ripensando ancor trema la mente;
     torsele il tempo poi in piu saldi nodi,
     et strinse 'l cor d'un laccio si possente,
     che Morte sola fia ch'indi lo snodi.



     L'aura celeste che 'n quel verde lauro
     spira, ov'Amor feri nel fianco Apollo,
     et a me pose un dolce giogo al collo,
     tal che mia liberta tardi restauro,
     po quello in me che nel gran vecchio mauro
     Medusa quando in selce transformollo;
     ne posso dal bel nodo omai dar crollo,
     la 've il sol perde, non pur l'ambra, o l'auro:
     dico le chiome bionde, e 'l crespo laccio,
     che si soavemente lega et stringe
     l'alma che d'umiltate e non d'altr'armo.
     L'ombra sua sola fa 'l mio cor un ghiaccio,
     et di bianca paura il viso tinge;
     ma li occhi anno vertu di farne un marmo.



     L'aura soave al sole spiega et vibra
     l'auro ch'Amor di sua man fila et tesse
     la da' begli occhi, et de le chiome stesse
     lega 'l cor lasso, e i lievi spirti cribra.
     Non o medolla in osso, o sangue in fibra,
     ch'i' non senta tremar, pur ch'i' m'apresse
     dove e chi morte et vita inseme, spesse
     volte, in frale bilancia appende et libra,
     vedendo ardere i lumi ond'io m'accendo,
     et folgorare i nodi ond'io son preso,
     or su l'omero dextro et or sul manco.
     I' nol posso ridir, che nol comprendo:
     da ta' due luci e l'intellecto offeso,
     et di tanta dolcezza oppresso et stanco.



     O bella man, che mi destringi 'l core,
     e 'n poco spatio la mia vita chiudi;
     man ov'ogni arte et tutti i lor studi
     poser Natura e 'l Ciel per farsi honore;
     di cinque perle oriental' colore,
     et sol ne le mie piaghe acerbi et crudi,
     diti schietti soavi, a tempo ignudi
     consente or voi, per arricchirme, Amore.
     Candido leggiadretto et caro guanto,
     che copria netto avorio et fresche rose,
     chi vide al mondo mai si dolci spoglie?
     Cosi avess'io del bel velo altrettanto!
     O incostantia de l'umane cose!
     Pur questo e furto, et vien chi me ne spoglie.



     Non pur quell'una bella ignuda mano,
     che con grave mio danno si riveste,
     ma l'altra et le duo braccia accorte et preste
     son a stringere il cor timido et piano.
     Lacci Amor mille, et nesun tende invano,
     fra quelle vaghe nove forme honeste
     ch'adornan si l'alto habito celeste,
     ch'agiunger nol po stil ne 'ngegno humano:
     li occhi sereni et le stellanti ciglia,
     la bella bocca angelica, di perle
     piena et di rose et di dolci parole,
     che fanno altrui tremar di meraviglia,
     et la fronte, et le chiome, ch'a vederle
     di state, a mezzo di, vincono il sole.



     Mia ventura et Amor m'avean si adorno
     d'un bello aurato et serico trapunto,
     ch'al sommo del mio ben quasi era aggiunto,
     pensando meco: A chi fu quest'intorno?
     Ne mi riede a la mente mai quel giorno
     che mi fe' ricco et povero in un punto,
     ch'i' non sia d'ira et di dolor compunto,
     pien di vergogna et d'amoroso scorno,
     che la mia nobil preda non piu stretta
     tenni al bisogno, et non fui piu costante
     contra lo sforzo sol d'una angioletta;
     o, fugendo, ale non giunsi a le piante,
     per far almen di quella man vendetta
     che de li occhi mi trahe lagrime tante.



     D'un bel chiaro polito et vivo ghiaccio
     move la fiamma che m'incende et strugge,
     et si le vene e 'l cor m'asciuga et sugge
     che 'nvisibilmente i' mi disfaccio.
     Morte, gia per ferire alzato 'l braccio,
     come irato ciel tona o leon rugge,
     va perseguendo mia vita che fugge;
     et io, pien di paura, tremo et taccio.
     Ben poria anchor Pieta con Amor mista,
     per sostegno di me, doppia colonna
     porsi fra l'alma stancha e 'l mortal colpo;
     ma io nol credo, ne 'l conosco in vista
     di quella dolce mia nemica et donna:
     ne di cio lei, ma mia ventura incolpo.



     Lasso, ch'i' ardo, et altri non me 'l crede;
     si crede ogni uom, se non sola colei
     che sovr'ogni altra, et ch'i' sola, vorrei:
     ella non par che 'l creda, et si sel vede.
     Infinita bellezza et poca fede,
     non vedete voi 'l cor nelli occhi mei?
     Se non fusse mia stella, i' pur devrei
     al fonte di pieta trovar mercede.
     Quest'arder mio, di che vi cal si poco,
     e i vostri honori, in mie rime diffusi,
     ne porian infiammar fors'anchor mille:
     ch'i' veggio nel penser, dolce mio foco,
     fredda una lingua et duo belli occhi chiusi
     rimaner, dopo noi, pien' di faville.



     Anima, che diverse cose tante
     vedi, odi et leggi et parli et scrivi et pensi;
     occhi miei vaghi, et tu, fra li altri sensi,
     che scorgi al cor l'alte parole sante:
     per quanto non vorreste o poscia od ante
     esser giunti al camin che si mal tiensi,
     per non trovarvi i duo bei lumi accensi,
     ne l'orme impresse de l'amate piante?
     Or con si chiara luce, et con tai segni,
     errar non desi in quel breve viaggio,
     che ne po far d'etterno albergo degni.
     Sforzati al cielo, o mio stancho coraggio,
     per la nebbia entro de' suoi dolci sdegni,
     seguendo i passi honesti e 'l divo raggio.



     Dolci ire, dolci sdegni et dolci paci,
     dolce mal, dolce affanno et dolce peso,
     dolce parlare, et dolcemente inteso,
     or di dolce ora, or pien di dolci faci:
     alma, non ti lagnar, ma soffra et taci,
     et tempra il dolce amaro, che n'a offeso,
     col dolce honor che d'amar quella ai preso
     a cui io dissi: Tu sola mi piaci.
     Forse anchor fia chi sospirando dica,
     tinto di dolce invidia: Assai sostenne
     per bellissimo amor quest'al suo tempo.
     Altri: O fortuna agli occhi miei nemica,
     perche non la vid'io? perche non venne
     ella piu tardi, over io piu per tempo?



     S'i' 'l dissi mai, ch'i' vegna in odio a quella
     del cui amor vivo, et senza 'l qual morrei;
     s'i' 'l dissi, che miei di sian pochi et rei,
     et di vil signoria l'anima ancella;
     s'i' 'l dissi, contra me s'arme ogni stella,
     et dal mio lato sia
     Paura et Gelosia,
     et la nemica mia
     piu feroce ver 'me sempre et piu bella.
     S'i' 'l dissi, Amor l'aurate sue quadrella
     spenda in me tutte, et l'impiombate in lei;
     s'i' 'l dissi, cielo et terra, uomini et dei
     mi sian contrari, et essa ognor piu fella;
     s'i' 'l dissi, chi con sua cieca facella
     dritto a morte m'invia,
     pur come suol si stia,
     ne mai piu dolce o pia
     ver' me si mostri, in atto od in favella.
     S'i' 'l dissi mai, di quel ch'i' men vorrei
     piena trovi quest'aspra et breve via;
     s'i' 'l dissi, il fero ardor che mi desvia
     cresca in me quanto il fier ghiaccio in costei;
     s'i' 'l dissi, unqua non veggianli occhi mei
     sol chiaro, o sua sorella,
     ne donna ne donzella,
     ma terribil procella,
     qual Pharaone in perseguir li hebrei.
     S'i' 'l dissi, coi sospir, quant'io mai fei,
     sia Pieta per me morta, et Cortesia;
     s'i' 'l dissi, il dir s'innaspri, che s'udia
     si dolce allor che vinto mi rendei;
     s'i' 'l dissi, io spiaccia a quella ch'i'torrei
     sol, chiuso in fosca cella,
     dal di che la mamella
     lasciai, finche si svella
     da me l'alma, adorar: forse e 'l farei.
     Ma s'io nol dissi, chi si dolce apria
     meo cor a speme ne l'eta novella,
     regg 'anchor questa stanca navicella
     col governo di sua pieta natia,
     ne diventi altra, ma pur qual solia
     quando piu non potei,
     che me stesso perdei
     (ne piu perder devrei).
     Mal fa chi tanta fe' si tosto oblia.
     I'nol dissi gia mai, ne per dir poria
     per oro o per cittadi o per castella.
     Vinca 'l ver dunque, et si rimanga in sella,
     et vinta a terra caggia la bugia.
     Tu sai in me il tutto, Amor: s'ella ne spia,
     dinne quel che dir dei.
     I' beato direi,
     tre volte et quattro et sei,
     chi, devendo languir, si mori pria.
     Per Rachel o servito, et non per Lia;
     ne con altra saprei
     viver, et sosterrei,
     quando 'l ciel ne rappella,
     girmen con ella in sul carro de Helia.



     Ben mi credea passar mio tempo omai
     come passato avea quest'anni a dietro,
     senz'altro studio et senza novi ingegni:
     or poi che da madonna i' non impetro
     l'usata aita, a che condutto m'ai,
     tu 'l vedi, Amor, che tal arte m'insegni.
     Non so s'i' me ne sdegni,
     che 'n questa eta mi fa divenir ladro
     del bel lume leggiadro,
     senza 'l qual non vivrei in tanti affanni.
     Cosi avess'io i primi anni
     preso lo stil ch'or prender mi bisogna,
     che 'n giovenil fallir e men vergogna.
     Li occhi soavi ond'io soglio aver vita,
     de le divine lor alte bellezze
     furmi in sul cominciar tanto cortesi,
     che 'n guisa d'uom cui non proprie ricchezze,
     ma celato di for soccorso aita,
     vissimi, che ne lor ne altri offesi.
     Or, bench'a me ne pesi,
     divento ingiurioso et importuno:
     che 'l poverel digiuno
     ven ad atto talor che 'n miglior stato
     avria in altrui biasmato.
     Se le man' di Pieta Invidia m'a chiuse,
     fame amorosa, e 'l non poter, mi scuse.
     Ch'i' o cercate gia vie piu di mille
     per provar senza lor se mortal cosa
     mi potesse tener in vita un giorno.
     L'anima, poi ch'altrove non a posa,
     corre pur a l'angeliche faville;
     et io, che son di cera, al foco torno;
     et pongo mente intorno
     ove si fa men guardia a quel ch'i' bramo;
     et come augel in ramo,
     ove men teme, ivi piu tosto e colto,
     cosi dal suo bel volto
     l'involo or uno et or un altro sguardo;
     et di cio inseme mi nutrico et ardo.
     Di mia morte mi pasco, et vivo in fiamme:
     stranio cibo, et mirabil salamandra;
     ma miracol non e, da tal si vole.
     Felice agnello a la penosa mandra
     mi giacqui un tempo; or a l'extremo famme
     et Fortuna et Amor pur come sole:
     cosi rose et viole
     a primavera, e 'l verno a neve et ghiaccio.
     Pero, s'i' mi procaccio
     quinci et quindi alimenti al viver curto,
     se vol dir che sia furto,
     si ricca donna deve esser contenta,
     s'altri vive del suo, ch'ella nol senta.
     Chi nol sa di chi vivo, et vissi sempre,
     dal di che 'n prima que' belli occhi vidi,
     che mi fecer cangiar vita et costume?
     Per cercar terra et mar da tutti lidi,
     chi po saver tutte l'umane tempre?
     L'un vive, ecco, d'odor, la sul gran fiume;
     io qui di foco et lume
     queto i frali et famelici miei spirti.
     Amor, et vo' ben dirti,
     disconvensi a signor l'esser si parco.
     Tu ai li strali et l'arco:
     fa' di tua man, non pur bramand'io mora,
     ch'un bel morir tutta la vita honora.
     Chiusa fiamma e piu ardente; et se pur cresce,
     in alcun modo piu non po celarsi:
     Amor, i 'l so, che 'l provo a le tue mani.
     Vedesti ben, quando si tacito arsi;
     or de' miei gridi a ma medesmo incresce,
     che vo noiando et proximi et lontani.
     O mondo, o penser' vani;
     o mia forte ventura a che m'adduce!
     O di che vaga luce
     al cor mi nacque la tenace speme,
     onde l'annoda et preme
     quella che con tua forza al fin mi mena!
     La colpa e vostra, et mio 'l danno et la pena.
     Cosi di ben amar porto tormento,
     et del peccato altrui cheggio perdono:
     anzi del mio, che devea torcer li occhi
     dal troppo lume, et di sirene al suono
     chiuder li orecchi; et anchor non me 'n pento,
     che di dolce veleno il cor trabocchi.
     Aspett'io pur che scocchi
     l'ultimo colpo chi mi diede 'l primo;
     et fia, s'i' dritto extimo,
     un modo di pietate occider tosto,
     non essendo ei disposto
     a far altro di me che quel che soglia:
     che ben muor chi morendo esce di doglia.
     Canzon mia, fermo in campo
     staro, ch'elli e disnor morir fuggendo;
     et me stesso reprendo
     di tai lamenti; si dolce e mia sorte,
     pianto, sospiri et morte.
     Servo d'Amor, che queste rime leggi,
     ben non a 'l mondo, che 'l mio mal pareggi.



     Rapido fiume che d'alpestra vena
     rodendo intorno, onde 'l tuo nome prendi,
     notte et di meco disioso scendi
     ov'Amor me, te sol Natura mena,
     vattene innanzi: il tuo corso non frena
     ne stanchezza ne sonno; et pria che rendi
     suo dritto al mar, fiso u' si mostri attendi
     l'erba piu verde, et l'aria piu serena.
     Ivi e quel nostro vivo et dolce sole,
     ch'addorna e 'nfiora la tua riva manca:
     forse (o che spero?) e 'l mio tardar le dole.
     Basciale 'l piede, o la man bella et bianca;
     dille, e 'l basciar sie 'nvece di parole:
     Lo spirto e pronto, ma la carne e stanca.



     I dolci colli ov'io lasciai me stesso,
     partendo onde partir gia mai non posso,
     mi vanno innanzi et emmi, ognor adosso
     quel caro peso ch'Amor m'a commesso.
     Meco di me mi meraviglio spesso,
     ch'i' pur vo sempre, et non son anchor mosso
     dal bel giogo piu volte indarno scosso,
     ma com piu me n'allungo, et piu m'appresso.
     Et qual cervo ferito di saetta,
     col ferro avelenato dentr'al fianco,
     fugge, et piu duolsi quanto piu s'affretta,
     tal io, con quello stral dal lato manco,
     che mi consuma, et parte mi diletta,
     di duol mi struggo, et di fuggir mi stanco.



     Non da l'hispano Hibero a l'indo Ydaspe
     ricercando del mar ogni pendice,
     ne dal lito vermiglio a l'onde caspe,
     ne 'n ciel ne 'n terra e piu d'una fenice.
     Qual dextro corvo o qual mancha cornice
     canti 'l mio fato, o qual Parca l'innaspe?
     che sol trovo Pieta sorda com'aspe,
     misero, onde sperava esser felice.
     Ch'i' non vo' dir di lei: ma chi la scorge,
     tutto 'l cor di dolcezza et d'amor gli empie,
     tanto n'a seco, et tant'altrui ne porge;
     et per far mie dolcezze amare et empie,
     o s'infinge o non cura, o non s'accorge,
     del fiorir queste inanzi tempo tempie.



     Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge,
     Piacer mi tira, Usanza mi trasporta,
     Speranza mi lusinga et riconforta
     et la man destra al cor gia stanco porge;
     e 'l misero la prende, et non s'accorge
     di nostra cieca et disleale scorta:
     regnano i sensi, et la ragion e morta;
     de l'un vago desio l'altro risorge.
     Vertute, Honor, Bellezza, atto gentile,
     dolci parole ai be' rami m'an giunto
     ove soavemente il cor s'invesca.
     Mille trecento ventisette, a punto
     su l'ora prima, il di sesto d'aprile,
     nel laberinto intrai, ne veggio ond'esca.



     Beato in sogno et di languir contento,
     d'abbracciar l'ombre et seguir l'aura estiva,
     nuoto per mar che non a fondo o riva,
     solco onde, e 'n rena fondo, et scrivo in vento;
     e 'l sol vagheggio, si ch'elli a gia spento
     col suo splendor la mia vertu visiva,
     et una cerva errante et fugitiva
     caccio con un bue zoppo e 'nfermo et lento.
     Cieco et stanco ad ogni altro ch'al mio danno
     il qual di et notte palpitando cerco,
     sol Amor et madonna, et Morte, chiamo.
     Cosi venti anni, grave et lungo affanno,
     pur lagrime et sospiri et dolor merco:
     in tale stella presi l'esca et l'amo.



     Grazie ch'a pochi il ciel largo destina:
     rara vertu, non gia d'umana gente,
     sotto biondi capei canuta mente,
     e 'n humil donna alta belta divina;
     leggiadria singulare et pellegrina,
     e 'l cantar che ne l'anima si sente,
     l'andar celeste, e 'l vago spirto ardente,
     ch'ogni dur rompe et ogni altezza inchina;
     e que' belli occhi che i cor' fanno smalti,
     possenti a rischiarar abisso et notti,
     et torre l'alme a' corpi, et darle altrui;
     col dir pien d'intellecti dolci et alti,
     co i sospiri soavemente rotti:
     da questi magi transformato fui.



     Anzi tre di creata era alma in parte
     da por sua cura in cose altere et nove,
     et dispregiar di quel ch'a molti e 'n pregio.
     Quest'anchor dubbia del fatal suo corso,
     sola pensando, pargoletta et sciolta,
     intro di primavera in un bel bosco.
     Era un tenero fior nato in quel bosco
     il giorno avanti, et la radice in parte
     ch'appressar nol poteva anima sciolta:
     che v'eran di lacciuo' forme si nove,
     et tal piacer precipitava al corso,
     che perder libertate ivi era in pregio.
     Caro, dolce, alto et faticoso pregio,
     che ratto mi volgesti al verde bosco
     usato di sviarne a mezzo 'l corso!
     Et o cerco poi 'l mondo a parte a parte,
     se versi o petre o suco d'erbe nove
     mi rendesser un di la mente sciolta.
     Ma, lasso, or veggio che la carne sciolta
     fia di quel nodo ond'e 'l suo maggior pregio
     prima che medicine, antiche o nove,
     saldin le piaghe ch'i' presi in quel bosco,
     folto di spine, ond'i' o ben tal parte,
     che zoppo n'esco, e 'ntra'vi a si gran corso.
     Pien di lacci et di stecchi un duro corso
     aggio a fornire, ove leggera et sciolta
     pianta avrebbe uopo, et sana d'ogni parte.
     Ma Tu, Signor, ch'ai di pietate il pregio,
     porgimi la man dextra in questo bosco:
     vinca 'l Tuo sol le mie tenebre nove.
     Guarda 'l mio stato, a le vaghezze nove
     che 'nterrompendo di mia vita il corso
     m'an fatto habitador d'ombroso bosco;
     rendimi, s'esser po, libera et sciolta
     l'errante mia consorte; et fia Tuo 'l pregio,
     s'anchor Teco la trovo in miglior parte.
     Or ecco in parte le question' mie nove:
     s'alcun pregio in me vive, o 'n tutto e corso,
     o l'alma sciolta, o ritenuta al bosco.



     In nobil sangue vita humile et queta
     et in alto intellecto un puro core,
     frutto senile in sul giovenil fiore
     e 'n aspetto pensoso anima lieta
     raccolto a 'n questa donna il suo pianeta,
     anzi 'l re de le stelle; e 'l vero honore,
     le degne lode, e 'l gran pregio, e 'l valore,
     ch'e da stanchar ogni divin poeta.
     Amor s'e in lei con Honestate aggiunto,
     con belta naturale habito adorno,
     et un atto che parla con silentio,
     et non so che nelli occhi, che 'n un punto
     po far chiara la notte, oscuro il giorno,
     e l' mel amaro, et addolcir l'assentio.



     Tutto 'l di piango; et poi la notte, quando
     prendon riposo i miseri mortali,
     trovomi in pianto, et raddoppiansi i mali:
     cosi spendo 'l mio tempo lagrimando.
     In tristo humor vo li occhi comsumando,
     e 'l cor in doglia; et son fra li animali
     l'ultimo, si che li amorosi strali
     mi tengon ad ogni or di pace in bando.
     Lasso, che pur da l'un a l'altro sole,
     et da l'una ombra a l'altra, o gia 'l piu corso
     di questa morte, che si chiama vita.
     Piu l'altrui fallo che 'l mi' mal mi dole:
     che Pieta viva, e 'l mio fido soccorso,
     vedem' arder nel foco, et non m'aita.



     Gia desiai con si giusta querela
     e 'n si fervide rime farmi udire,
     ch'un foco di pieta fessi sentire
     al duro cor ch'a mezza state gela;
     et l'empia nube, che 'l rafredda et vela,
     rompesse a l'aura del mi' ardente dire;
     o fessi quell'altrui in odio venire,
     che ' belli, onde mi strugge, occhi mi cela.
     Or non odio per lei, per me pietate
     cerco: che quel non vo', questo non posso
     (tal fu mia stella, et tal mia cruda sorte);
     ma canto la divina sua beltate,
     che, quand'i' sia di questa carne scosso,
     sappia 'l mondo che dolce e la mia morte.



     Tra quantunque leggiadre donne et belle
     giunga costei ch'al mondo non a pare,
     col suo bel viso suol dell'altre fare
     quel che fa 'l di de le minori stelle.
     Amor par ch'a l'orecchie mi favelle,
     dicendo: Quanto questa in terra appare,
     fia 'l viver bello; et poi 'l vedrem turbare,
     perir vertuti, e 'l mio regno con elle.
     Come Natura al ciel la luna e 'l sole,
     a l'aere i venti, a la terra herbe et fronde,
     a l'uomo et l'intellecto et le parole,
     et al mar ritollesse i pesci et l'onde:
     tanto et piu fien le cose oscure et sole,
     se Morte li occhi suoi chiude et asconde.



     Il cantar novo e 'l pianger delli augelli
     in sul di fanno retenir le valli,
     e 'l mormorar de' liquidi cristalli
     giu per lucidi, freschi rivi et snelli.
     Quella ch'a neve il volto, oro i capelli,
     nel cui amor non fur mai inganni ne falli,
     destami al suon delli amorosi balli,
     pettinando al suo vecchio i bianchi velli.
     Cosi mi sveglio a salutar l'aurora,
     e 'l sol ch'e seco, et piu l'altro ond'io fui
     ne' primi anni abagliato, et son anchora.
     I' gli o veduti alcun giorno ambedui
     levarsi inseme, e 'n un punto e 'n un' hora
     quel far le stelle, et questi sparir lui.



     Onde tolse Amor l'oro, et di qual vena,
     per far due trecce bionde? e 'n quali spine
     colse le rose, e 'n qual piaggia le brine
     tenere et fresche, et die' lor polso et lena?
     onde le perle, in ch'ei frange et affrena
     dolci parole, honeste et pellegrine?
     onde tante bellezze, et si divine,
     di quella fronte, piu che 'l ciel serena?
     Da quali angeli mosse, et di qual spera,
     quel celeste cantar che mi disface
     si che m'avanza omai da disfar poco?
     Di qual sol nacque l'alma luce altera
     di que' belli occhi ond'io o guerra et pace,
     che mi cuocono il cor in ghiaccio e 'n fuoco?



     Qual mio destin, qual forza o qual inganno,
     mi riconduce disarmato al campo,
     la 've sempre son vinto? e s'io ne scampo,
     meraviglia n'avro; s'i' moro, il danno.
     Danno non gia, ma pro; si dolci stanno
     nel mio cor le faville e 'l chiaro lampo
     che l'abbaglia et lo strugge, e 'n ch'io m'avampo,
     et son gia ardendo nel vigesimo anno.
     Sento i messi di Morte, ove apparire
     veggio i belli occhi, et folgorar da lunge;
     poi, s'aven ch'appressando a me li gire,
     Amor con tal dolcezza m'unge et punge,
     ch'i' nol so ripensar, nonche ridire:
     che ne 'ngegno ne lingua al vero agiunge.



     " Liete et pensose, accompagnate et sole,
     donne che ragionando ite per via,
     ove e la vita, ove la morte mia?
     perche non e con voi, com'ella sole?
     " Liete siam per memoria di quel sole;
     dogliose per sua dolce compagnia,
     la qual ne toglie Invidia et Gelosia,
     che d'altrui ben, quasi suo mal, si dole.
     " Chi pon freno a li amanti, o da lor legge?
     " Nesun a l'alma; al corpo Ira et Asprezza:
     questo or in lei, tal or si prova in noi.
     Ma spesso ne la fronte il cor si legge:
     si vedemmo oscurar l'alta bellezza,
     et tutti rugiadosi li occhi suoi.



     Quando 'l sol bagna in mar l'aurato carro,
     et l'aere nostro et la mia mente imbruna,
     col cielo et co le stelle et co la luna
     un'angosciosa et dura notte innarro.
     Poi, lasso, a tal che non m'ascolta narro
     tutte le mie fatiche, ad una ad una,
     et col mondo et con mia cieca fortuna,
     con Amor con Madonna et meco garro.
     Il sonno e 'n bando, et del riposo e nulla;
     ma sospiri et lamenti infin a l'alba,
     et lagrime che l'alma a li occhi invia.
     Vien poi l'aurora, et l'aura fosca inalba,
     me no: ma 'l sol che 'l cor m'arde et trastulla,
     quel po solo adolcir la doglia mia.



     S'una fede amorosa, un cor non finto,
     un languir dolce, un desiar cortese;
     s'oneste voglie in gentil foco accese,
     un lungo error in cieco laberinto;
     se ne la fronte ogni penser depinto,
     od in voci interrotte a pena intese,
     or da paura, or da vergogna offese;
     s'un pallor di viola et d'amor tinto;
     s'aver altrui piu caro che se stesso;
     se sospirare et lagrimar mai sempre,
     pascendosi di duol, d'ira et d'affanno,
     s'arder da lunge et agghiacciar da presso
     son le cagion ch'amando i' mi distempre,
     vostro, donna, 'l peccato, et mio fia 'l danno.



     Dodici donne honestamente lasse,
     anzi dodici stelle, e 'n mezzo un sole,
     vidi in una barchetta allegre et sole,
     qual non so s'altra mai onde solcasse.
     Simil non credo che Iason portasse
     al vello onde oggi ogni uom vestir si vole,
     ne 'l pastor di ch'anchor Troia si dole;
     de' qua' duo tal romor al mondo fasse.
     Poi le vidi in un carro triumfale,
     Laurea mia con suoi santi atti schifi
     sedersi in parte, et cantar dolcemente.
     Non cose humane, o vision mortale:
     felice Autumedon, felice Tiphi,
     che conduceste si leggiadra gente!



     Passer mai solitario in alcun tetto
     non fu quant'io, ne fera in alcun bosco,
     ch'i' non veggio 'l bel viso, et non conosco
     altro sol, ne quest'occhi ann'altro obiecto.
     Lagrimar sempre e 'l mio sommo diletto,
     il rider doglia, il cibo assentio et tosco,
     la notte affanno, e 'l ciel seren m'e fosco,
     et duro campo di battaglia il letto.
     Il sonno e veramente, qual uom dice,
     parente de la morte, e 'l cor sottragge
     a quel dolce penser che 'n vita il tene.
     Solo al mondo paese almo, felice,
     verdi rive fiorite, ombrose piagge,
     voi possedete, et io piango, il mio bene.



     Aura che quelle chiome bionde et crespe
     cercondi et movi, et se' mossa da loro,
     soavemente, et spargi quel dolce oro,
     et poi 'l raccogli, e 'n bei nodi il rincrespe,
     tu stai nelli occhi ond'amorose vespe
     mi pungon si, che 'nfin qua il sento et ploro,
     et vacillando cerco il mio thesoro,
     come animal che spesso adombre e 'ncespe:
     ch'or me 'l par ritrovar, et or m'accorgo
     ch'i' ne son lunge, or mi sollievo or caggio,
     ch'or quel ch'i' bramo, or quel ch'e vero scorgo.
     Aer felice, col bel vivo raggio
     rimanti; et tu corrente et chiaro gorgo,
     che non poss'io cangiar teco viaggio?



     Amor co la man dextra il lato manco
     m'aperse, e piantovi entro in mezzo 'l core
     un lauro verde, si che di colore
     ogni smeraldo avria ben vinto et stanco.
     Vomer di pena, con sospir' del fianco,
     e 'l piover giu dalli occhi un dolce humore
     l'addornar si, ch'al ciel n'ando l'odore,
     qual non so gia se d'altre frondi unquanco.
     Fama, Honor et Vertute et Leggiadria,
     casta bellezza in habito celeste
     son le radici de la nobil pianta.
     Tal la mi trovo al petto, ove ch'i' sia,
     felice incarco; et con preghiere honeste
     l'adoro e 'nchino come cosa santa.



     Cantai, or piango, et non men di dolcezza
     del pianger prendo che del canto presi,
     ch'a la cagion, non a l'effetto, intesi
     son i miei sensi vaghi pur d'altezza.
     Indi et mansuetudine et durezza
     et atti feri, et humili et cortesi,
     porto egualmente, ne me gravan pesi,
     ne l'arme mie punta di sdegni spezza.
     Tengan dunque ver' me l'usato stile
     Amor, madonna, il mondo et mia fortuna,
     ch'i'non penso esser mai se non felice.
     Viva o mora o languisca, un piu gentile
     stato del mio non e sotto la luna,
     si dolce e del mio amaro la radice.



     I' piansi, or canto, che 'l celeste lume
     quel vivo sole alli occhi miei non cela,
     nel qual honesto Amor chiaro revela
     sua dolce forza et suo santo costume;
     onde e' suol trar di lagrime tal fiume,
     per accorciar del mio viver la tela,
     che non pur ponte o guado o remi o vela,
     ma scampar non potienmi ale ne piume.
     Si profondo era et di si larga vena
     il pianger mio et si lunge la riva,
     ch'i' v'aggiungeva col penser a pena.
     Non lauro o palma, ma tranquilla oliva
     Pieta mi manda, e 'l tempo rasserena,
     e 'l pianto asciuga, et vuol anchor ch'i' viva.



     I' mi vivea di mia sorte contento,
     senza lagrime et senza invidia alcuna,
     che, s'altro amante a piu destra fortuna,
     mille piacer' non vaglion un tormento.
     Or quei belli occhi ond'io mai non mi pento
     de le mie pene, et men non ne voglio una,
     tal nebbia copre, si gravosa et bruna,
     che 'l sol de la mia vita a quasi spento.
     O Natura, pietosa et fera madre,
     onde tal possa et si contrarie voglie
     di far cose et disfar tanto leggiadre?
     D'un vivo fonte ogni poder s'accoglie:
     ma Tu come 'l consenti, o sommo Padre,
     che del Tuo caro dono altri ne spoglie?



     Vincitore Alexandro l'ira vinse,
     et fe' 'l minore in parte che Philippo:
     che li val se Pyrgotile et Lysippo
     l'intagliar solo et Appelle il depinse?
     L'ira Tydeo a tal rabbia sospinse,
     che, morendo ei, si rose Menalippo;
     l'ira cieco del tutto, non pur lippo,
     fatto avea Silla: a l'ultimo l'extinse.
     Sa 'l Valentinian, ch'a simil pena
     ira conduce: et sa 'l quei che ne more,
     Aiace in molti, et poi in se stesso, forte.
     Ira e breve furore, et chi nol frena,
     e furor lungo, che 'l suo possessore
     spesso a vergogna, et talor mena a morte.



     Qual ventura mi fu, quando da l'uno
     de' duo i piu belli occhi che mai furo,
     mirandol di dolor turbato et scuro,
     mosse vertu che fe' 'l mio infermo et bruno!
     Send'io tornato a solver il digiuno
     di veder lei che sola al mondo curo,
     fummi il Ciel et Amor men che mai duro,
     se tutte altre mie gratie inseme aduno:
     che dal dextr'occhio, anzi dal dextro sole,
     de la mia donna al mio dextr'occhio venne
     il mal che mi diletta, et non mi dole;
     et pur com'intellecto avesse et penne,
     passo quasi una stella che 'n ciel vole;
     et Natura et Pietate il corso tenne.



     O cameretta che gia fosti un porto
     a le gravi tempeste mie diurne,
     fonte se' or di lagrime nocturne,
     che 'l di celate per vergogna porto.
     O letticciuol che requie eri et conforto
     in tanti affanni, di che dogliose urne
     ti bagna Amor, con quelle mani eburne,
     solo ver 'me crudeli a si gran torto!
     Ne pur il mio secreto e 'l mio riposo
     fuggo, ma piu me stesso e 'l mio pensero,
     che, seguendol, talor levommi a volo;
     e 'l vulgo a me nemico et odioso
     (ch 'l penso mai?) per mio refugio chero:
     tal paura o di ritrovarmi solo.



     Lasso, Amor mi trasporta ov'io non voglio,
     et ben m'accorgo che 'l dever si varcha,
     onde, a chi nel mio cor siede monarcha,
     sono importuno assai piu ch'i' non soglio;
     ne mai saggio nocchier guardo da scoglio
     nave di merci preciose carcha,
     quant'io sempre la debile mia barcha
     da le percosse del suo duro orgoglio.
     Ma lagrimosa pioggia et fieri venti
     d'infiniti sospiri or l'anno spinta,
     ch'e nel mio mare horribil notte et verno,
     ov'altrui noie, a se doglie et tormenti
     porta, et non altro, gia da l'onde vinta,
     disarmata di vele et di governo.



     Amor, io fallo, et veggio il mio fallire,
     ma fo si com'uom ch'arde e 'l foco a 'n seno,
     che 'l duol pur cresce, et la ragion ven meno
     et e gia quasi vinta dal martire.
     Solea frenare il mio caldo desire,
     per non turbare il bel viso sereno:
     non posso piu; di man m'ai tolto il freno,
     et l'alma desperando a preso ardire.
     Pero s'oltra suo stile ella s'aventa,
     tu 'l fai, che si l'accendi, et si la sproni,
     ch'ogni aspra via per sua salute tenta;
     et piu 'l fanno i celesti et rari doni
     ch'a in se madonna: or fa' almen ch'ella il senta,
     et le mie colpe a se stessa perdoni.



     Non a tanti animali il mar fra l'onde,
     ne lassu sopra 'l cerchio de la luna
     vide mai tante stelle alcuna notte,
     ne tanti augelli albergan per li boschi,
     ne tant'erbe ebbe mai il campo ne piaggia,
     quant'a 'l io mio cor pensier' ciascuna sera.
     Di di in di spero ormai l'ultima sera
     che scevri in me dal vivo terren l'onde
     et mi lasci dormire in qualche piaggia,
     che tanti affanni uom mai sotto la luna
     non sofferse quant'io: sannolsi i boschi,
     che sol vo ricercando giorno et notte.
     Io non ebbi gia mai tranquilla notte,
     ma sospirando andai matino et sera,
     poi ch'Amor femmi un cittadin de' boschi.
     Ben fia, prima ch'i' posi, il mar senz'onde,
     et la sua luce avra 'l sol da la luna,
     e i fior d'april morranno in ogni piaggia.
     Consumando mi vo di piaggia in piaggia
     el di pensoso, poi piango la notte;
     ne stato o mai, se non quanto la luna.
     Ratto come imbrunir veggio la sera,
     sospir' del petto, et de li occhi escono onde
     da bagnar l'erbe, et da crollare i boschi.
     Le citta son nemiche, amici i boschi,
     a'miei pensier', che per quest'alta piaggia
     sfogando vo col mormorar de l'onde,
     per lo dolce silentio de la notte:
     tal ch'io aspetto tutto 'l di la sera,
     che 'l sol si parta et dia luogo a la luna.
     Deh or foss'io col vago de la luna
     adormentato in qua' che verdi boschi,
     et questa ch'anzi vespro a me fa sera,
     con essa et con Amor in quella piaggia
     sola venisse a starsi ivi una notte;
     e 'l di si stesse e 'l sol sempre ne l'onde.
     Sovra dure onde, al lume de la luna
     canzon nata di notte in mezzo i boschi,
     ricca di piaggia vedrai deman da sera.



     Real natura, angelico intelletto,
     chiara alma, pronta vista, occhio cerviero,
     providentia veloce, alto pensero,
     et veramente degno di quel petto:
     sendo di donne un bel numero eletto
     per adornar il di festo et altero,
     subito scorse il buon giudicio intero
     fra tanti, et si bei, volti il piu perfetto.
     L'altre maggior' di tempo o di fortuna
     trarsi in disparte comando con mano,
     et caramente accolse a se quell'una.
     Li occhi et la fronte con sembiante humano
     basciolle si che rallegro ciascuna:
     me empie d'invidia l'atto dolce et strano.



     La ver' l'aurora, che si dolce l'aura
     al tempo novo suol movere i fiori,
     et li augelletti incominciar lor versi,
     si dolcemente i pensier' dentro a l'alma
     mover mi sento a chi li a tutti in forza,
     che ritornar convenmi a le mie note.
     Temprar potess'io in si soavi note
     i miei sospiri ch'addolcissen Laura,
     faccendo a lei ragion ch'a me fa forza!
     Ma pria fia 'l verno la stagion de' fiori,
     ch'amor fiorisca in quella nobil alma,
     che non curo gia mai rime ne versi.
     Quante lagrime, lasso, et quanti versi
     o gia sparti al mio tempo, e 'n quante note
     o riprovato humiliar quell'alma!
     Ella si sta com'aspr'alpe a l'aura
     dolce, la qual ben move frondi et fiori,
     ma nulla po se 'ncontra maggior forza.
     Homini et dei solea vincer per forza
     Amor, come si legge in prose e 'n versi:
     et io 'l provai in sul primo aprir de' fiori.
     Ora ne 'l mio signor ne le sue note
     ne 'l pianger mio ne i preghi pon far Laura
     trarre o di vita o di martir quest'alma.
     A l'ultimo bisogno, o misera alma,
     accampa ogni tuo ingegno, ogni tua forza,
     mentre fra noi di vita alberga l'aura.
     Nulla al mondo e che non possano i versi;
     et li aspidi incantar sanno in lor note,
     nonche 'l gielo adornar con novi fiori.
     Ridon or per le piagge herbette et fiori:
     esser non po che quella angelica alma
     non senta il suon de l'amorose note.
     Se nostra ria fortuna e di piu forza,
     lagrimando et cantando i nostri versi
     et col bue zoppo andrem cacciando l'aura.
     In rete accolgo l'aura, e 'n ghiaccio i fiori,
     e 'n versi tento sorda et rigida alma,
     che ne forza d'Amor prezza ne note.



     I' o pregato Amor, e 'l ne riprego,
     che mi scusi appo voi, dolce mia pena,
     amaro mio dilecto, se con piena
     fede dal dritto mio sentier mi piego.
     I' nol posso negar, donna, et nol nego,
     che la ragion, ch'ogni bona alma affrena,
     non sia dal voler vinta; ond'ei mi mena
     talor in parte ov'io per forza il sego.
     Voi, con quel cor, che di si chiaro ingegno,
     di si alta vertute il cielo alluma,
     quanto mai piovve da benigna stella,
     devete dir, pietosa et senza sdegno:
     Che po questi altro? il mio volto il consuma:
     ei perche ingordo, et io perche si bella?



     L'alto signor dinanzi a cui non vale
     nasconder ne fuggir, ne far difesa,
     di bel piacer m'avea la mente accesa
     con un ardente et amoroso strale;
     et benche 'l primo colpo aspro et mortale
     fossi da se, per avanzar sua impresa
     una saetta di pietate a presa,
     et quinci et quindi il cor punge et assale.
     L'una piaga arde, et versa foco et fiamma;
     lagrime l'altra che 'l dolor distilla,
     per li occhi mei, del vostro stato rio:
     ne per duo fonti sol una favilla
     rallenta de l'incendio che m'infiamma,
     anzi per la pieta, cresce 'l desio.



     " Mira quel colle, o stanco mio cor vago:
     ivi lasciammo ier lei, ch'alcun tempo ebbe
     qualche cura di noi, et le ne 'ncrebbe,
     or vorria trar de li occhi nostri un lago.
     Torna tu in la, ch'io d'esser sol m'appago;
     tenta se forse anchor tempo sarebbe
     da scemar nostro duol, che 'nfin qui crebbe,
     o del mio mal participe et presago.
     " Or tu ch'ai posto te stesso in oblio
     et parli al cor pur come e' fusse or teco,
     miser, et pien di pensier' vani et sciocchi!
     ch'al dipartir dal tuo sommo desio
     tu te n'andasti, e' si rimase seco,
     et si nascose dentro a' suoi belli occhi.



     Fresco, ombroso, fiorito et verde colle,
     ov'or pensando et or cantando siede,
     et fa qui de' celesti spirti fede,
     quella ch'a tutto 'l mondo fama tolle:
     il mio cor che per lei lasciar mi volle
     (et fe' gran senno, et piu se mai non riede)
     va or contando ove da quel bel piede
     segnata e l'erba, et da quest'occhi e molle.
     Seco si stringe, et dice a ciascun passo:
     Deh fusse or qui quel miser pur un poco,
     ch'e gia di pianger et di viver lasso!
     Ella sel ride, et non e pari il gioco:
     tu paradiso, i' senza cor un sasso,
     o sacro, aventuroso et dolce loco.



     Il mal mi preme, et mi spaventa il peggio,
     al qual veggio si larga et piana via,
     ch'i' son intrato in simil frenesia,
     et con duro penser teco vaneggio;
     ne so se guerra o pace a Dio mi cheggio,
     che 'l danno e grave, et la vergogna e ria.
     Ma perche piu languir? di noi pur fia
     quel ch'ordinato e gia nel sommo seggio.
     Bench'i' non sia di quel grand'onor degno
     che tu mi fai, che te n'inganna Amore,
     che spesso occhio ben san fa veder torto,
     pur d'alzar l'alma a quel celeste regno
     e il mio consiglio, et di spronare il core:
     perche 'l camin e lungo, e 'l tempo e corto.



     Due rose fresche, et colte in paradiso
     l'altrier, nascendo il di primo di maggio,
     bel dono, et d'un amante antiquo et saggio,
     tra duo minori egualmente diviso
     con si dolce parlar et con un riso
     da far innamorare un huom selvaggio,
     di sfavillante et amoroso raggio
     et l'un et l'altro fe' cangiare il viso.
     " Non vede un simil par d'amanti il sole "
     dicea, ridendo et sospirando inseme;
     et stringendo ambedue, volgeasi a torno.
     Cosi partia le rose et le parole,
     onde 'l cor lasso anchor s'allegra et teme:
     o felice eloquentia, o lieto giorno!



     L'aura che 'l verde lauro et l'aureo crine
     soavemente sospirando move,
     fa con sue viste leggiadrette et nove
     l'anime da' lor corpi pellegrine.
     Candida rosa nata in dure spine,
     quando fia chi sua pari al mondo trove,
     gloria di nostra etate? O vivo Giove,
     manda, prego, il mio in prima che 'l suo fine:
     si ch'io non veggia il gran publico danno,
     e 'l mondo remaner senza 'l suo sole,
     ne li occhi miei, che luce altra non anno;
     ne l'alma, che pensar d'altro non vole,
     ne l'orecchie, ch'udir altro non sanno,
     senza l'oneste sue dolci parole.



     Parra forse ad alcun che 'n lodar quella
     ch'i' adoro in terra, errante sia 'l mio stile,
     faccendo lei sovr'ogni altra gentile,
     santa, saggia, leggiadra, honesta et bella.
     A me par il contrario; et temo ch'ella
     non abbia a schifo il mio dir troppo humile,
     degna d'assai piu alto et piu sottile:
     et chi nol crede, venga egli a vedella;
     si dira ben: Quello ove questi aspira
     e cosa da stancare Athene, Arpino,
     Mantova et Smirna, et l'una et l'altra lira.
     Lingua mortale al suo stato divino
     giunger non pote: Amor la spinge et tira,
     non per election, ma per destino.



     Chi vuol veder quantunque po Natura
     e 'l Ciel tra noi, venga a mirar costei,
     ch'e sola un sol, non pur a li occhi mei,
     ma al mondo cieco, che vertu non cura;
     et venga tosto, perche Morte fura
     prima i migliori, et lascia star i rei:
     questa aspettata al regno delli dei
     cosa bella mortal passa, et non dura.
     Vedra, s'arriva a tempo, ogni vertute,
     ogni bellezza, ogni real costume
     giunti in un corpo con mirabil' tempre:
     allor dira che mie rime son mute,
     l'ingegno offeso dal soverchio lume;
     ma se piu tarda, avra da pianger sempre.



     Qual paura o, quando mi torna a mente
     quel giorno ch'i' lasciai grave et pensosa
     madonna, e 'l mio cor seco! et non e cosa
     che si volentier pensi, et si sovente.
     I' la riveggio starsi humilemente
     tra belle donne, a guisa d'una rosa
     tra minor' fior', ne lieta ne dogliosa,
     come chi teme, et altro mal non sente.
     Deposta avea l'usata leggiadria,
     le perle et le ghirlande et i panni allegri,
     e 'l riso e 'l canto e 'l parlar dolce humano.
     Cosi in dubbio lasciai la vita mia:
     or tristi auguri, et sogni et penser' negri
     mi danno assalto, et piaccia a Dio che 'nvano.



     Solea lontana in sonno consolarme
     con quella dolce angelica sua vista
     madonna; or mi spaventa et mi contrista,
     ne di duol ne di tema posso aitarme;
     che spesso nel suo volto veder parme
     vera pieta con grave dolor mista,
     et udir cose onde 'l cor fede acquista
     che di gioia et di speme si disarme.
     " Non ti soven di quella ultima sera
     dice ella " ch'i' lasciai li occhi tuoi molli
     et sforzata dal tempo me n'andai?
     I' non tel potei dir, allor, ne volli;
     or tel dico per cosa experta et vera:
     non sperar di vedermi in terra mai ".



     O misera et horribil visione!
     E dunque ver che 'nnanzi tempo spenta
     sia l'alma luce che suol far contenta
     mia vita in pene et in speranze bone?
     Ma come e che si gran romor non sone,
     per altri messi, et per lei stessa il senta?
     Or gia Dio et Natura nol consenta,
     et falsa sia mia trista opinione.
     A me pur giova di sperare anchora
     la dolce vista del bel viso adorno,
     che me mantene, e 'l secol nostro honora.
     Se per salir a l'eterno soggiorno
     uscita e pur del bel' albergo fora,
     prego non tardi il mio ultimo giorno.



     In dubbio di mio stato, or piango or canto,
     et temo et spero; et in sospiri e 'n rime
     sfogo il mio incarco: Amor tutte sue lime
     usa sopra 'l mio core, afflicto tanto.
     Or fia gia mai che quel bel viso santo
     renda a quest'occhi le lor luci prime
     (lasso, non so che di me stesso estime)?
     o li condanni a sempiterno pianto;
     et per prender il ciel, debito a lui,
     non curi che si sia di loro in terra,
     di ch'egli e il sole, et non veggiono altrui?
     In tal paura e 'n si perpetua guerra
     vivo ch'i' non so piu quel che gia fui,
     qual chi per via dubbiosa teme et erra.



     O dolci sguardi, o parolette accorte,
     or fia mai il di ch'i' vi riveggia et oda?
     O chiome bionde di che 'l cor m'annoda
     Amor, et cosi preso il mena a morte;
     o bel viso a me dato in dura sorte,
     di ch'io sempre pur pianga, et mai non goda:
     o chiuso inganno et amorosa froda,
     darmi un piacer che sol pena m'apporte!
     Et se talor da' belli occhi soavi,
     ove mia vita e 'l mio pensero alberga,
     forse mi ven qualche dolcezza honesta,
     subito, a cio ch'ogni mio ben disperga
     et m'allontane, or fa cavalli or navi
     Fortuna, ch'al mio mal sempre e si presta.



     I'pur ascolto, et non odo novella
     de la dolce et amata mia nemica,
     ne so ch'i' me ne pensi o ch'i' mi dica,
     si 'l cor tema et speranza mi puntella.
     Nocque ad alcuna gia l'esser si bella;
     questa piu d'altra e bella et piu pudica:
     forse vuol Dio tal di vertute amica
     torre a la terra, e 'n ciel farne una stella;
     anzi un sole: et se questo e, la mia vita,
     i miei corti riposi e i lunghi affanni
     son giunti al fine. O dura dipartita,
     perche lontan m'ai fatto da' miei danni?
     La mia favola breve e gia compita,
     et fornito il mio tempo a mezzo gli anni.



     La sera desiare, odiar l'aurora
     soglion questi tranquilli et lieti amanti;
     a me doppia la sera et doglia et pianti,
     la matina e per me piu felice hora:
     che spesso in un momento apron allora
     l'un sole et l'altro quasi duo levanti,
     di beltade et di lume si sembianti,
     ch'anco il ciel de la terra s'innamora;
     come gia fece, allor che' primi rami
     verdeggiar, che nel cor radice m'anno,
     per cui sempre altrui piu che me stesso ami.
     Cosi di me due contrarie hore fanno;
     et chi m'acqueta e ben ragion ch'i' brami,
     et tema et odi chi m'adduce affanno.



     Far potess'io vendetta di colei
     che guardando et parlando mi distrugge,
     et per piu doglia poi s'asconde et fugge,
     celando gli occhi a me si dolci et rei.
     Cosi li afflicti et stanchi spirti mei
     a poco a poco consumando sugge,
     e 'n sul cor quasi fiero leon rugge
     la notte allor quand'io posar devrei.
     L'alma, cui Morte del suo albergo caccia,
     da me si parte, et di tal nodo sciolta,
     vassene pur a lei che la minaccia.
     Meravigliomi ben s'alcuna volta,
     mentre le parla et piange et poi l'abbraccia,
     non rompe il sonno suo, s'ella l'ascolta.



     In quel bel viso ch'i' sospiro et bramo,
     fermi eran gli occhi desiosi e 'ntensi,
     quando Amor porse, quasi a dir " che pensi? ",
     quella honorata man che second'amo.
     Il cor, preso ivi come pesce a l'amo,
     onde a ben far per vivo exempio viensi,
     al ver non volse li occupati sensi,
     o come novo augello al visco in ramo.
     Ma la vista, privata del suo obiecto,
     quasi sognando si facea far via,
     senza la qual e 'l suo bene imperfecto.
     l'alma tra l'una et l'altra gloria mia,
     qual celeste non so novo dilecto
     et qual strania dolcezza si sentia.



     Vive faville uscian de' duo bei lumi
     ver' me si dolcemente folgorando,
     et parte d'un cor saggio sospirando
     d'alta eloquentia si soavi fiumi,
     che pur il rimembrar par mi consumi
     qualor a quel di torno, ripensando
     come venieno i miei spirti mancando
     al variar de' suoi duri costumi.
     L'alma, nudrita sempre in doglia e 'n pene
     ( quanto e 'l poder d'una prescritta usanza!),
     contra 'l doppio piacer si 'nferma fue,
     ch'al gusto sol del disusato bene,
     tremando or di paura or di speranza,
     d'abandonarme fu spesso entra due.



     Cercato o sempre solitaria vita
     (le rive il sanno, et le campagne e i boschi)
     per fuggir questi ingegni sordi et loschi,
     che la strada del cielo anno smarrita;
     et se mia voglia in cio fusse compita,
     fuor del dolce aere de' paesi toschi
     anchor m'avria tra' suoi bei colli foschi
     Sorga, ch'a pianger et cantar m'aita.
     Ma mia fortuna, a me sempre nemica,
     mi risospigne al loco ov'io mi sdegno
     veder nel fango il bel tesoro mio.
     A la man ond'io scrivo e fatta amica
     a questa volta, et non e forse indegno:
     Amor sel vide, et sa 'l madonna et io.



     In tale stella duo belli occhi vidi,
     tutti pien' d'onestate et di dolcezza,
     che presso a quei d'Amor leggiadri nidi
     il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
     Non si pareggi a lei qual piu s'aprezza,
     in qual ch'etade, in quai che strani lidi:
     non chi reco con sua vaga bellezza
     in Grecia affanni, in Troia ultimi stridi;
     no la bella romana che col ferro
     apre il suo casto et disdegnoso petto;
     non Polixena, Ysiphile et Argia.
     Questa excellentia e gloria, s'i' non erro,
     grande a Natura, a me sommo diletto,
     ma' che ven tardo, et subito va via.



     Qual donna attende a gloriosa fama
     di senno, di valor, di cortesia,
     miri fiso negli occhi a quella mia
     nemica, che mia donna il mondo chiama.
     Come s'acquista honor, come Dio s'ama,
     come e giunta honesta con leggiadria,
     ivi s'impara, et qual e dritta via
     di gir al ciel, che lei aspetta et brama.
     Ivi 'l parlar che nullo stile aguaglia,
     e 'l bel tacere, et quei cari costumi,
     che 'ngegno human non po spiegar in carte;
     l'infinita belleza ch'altrui abbaglia,
     non vi s'impara: che quei dolci lumi
     s'acquistan per ventura et non per arte.



     Cara la vita, et dopo lei mi pare
     vera honesta, che 'n bella donna sia.
     L'ordine volgi: e' non fur, madre mia,
     senza honesta mai cose belle o care;
     et qual donna si lascia di suo honor privare,
     ne donna e piu ne viva; et se qual pria
     appare in vista, e tal vita aspra et ria
     via piu che morte, et di piu pene amare.
     Ne di Lucretia mi meravigliai,
     se non come a morir le bisognasse
     ferro, et non le bastasse il dolor solo.
     Vengan quanti philosophi fur mai,
     a dir di cio: tutte lor vie fien basse;
     et quest'una vedremo alzarsi a volo.



     Arbor victoriosa trumphale,
     onor d'imperadori et di poeti,
     quanti m'ai fatto di dogliosi et lieti
     in questa breve mia vita mortale!
     vera donna, et a cui di nulla cale,
     se non d'onor, che sovr'ogni altra mieti,
     ne d'Amor visco temi, o lacci o reti,
     ne 'ngano altrui contr'al tuo senno vale.
     Gentileza di sangue, et l'altre care
     cose tra noi, perle et robini et oro,
     quasi vil soma egualmente dispregi.
     L'alta belta ch'al mondo non a pare
     noia t'e, se non quanto il bel thesoro
     di castita par ch'ella adorni et fregi.



     I' vo pensando, et nel penser m'assale
     una pieta si forte di me stesso,
     che mi conduce spesso
     ad altro lagrimar ch'i' non soleva:
     che, vedendo ogni giorno il fin piu presso,
     mille fiate o chieste a Dio quell'ale
     co le quai del mortale
     carcer nostro intelletto al ciel si leva.
     Ma infin a qui niente mi releva
     prego o sospiro o lagrimar ch'io faccia:
     e cosi per ragion conven che sia,
     che chi, possendo star, cadde tra via,
     degno e che mal suo grado a terra giaccia.
     Quelle pietose braccia
     in ch'io mi fido, veggio aperte anchora,
     ma temenza m'accora
     per gli altrui exempli, et del mio stato tremo,
     ch'altri mi sprona, et son forse a l'extremo.
     L'un penser parla co la mente, et dice:
     " Che pur agogni? onde soccorso attendi?
     Misera, non intendi
     con quanto tuo disnore il tempo passa?
     Prendi partito accortamente, prendi;
     e del cor tuo divelli ogni radice
     del piacer che felice
     nol po mai fare, et respirar nol lassa.
     Se gia e gran tempo fastidita et lassa
     se' di quel falso dolce fugitivo
     che 'l mondo traditor puo dare altrui,
     a che ripon' piu la speranza in lui,
     che d'ogni pace et di fermezza e privo?
     Mentre che 'l corpo e vivo,
     ai tu 'l freno in bailia de' penser' tuoi:
     deh stringilo or che poi,
     che dubbioso e 'l tardar come tu sai,
     e 'l cominciar non fia per tempo omai.
     Gia sai tu ben quanta dolcezza porse
     agli occhi tuoi la vista di colei
     la qual ancho vorrei
     ch'a nascer fosse per piu nostra pace.
     Ben ti ricordi, et ricordar te 'n dei,
     de l'imagine sua quand'ella corse
     al cor, la dove forse
     non potea fiammma intrar per altrui face:
     ella l'accese; et se l'ardor fallace
     duro molt'anni in aspectando un giorno,
     che per nostra salute unqua non vene,
     or ti solleva a piu beata spene,
     mirando 'l ciel che ti si volve intorno,
     immortal et addorno:
     che dove, del mal suo qua giu si lieta,
     vostra vaghezza acqueta
     un mover d'occhi, un ragionar, un canto,
     quanto fia quel piacer, se questo e tanto? "
     Da l'altra parte un pensier dolce et agro,
     con faticosa et dilectevol salma
     sedendosi entro l'alma,
     preme 'l cor di desio, di speme il pasce;
     che sol per fama gloriosa et alma
     non sente quand'io agghiaccio, o quand'io flagro,
     s'i' son pallido o magro;
     et s'io l'occido piu forte rinasce.
     Questo d'allor ch'i' m'addormiva in fasce
     venuto e di di in di crescendo meco,
     e temo ch'un sepolcro ambeduo chiuda.
     Poi che fia l'alma de le membra ignuda,
     non po questo desio piu venir seco;
     ma se 'l latino e 'l greco
     parlan di me dopo la morte, e un vento:
     ond'io, perche pavento
     adunar sempre quel ch'un'ora sgombre,
     vorre' 'l ver abbracciar, lassando l'ombre.
     Ma quell'altro voler di ch'i'son pieno,
     quanti press'a lui nascon par ch'adugge;
     e parte il tempo fugge
     che, scrivendo d'altrui, di me non calme;
     e 'l lume de' begli occhi che mi strugge
     soavemente al suo caldo sereno,
     mi ritien con un freno
     contra chui nullo ingegno o forza valme.
     Che giova dunque perche tutta spalme
     la mia barchetta, poi che 'nfra li scogli
     e ritenuta anchor da ta' duo nodi?
     Tu che dagli altri, che 'n diversi modi
     legano 'l mondo, in tutto mi disciogli,
     Signor mio, che non togli
     omai dal volto mio questa vergogna?
     Che 'n guisa d'uom che sogna,
     aver la morte inanzi gli occhi parme;
     et vorrei far difesa, et non o l'arme.
     Quel ch'i' fo veggio, et non m'inganna il vero
     mal conosciuto, anzi mi sforza Amore,
     che la strada d'onore
     mai nol lassa seguir, chi troppo il crede;
     et sento ad ora ad or venirmi al core
     un leggiadro disegno aspro et severo
     ch'ogni occulto pensero
     tira in mezzo la fronte, ov'altri 'l vede:
     che mortal cosa amar con tanta fede
     quanta a Dio sol per debito convensi,
     piu si disdice a chi piu pregio brama.
     Et questo ad alta voce ancho richiama
     la ragione sviata dietro ai sensi;
     ma perch'ell'oda, et pensi
     tornare, il mal costume oltre la spigne,
     et agli occhi depigne
     quella che sol per farmi morir nacque,
     perch'a me troppo, et a se stessa, piacque.
     Ne so che spatio mi si desse il cielo
     quando novellamente io venni in terra
     a soffrir l'aspra guerra
     che 'ncontra me medesmo seppi ordire;
     ne posso il giorno che la vita serra
     antiveder per lo corporeo velo;
     ma variarsi il pelo
     veggio, et dentro cangiarsi ogni desire.
     Or ch'i' mi credo al tempo del partire
     esser vicino, o non molto da lunge,
     come chi 'l perder face accorto et saggio,
     vo ripensando ov'io lassai 'l viaggio
     de la man destra, ch'a buon porto aggiunge:
     et da l'un lato punge
     vergogna et duol che 'ndietro mi rivolve;
     dall'altro non m'assolve
     un piacer per usanza in me si forte
     ch'a patteggiar n'ardisce co la morte.
     Canzon, qui sono, ed o 'l cor via piu freddo
     de la paura che gelata neve,
     sentendomi perir senz'alcun dubbio:
     che pur deliberando o volto al subbio
     gran parte omai de la mia tela breve;
     ne mai peso fu greve
     quanto quel ch'i' sostengo in tale stato:
     che co la morte a lato
     cerco del viver mio novo consiglio,
     et veggio 'l meglio, et al peggior m'appiglio.



     Aspro core et selvaggio, et cruda voglia
     in dolce, humile, angelica figura,
     se l'impreso rigor gran tempo dura,
     avran di me poco honorata spoglia;
     che quando nasce et mor fior, herba et foglia,
     quando e 'l di chiaro, et quando e notte oscura,
     piango ad ognor: ben o di mia ventura,
     di madonna et d'Amore onde mi doglia.
     Vivo sol di speranza, rimembrando
     che poco humor gia per continua prova
     consumar vidi marmi et pietre salde.
     Non e si duro cor che, lagrimando,
     pregando, amando, talor non si smova,
     ne si freddo voler, che non si scalde.



     Signor mio caro, ogni pensier mi tira
     devoto a veder voi, cui sempre veggio:
     la mia fortuna (or che mi po far peggio?)
     mi tene a freno, et mi travolge et gira.
     Poi quel dolce desio ch'Amor mi spira
     menami a morte, ch'i' non me n'aveggio;
     et mentre i miei duo lumi indarno cheggio,
     dovunque io son, di et notte si sospira.
     Carita di signore, amor di donna
     son le catene ove con molti affanni
     legato son, perch'io stesso mi strinsi.
     Un lauro verde, una gentil colomna,
     quindeci l'una, et l'altro diciotto anni
     portato o in seno, et gia mai non mi scinsi.



     Oime il bel viso, oime il soave sguardo,
     oime il leggiadro portamento altero;
     oime il parlar ch'ogni aspro ingegno et fero
     facevi humile, ed ogni huom vil gagliardo!
     et oime il dolce riso, onde uscio 'l dardo
     di che morte, altro bene omai non spero:
     alma real, dignissima d'impero,
     se non fossi fra noi scesa si tardo!
     Per voi conven ch'io arda, e 'n voi respire,
     ch'i' pur fui vostro; et se di voi son privo,
     via men d'ogni sventura altra mi dole.
     Di speranza m'empieste et di desire,
     quand'io parti' dal sommo piacer vivo;
     ma 'l vento ne portava le parole.



     Che debb'io far? che mi consigli, Amore?
     Tempo e ben di morire,
     et o tardato piu ch'i' non vorrei.
     Madonna e morta, et a seco il mio core;
     et volendol seguire,
     interromper conven quest'anni rei,
     perche mai veder lei
     di qua non spero, et l'aspettar m'e noia.
     Poscia ch'ogni mia gioia
     per lo suo dipartire in pianto e volta,
     ogni dolcezza de mia vita e tolta.
     Amor, tu 'l senti, ond'io teco mi doglio,
     quant'e il damno aspro et grave;
     e so che del mio mal ti pesa et dole,
     anzi del nostro, perch'ad uno scoglio
     avem rotto la nave,
     et in un punto n'e scurato il sole.
     Qual ingegno a parole
     poria aguagliare il mio doglioso stato?
     Ahi orbo mondo, ingrato,
     gran cagion ai di dever pianger meco,
     che quel bel ch'era in te, perduto ai seco.
     Caduta e la tua gloria, et tu nol vedi,
     ne degno eri, mentr'ella
     visse qua giu, d'aver sua conoscenza,
     ne d'esser tocco da' suoi sancti piedi,
     perche cosa si bella
     devea 'l ciel adornar di sua presenza.
     Ma io, lasso, che senza
     lei ne vita mortal ne me stesso amo,
     piangendo la richiamo:
     questo m'avanza di cotanta spene,
     et questo solo anchor qui mi mantene.
     Oime, terra e fatto il suo bel viso,
     che solea far del cielo
     et del ben di lassu fede fra noi;
     l'invisibil sua forma e in paradiso,
     disciolta di quel velo
     che qui fece ombra al fior degli anni suoi,
     per rivestirsen poi
     un'altra volta, et mai piu non spogliarsi,
     quando alma et bella farsi
     tanto piu la vedrem, quanto piu vale
     sempiterna bellezza che mortale.
     Piu che mai bella et piu leggiadra donna
     tornami inanzi, come
     la dove piu gradir sua vista sente.
     Questa e del viver mio l'una colomna,
     l'altra e 'l suo chiaro nome,
     che sona nel mio cor si dolcemente.
     Ma tornandomi a mente
     che pur morta e la mia speranza, viva
     allor ch'ella fioriva,
     sa ben Amor qual io divento, et (spero)
     vedel colei ch'e or si presso al vero.
     Donne, voi che miraste sua beltate
     et l'angelica vita
     con quel celeste portamento in terra,
     di me vi doglia, et vincavi pietate,
     non di lei ch'e salita
     a tanta pace, et m'a lassato in guerra:
     tal che s'altri mi serra
     lungo tempo il camin da seguitarla,
     quel ch'Amor meco parla,
     sol mi ritien ch'io non recida il nodo.
     Ma e' ragiona dentro in cotal modo:
     " Pon' freno al gran dolor che ti trasporta,
     che per soverchie voglie
     si perde 'l cielo, ove 'l tuo core aspira,
     dove e viva colei ch'altrui par morta,
     et di sue belle spoglie
     seco sorride, et sol di te sospira;
     et sua fama, che spira
     in molte parti anchor per la tua lingua,
     prega che non extingua,
     anzi la voce al suo nome rischiari,
     se gli occhi suoi ti fur dolci ne cari. "
     Fuggi 'l sereno e 'l verde,
     non t'appressare ove sia riso o canto,
     canzon mia no, ma pianto:
     non fa per te di star fra gente allegra,
     vedova, sconsolata, in vesta negra.



     Rotta e l'alta colonna e 'l verde lauro
     che facean ombra al mio stanco pensero;
     perduto o quel che ritrovar non spero
     dal borrea a l'austro, o dal mar indo al mauro.
     Tolto m'ai, Morte, il mio doppio thesauro,
     che mi fea viver lieto et gire altero,
     et ristorar nol po terra ne impero,
     ne gemma oriental, ne forza d'auro.
     Ma se consentimento e di destino,
     che posso io piu, se no aver l'alma trista,
     humidi gli occhi sempre, e 'l viso chino?
     O nostra vita ch'e si bella in vista,
     com perde agevolmente in un matino
     quel che 'n molti anni a gran pena s'acquista!



     Amor, se vuo' ch'i'torni al giogo anticho,
     come par che tu mostri, un'altra prova
     meravigliosa et nova,
     per domar me, conventi vincer pria.
     Il mio amato tesoro in terra trova,
     che m'e nascosto, ond'io son si mendico,
     e 'l cor saggio pudico,
     ove suol albergar la vita mia;
     et s'egli e ver che tua potentia sia
     nel ciel si grande come si ragiona,
     et ne l'abisso (perche qui fra noi
     quel che tu val' et puoi,
     credo che 'l sente ogni gentil persona),
     ritogli a Morte quel ch'ella n'a tolto,
     et ripon' le tue insegne nel bel volto.
     Riponi entro 'l bel viso il vivo lume
     ch'era mia scorta, et la soave fiamma
     ch'anchor, lasso, m'infiamma
     essendo spenta: or che fea dunque ardendo?
     E' non si vide mai cervo ne damma
     con tal desio cercar fonte ne fiume,
     qual io il dolce costume
     onde o gia molto amaro; et piu n'attendo,
     se ben me stesso et mia vaghezza intendo,
     che mi fa vaneggiar sol del pensero,
     et gire in parte ove la strada manca,
     et co la mente stanca
     cosa seguir che mai giugner non spero.
     Or al tuo richiamar venir non degno,
     che segnoria non ai fuor del tuo regno.
     Fammi sentir de quell'aura gentile
     di for, si come dentro anchor si sente;
     la qual era possente,
     cantando, d'acquetar li sdegni et l'ire,
     di serenar la tempestosa mente
     et sgombrar d'ogni nebbia oscura et vile,
     ed alzava il mio stile
     sovra di se, dove or non poria gire.
     Aguaglia la speranza col desire;
     et poi che l'alma e in sua ragion piu forte,
     rendi agli occhi, agli orecchi il proprio obgetto,
     senza qual imperfetto
     e lor oprare, e 'l mio vivere e morte.
     Indarno or sovra me tua forza adopre,
     mentre 'l mio primo amor terra ricopre.
     Fa ch'io riveggia il bel guardo, ch'un sole
     fu sopra 'l ghiaccio ond'io solea gir carco;
     fa' ch'i' ti trovi al varco,
     onde senza tornar passo 'l mio core;
     prendi i dorati strali, et prendi l'arco,
     et facciamisi udir, si come sole,
     col suon de le parole
     ne le quali io imparai che cosa e amore;
     movi la lingua, ov'erano a tutt'ore
     disposti gli ami ov'io fui preso, et l'esca
     ch'i' bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi
     fra i capei crespi et biondi,
     che il mio voler altrove non s'invesca;
     spargi co le tue man' le chiome al vento,
     ivi mi lega, et puo' mi far contento.
     Dal laccio d'or non sia mai chi me scioglia,
     negletto ad arte, e 'nnanellato et hirto,
     ne de l'ardente spirto
     de la sua vista dolcemente acerba,
     la qual di et notte piu che lauro o mirto
     tenea in me verde l'amorosa voglia,
     quando si veste et spoglia
     di fronde il bosco, et la campagna d'erba.
     Ma poi che Morte e stata si superba
     che spezzo il nodo ond'io temea scampare,
     ne trovar poi, quantunque gira il mondo,
     di che ordischi 'l secondo,
     che giova, Amor, tuoi ingegni ritentare?
     Passata e la stagion, perduto ai l'arme,
     di ch'io tremava: ormai che puoi tu farme?
     L'arme tue furon gli occhi, onde l'accese
     saette uscivan d'invisibil foco,
     et ragion temean poco,
     che 'ncontra 'l ciel non val difesa humana;
     il pensar e 'l tacer, il riso e 'l gioco,
     l'abito honesto e 'l ragionar cortese,
     le parole che 'ntese
     avrian fatto gentil d'alma villana,
     l'angelica sembianza, humile et piana,
     ch'or quinci or quindi udia tanto lodarsi;
     e 'l sedere et lo star, che spesso altrui
     poser in dubbio a cui
     devesse il pregio di piu laude darsi.
     Con quest'arme vincevi ogni cor duro:
     or se' tu disarmato; i' son securo.
     Gli animi ch'al tuo regno il cielo inchina
     leghi ora in uno et ora in altro modo;
     ma me sol ad un nodo
     legar potei, che 'l ciel di piu non volse.
     Quel'uno e rotto; e 'n liberta non godo
     ma piango et grido: " Ahi nobil pellegrina,
     qual sententia divina
     me lego inanzi, et te prima disciolse?
     Dio, che si tosto al mondo ti ritolse,
     ne mostro tanta et si alta virtute
     solo per infiammar nostro desio ".
     Certo ormai non tem'io,
     Amor, de la tua man nove ferute;
     indarno tendi l'arco, a voito scocchi;
     sua virtu cadde al chiuder de' begli occhi.
     Morte m'a sciolto, Amor, d'ogni tua legge:
     quella che fu mia donna al ciel e gita,
     lasciando trista et libera mia vita.



     L'ardente nodo ov'io fui d'ora in hora,
     contando, anni ventuno interi preso,
     Morte disciolse, ne gia mai tal peso
     provai, ne credo ch'uom di dolor mora.
     Non volendomi Amor perdere anchora,
     ebbe un altro lacciuol fra l'erba teso,
     et di nova esca un altro foco acceso,
     tal ch'a gran pena indi scampato fora.
     Et se non fosse esperientia molta
     de' primi affanni, i' sarei preso et arso,
     tanto piu quanto son men verde legno.
     Morte m'a liberato un'altra volta,
     et rotto 'l nodo, e 'l foco a spento et sparso:
     contra la qual non val forza ne 'ngegno.



     La vita fugge, et non s'arresta una hora,
     et la morte vien dietro a gran giornate,
     et le cose presenti et le passate
     mi danno guerra, et le future anchora;
     e 'l rimembrare et l'aspettar m'accora,
     or quinci or quindi, si che 'n veritate,
     se non ch'i' o di me stesso pietate,
     i' sarei gia di questi penser' fora.
     Tornami avanti, s'alcun dolce mai
     ebbe 'l cor tristo; et poi da l'altra parte
     veggio al mio navigar turbati i venti;
     veggio fortuna in porto, et stanco omai
     il mio nocchier, et rotte arbore et sarte,
     e i lumi bei che mirar soglio, spenti.



     Che fai? Che pensi? che pur dietro guardi
     nel tempo, che tornar non pote omai?
     Anima sconsolata, che pur vai
     giungnendo legne al foco ove tu ardi?
     Le soavi parole e i dolci sguardi
     ch'ad un ad un descritti et depinti ai,
     son levati de terra; et e, ben sai,
     qui ricercarli intempestivo et tardi.
     Deh non rinovellar quel che n'ancide
     non seguir piu penser vago, fallace,
     ma saldo et certo, ch'a buon fin ne guide.
     Cerchiamo 'l ciel, se qui nulla ne piace:
     che mal per noi quella belta si vide,
     se viva et morta ne devea tor pace.



     Datemi pace, o duri miei pensieri:
     non basta ben ch'Amor, Fortuna et Morte
     mi fanno guerra intorno e 'n su le porte,
     senza trovarmi dentro altri guerreri?
     Et tu, mio cor, anchor se' pur qual eri,
     disleal a me sol, che fere scorte
     vai ricettando, et se' fatto consorte
     de' miei nemici si pronti et leggieri?
     In te i secreti suoi messaggi Amore,
     in te spiega Fortuna ogni sua pompa,
     et Morte la memoria di quel colpo
     che l'avanzo di me conven che rompa;
     in te i vaghi pensier' s'arman d'errore:
     perche d'ogni mio mal te solo incolpo.



     Occhi miei, oscurato e 'l nostro sole;
     anzi e salito al cielo, et ivi splende:
     ivi il vedremo anchora, ivi n'attende,
     et di nostro tardar forse li dole.
     Orecchie mie, l'angeliche parole
     sonano in parte ove e chi meglio intende.
     Pie' miei, vostra ragion la non si stende
     ov'e colei ch'esercitar vi sole.
     Dunque perche mi date questa guerra?
     Gia di perdere a voi cagion non fui
     vederla, udirla et ritrovarla in terra:
     Morte biasmate; anzi laudate Lui
     che lega et scioglie, e 'n un punto apre et serra.
     e dopo 'l pianto sa far lieto altrui.



     Poi che la vista angelica, serena,
     per subita partenza in gran dolore
     lasciato a l'alma e 'n tenebroso horrore,
     cerco parlando d'allentar mia pena.
     Giusto duol certo a lamentar mi mena:
     sassel chi n'e cagione, et sallo Amore,
     ch'altro rimedio non avea 'l mio core
     contra i fastidi onde la vita e piena.
     Questo un, Morte, m'a tolto la tua mano;
     et tu che copri et guardi et ai or teco,
     felice terra, quel bel viso humano,
     me dove lasci, sconsolato et cieco,
     poscia che 'l dolce et amoroso et piano
     lume degli occhi miei non e piu meco?



     S'Amor novo consiglio non n'apporta,
     per forza converra che 'l viver cange:
     tanta paura et duol l'alma trista ange,
     che 'l desir vive, et la speranza e morta;
     onde si sbigottisce et si sconforta
     mia vita in tutto, et notte et giorno piange,
     stanca senza governo in mar che frange,
     e 'n dubbia via senza fidata scorta.
     Imaginata guida la conduce,
     che la vera e sotterra, anzi e nel cielo,
     onde piu che mai chiara al cor traluce:
     agli occhi no, ch'un doloroso velo
     contende lor la disiata luce,
     et me fa si per tempo cangiar pelo.



     Ne l'eta sua piu bella et piu fiorita,
     quando aver suol Amor in noi piu forza,
     lasciando in terra la terrena scorza,
     e l'aura mia vital da me partita,
     et viva et bella et nuda al ciel salita:
     indi mi signoreggia, indi mi sforza.
     Deh perche me del mio mortal non scorza
     l'ultimo di, ch'e primo a l'altra vita?
     Che, come i miei pensier' dietro a lei vanno,
     cosi leve, expedita et lieta l'alma
     la segua, et io sia fuor di tanto affanno.
     Cio che s'indugia e proprio per mio damno,
     per far me stesso a me piu grave salma.
     O che bel morir era, oggi e terzo anno!



     Se lamentar augelli, o verdi fronde
     mover soavemente a l'aura estiva,
     o roco mormorar di lucide onde
     s'ode d'una fiorita et fresca riva,
     la 'v'io seggia d'amor pensoso et scriva,
     lei che 'l ciel ne mostro, terra n'asconde,
     veggio, et odo, et intendo ch'anchor viva
     di si lontano a' sospir' miei risponde.
     " Deh, perche inanzi 'l tempo ti consume?
     " mi dice con pietate " a che pur versi
     degli occhi tristi un doloroso fiume?
     Di me non pianger tu, che' miei di fersi
     morendo eterni, et ne l'interno lume,
     quando mostrai de chiuder, gli occhi apersi ".



     Mai non fui in parte ove si chiar vedessi
     quel che veder vorrei poi ch'io nol vidi,
     ne dove in tanta liberta mi stessi,
     ne 'mpiessi il ciel de si amorosi stridi;
     ne gia mai vidi valle aver si spessi
     luoghi da sospirar riposti et fidi;
     ne credo gia ch'Amor in Cipro avessi,
     o in altra riva, si soavi nidi.
     L'acque parlan d'amore, et l'ora e i rami
     et gli augelletti et i pesci e i fiori et l'erba,
     tutti inseme pregando ch'i' sempre ami.
     Ma tu, ben nata, che dal ciel mi chiami,
     per la memoria di tua morte acerba
     preghi ch'i' sprezzi 'l mondo e i suoi dolci hami.



     Quante fiate, al mio dolce ricetto
     fuggendo altrui et, s'esser po, me stesso,
     vo con gli occhi bagnando l'erba e 'l petto,
     rompendo co' sospir' l'aere da presso!
     Quante fiate sol, pien di sospetto,
     per luoghi ombrosi et foschi mi son messo,
     cercando col penser l'alto diletto
     che Morte a tolto, ond'io la chiamo spesso!
     Or in forma di ninpha o d'altra diva
     che del piu chiaro fondo di Sorga esca,
     et pongasi a sedere in su la riva;
     or l'o veduto su per l'erba fresca
     calcare i fior' com'una donna viva,
     mostrando in vista che di me le 'ncresca.



     Alma felice che sovente torni
     a consolar le mie notti dolenti
     con gli occhi tuoi che Morte non a spenti,
     ma sovra 'l mortal modo fatti adorni:
     quanto gradisco che' miei tristi giorni
     a rallegrar de tua vista consenti!
     Cosi comincio a ritrovar presenti
     le tue bellezze a' suoi usati soggiorni,
     la 've cantando andai di te molt'anni,
     or, come vedi, vo di te piangendo:
     di te piangendo no, ma de' miei danni.
     Sol un riposo trovo in molti affanni,
     che, quando torni, te conosco e 'ntendo
     a l'andar, a la voce, al volto, a' panni.



     Discolorato ai, Morte, il piu bel volto
     che mai si vide, e i piu begli occhi spenti;
     spirto piu acceso di vertuti ardenti
     del piu leggiadro et piu bel nodo ai sciolto.
     In un momento ogni mio ben m'ai tolto,
     post'ai silenzio a' piu soavi accenti
     che mai s'udiro, et me pien di lamenti:
     quant'io veggio m'e noia, et quand'io ascolto.
     Ben torna a consolar tanto dolore
     madonna, ove Pieta la riconduce:
     ne trovo in questa vita altro soccorso.
     Et se come ella parla, et come luce,
     ridir potessi, accenderei d'amore,
     non diro d'uom, un cor di tigre o d'orso.



     Si breve e 'l tempo e 'l penser si veloce
     che mi rendon madonna cosi morta,
     ch'al gran dolor la medicina e corta:
     pur, mentr'io veggio lei, nulla mi noce.
     Amor, che m'a legato et tienmi in croce,
     trema quando la vede in su la porta
     de l'alma ove m'ancide, anchor si scorta,
     si dolce in vista et si soave in voce.
     Come donna in suo albergo altera vene,
     scacciando de l'oscuro et grave core
     co la fronte serena i pensier' tristi.
     L'alma, che tanta luce non sostene,
     sospira et dice: " O benedette l'ore
     del di che questa via con li occhi apristi! "



     Ne mai pietosa madre al caro figlio
     ne donna accesa al suo sposo dilecto
     die' con tanti sospir', con tal sospetto
     in dubbio stato si fedel consiglio,
     come a me quella che 'l mio grave exiglio
     mirando dal suo eterno alto ricetto,
     spesso a me torna co l'usato affecto,
     et di doppia pietate ornata il ciglio:
     or di madre, or d'amante; or teme, or arde
     d'onesto foco; et nel parlar mi mostra
     quel che 'n questo viaggio fugga o segua,
     contando i casi de la vita nostra,
     pregando ch'a levar l'alma non tarde:
     et sol quant'ella parla, o pace o tregua.



     Se quell'aura soave de' sospiri
     ch'i' odo di colei che qui fu mia
     donna, or e in cielo, et anchor par qui sia,
     et viva, et senta, et vada, et ami, et spiri,
     ritrar potessi, or che caldi desiri
     movrei parlando! si gelosa et pia
     torna ov'io son, temendo non fra via
     mi stanchi, o 'ndietro o da man manca giri.
     Ir dritto, alto, m'insegna; et io, che 'ntendo
     le sue caste lusinghe e i giusti preghi
     col dolce mormorar pietoso et basso,
     secondo lei conven mi regga et pieghi,
     per la dolcezza che del suo dir prendo,
     ch'avria vertu di far piangere un sasso.



     Sennuccio mio, benche doglioso et solo
     m'abbi lasciato, i' pur mi riconforto,
     perche del corpo ov'eri preso et morto,
     alteramente se' levato a volo.
     Or vedi inseme l'un et l'altro polo,
     le stelle vaghe et lor viaggio torto,
     et vedi il veder nostro quanto e corto,
     onde col tuo gioir tempro 'l mio duolo.
     Ma ben ti prego che 'n la terza spera
     Guitton saluti, et messer Cino, et Dante,
     Franceschin nostro, et tutta quella schiera.
     A la mia donna puoi ben dire in quante
     lagrime io vivo; et son fatt'una fera,
     membrando il suo bel viso et l'opre sante.



     I' o pien di sospir' quest'aere tutto,
     d'aspri colli mirando il dolce piano
     ove nacque colei ch'avendo in mano
     meo cor in sul fiorire e 'n sul far frutto,
     e gita al cielo, ed ammi a tal condutto,
     col subito partir, che, di lontano
     gli occhi miei stanchi lei cercando invano,
     presso di se non lassan loco asciutto.
     Non e sterpo ne sasso in questi monti,
     non ramo o fronda verde in queste piagge,
     non fiore in queste valli o foglia d'erba,
     stilla d'acqua non ven di queste fonti,
     ne fiere an questi boschi si selvagge,
     che non sappian quanto e mia pena acerba.



     L'alma mia fiammma oltra le belle bella,
     ch'ebbe qui 'l ciel si amico et si cortese,
     anzi tempo per me nel suo paese
     e ritornata, et a la par sua stella.
     Or comincio a svegliarmi, et veggio ch'ella
     per lo migliore al mio desir contese,
     et quelle voglie giovenili accese
     tempro con una visita dolce et fella.
     Lei ne ringratio, e 'l suo alto consiglio,
     che col bel viso et co' soavi sdegni
     faceami ardendo pensar mia salute.
     O leggiadre arti et lor effetti degni,
     l'un co la lingua oprar, l'altra col ciglio,
     io gloria in lei, et ella in me virtute!



     Come va 'l mondo! or mi diletta et piace
     quel che piu mi dispiaque; or veggio et sento
     che per aver salute ebbi tormento,
     et breve guerra per eterna pace.
     O speranza, o desir sempre fallace,
     et degli amanti piu ben per un cento!
     O quant'era il peggior farmi contento
     quella ch'or siede in cielo, e 'n terra giace!
     Ma 'l ceco Amor et la mia sorda mente
     mi traviavan si, ch'andar per viva
     forza mi convenia dove morte era.
     Benedetta colei ch'a miglior riva
     volse il mio corso, et l'empia voglia ardente
     lusingando affreno perch'io non pera.



     Quand'io veggio dal ciel scender l'Aurora
     co la fronte di rose et co' crin' d'oro,
     Amor m'assale, ond'io mi discoloro,
     et dico sospirando: Ivi e Laura ora.
     O felice Titon, tu sai ben l'ora
     da ricovrare il tuo caro tesoro:
     ma io che debbo far del dolce alloro?
     che se 'l vo' riveder, conven ch'io mora.
     I vostri dipartir' non son si duri,
     ch'almen di notte suol tornar colei
     che non a schifo le tue bianche chiome:
     le mie notti fa triste, e i giorni oscuri,
     quella che n'a portato i penser' miei,
     ne di se m'a lasciato altro che 'l nome.



     Gli occhi di ch'io parlai si caldamente,
     et le braccia et le mani et i piedi e 'l viso,
     che m'avean si da me stesso diviso,
     et fatto singular da l'altra gente;
     le crespe chiome d'or puro lucente
     e 'l lampeggiar de l'angelico riso,
     che solean fare in terra un paradiso,
     poca polvere son, che nulla sente.
     Et io pur vivo, onde mi doglio et sdegno,
     rimaso senza 'l lume ch'amai tanto,
     in gran fortuna e 'n disarmato legno.
     Or sia qui fine al mio amoroso canto:
     secca e la vena de l'usato ingegno,
     et la cetera mia rivolta in pianto.



     S'io avesse pensato che si care
     fossin le voci de' sospir' miei in rima,
     fatte l'avrei, dal sospirar mio prima,
     in numero piu spesse, in stil piu rare.
     Morta colei che mi facea parlare,
     et che si stava de' pensier' miei in cima,
     non posso, et non o piu si dolce lima,
     rime aspre et fosche far soavi et chiare.
     Et certo ogni mio studio in quel tempo era
     pur di sfogare il doloroso core
     in qualche modo, non d'acquistar fama.
     Pianger cercai, non gia del pianto honore:
     or vorrei ben piacer; ma quella altera
     tacito stanco dopo se mi chiama.



     Soleasi nel mio cor star bella et viva,
     com'altra donna in loco humile et basso:
     or son fatto io per l'ultimo suo passo
     non pur mortal, ma morto, et ella e diva.
     L'alma d'ogni suo ben spogliata et priva,
     Amor de la sua luce ignudo et casso
     devrian de la pieta romper un sasso,
     ma non e chi lor duol riconti o scriva:
     che piangon dentro, ov'ogni orecchia e sorda,
     se non la mia, cui tanta doglia ingombra,
     ch'altro che sospirar nulla m'avanza.
     Veramente siam noi polvere et ombra,
     veramente la voglia cieca e 'ngorda,
     veramente fallace e la speranza.



     Soleano i miei penser' soavemente
     di lor obgetto ragionare inseme:
     " Pieta s'appressa, e del tardar si pente;
     forse or parla di noi, o spera, o teme. "
     Poi che l'ultimo giorno et l'ore extreme
     spogliar di lei questa vita presente,
     nostro stato dal ciel vede, ode et sente:
     altra di lei non e rimaso speme.
     O miracol gentile, o felice alma,
     o belta senza exempio altera et rara,
     che tosto e ritornata ond'ella uscio!
     Ivi a del suo ben far corona et palma
     quella ch'al mondo si famosa et chiara
     fe' la sua gran vertute, e 'l furor mio.



     I' mi soglio accusare, et or mi scuso,
     anzi me pregio et tengo assai piu caro,
     de l'onesta pregion, del dolce amaro
     colpo, ch'i' portai gia molt'anni chiuso.
     Invide Parche, si repente il fuso
     troncaste, ch'attorcea soave et chiaro
     stame al mio laccio, et quello aurato et raro
     strale, onde morte piacque oltra nostro uso!
     Che non fu d'allegrezza a' suoi di mai,
     di liberta, di vita alma si vaga,
     che non cangiasse 'l suo natural modo,
     togliendo anzi per lei sempre trar guai
     che cantar per qualunque, e di tal piaga
     morir contenta, et viver in tal nodo.



     Due gran nemiche inseme erano agiunte,
     Bellezza et Honesta, con pace tanta
     che mai rebellion l'anima santa
     non senti poi ch'a star seco fur giunte;
     et or per Morte son sparse et disgiunte:
     l'una e nel ciel, che se ne gloria et vanta;
     l'altra sotterra, che ' begli occhi amanta,
     onde uscir gia tant'amorose punte.
     L'atto soave, e 'l parlar saggio humile
     che movea d'alto loco, e 'l dolce sguardo
     che piagava il mio core (anchor l'acenna),
     sono spariti; et s'al seguir son tardo,
     forse averra che 'l bel nome gentile
     consecrero con questa stanca penna.



     Quand'io mi volgo indietro a miarar gli anni
     ch'anno fuggendo i miei penseri sparsi,
     et spento 'l foco ove agghiacciando io arsi,
     et finito il riposo pien d'affanni,
     rotta la fe' degli amorosi inganni,
     et sol due parti d'ogni mio ben farsi,
     l'una nel cielo et l'altra in terra starsi,
     et perduto il guadagno de' miei damni,
     i' mi riscuto, et trovomi si nudo,
     ch'i' porto invidia ad ogni extrema sorte:
     tal cordoglio et paura o di me stesso.
     O mia stella, o Fortuna, o Fato, o Morte,
     o per me sempre dolce giorno et crudo,
     come m'avete in basso stato messo!



     Ov'e la fronte, che con picciol cenno
     volgea il mio core in questa parte e 'n quella?
     Ov'e 'l bel ciglio, et l'una et l'altra stella
     ch'al corso del mio viver lume denno?
     Ov'e 'l valor, la conoscenza e 'l senno?
     L'accorta, honesta, humil, dolce favella?
     Ove son le bellezze accolte in ella,
     che gran tempo di me lor voglia fenno?
     Ov'e l'ombra gentil del viso humano
     ch'ora et riposo dava a l'alma stanca,
     et la 've i miei pensier' scritti eran tutti?
     Ov'e colei che mia vita ebbe in mano?
     Quanto al misero mondo, et quanto manca
     agli occhi miei che mai non fien asciutti!



     Quanta invidia io ti porto, avara terra,
     ch'abbracci quella cui veder m'e tolto,
     et mi contendi l'aria del bel volto,
     dove pace trovai d'ogni mia guerra!
     Quanta ne porto al ciel, che chiude et serra
     et si cupidamente a in se raccolto
     lo spirto da le belle membra sciolto,
     et per altrui si rado si diserra!
     Quanta invidia a quell'anime che 'n sorte
     anno or sua santa et dolce compagnia
     la qual io cercai sempre con tal brama!
     Quant'a la dispietata et dura Morte,
     ch'avendo spento in lei la vita mia,
     stassi ne suoi begli occhi, et me non chiama!



     Valle che de' lamenti miei se' piena,
     fiume che spesso del mio pianger cresci,
     fere selvestre, vaghi augelli et pesci,
     che l'una et l'altra verde riva affrena,
     aria de' miei sospir' calda et serena,
     dolce sentier che si amaro riesci,
     colle che mi piacesti, or mi rincresci,
     ov'anchor per usanza Amor mi mena:
     ben riconosco in voi l'usate forme,
     non, lasso, in me, che da si lieta vita
     son fatto albergo d'infinita doglia.
     Quinci vedea 'l mio bene; et per queste orme
     torno a veder ond'al ciel nuda e gita,
     lasciando in terra la sua bella spoglia.



     Levommi il mio penser in parte ov'era
     quella ch'io cerco, et non ritrovo in terra:
     ivi, fra lor che 'l terzo cerchio serra,
     la rividi piu bella et meno altera.
     Per man mi prese, et disse: " In questa spera
     sarai anchor meco, se 'l desir non erra:
     i' so' colei che ti die' tanta guerra,
     et compie' mia giornata inanzi sera.
     Mio ben non cape in intelletto humano:
     te solo aspetto, et quel che tanto amasti
     e la giuso e rimaso, il mio bel velo. "
     Deh perche tacque, et allargo la mano?
     Ch'al suon de' detti si pietosi et casti
     poco manco ch'io non rimasi in cielo.



     Amor, che meco al buon tempo ti stavi
     fra queste rive, a' pensier' nostri amiche,
     et per saldar le ragion' nostre antiche
     meco et col fiume ragionando andavi;
     fior', frondi, herbe, ombre, antri, onde, aure soavi,
     valli chiuse, alti colli et piagge apriche,
     porto de l'amorose mie fatiche,
     de le fortune mie tante, et si gravi;
     o vaghi habitator' de' verdi boschi,
     o ninphe, et voi che 'l fresco herboso fondo
     del liquido cristallo alberga et pasce:
     i di miei fur si chiari, or son si foschi,
     come Morte che 'l fa; cosi nel mondo
     sua ventura a ciascun dal di che nasce.



     Mentre che 'l cor dagli amorosi vermi
     fu consumato, e 'n fiammma amorosa arse,
     di vaga fera le vestigia sparse
     cercai per poggi solitarii et hermi;
     et ebbi ardir cantando di dolermi
     d'Amor, di lei che si dura m'apparse:
     ma l'ingegno et le rime erano scarse
     in quella etate ai pensier' novi e 'nfermi.
     Quel foco e morto, e 'l copre un picciol marmo:
     che se col tempo fossi ito avanzando
     (come gia in altri) infino a la vecchiezza,
     di rime armato, ond'oggi mi disarmo,
     con stil canuto avrei fatto parlando
     romper le pietre, et pianger di dolcezza.



     Anima bella da quel nodo sciolta
     che piu bel mai non seppe ordir Natura,
     pon' dal ciel mente a la mia vita oscura,
     da si lieti pensieri a pianger volta.
     La falsa opinion dal cor s'e tolta,
     che mi fece alcun tempo acerba et dura
     tua dolce vista: omai tutta secura
     volgi a me gli occhi, e i miei sospiri ascolta.
     Mira 'l gran sasso, donde Sorga nasce,
     et vedra'vi un che sol tra l'erbe et l'acque
     di tua memoria et di dolor si pasce.
     Ove giace il tuo albergo, et dove nacque
     il nostro amor, vo' ch'abbandoni et lasce,
     per non veder ne' tuoi quel ch'a te spiacque.



     Quel sol che mi mostrava il camin destro
     di gire al ciel con gloriosi passi,
     tornando al sommo Sole, in pochi sassi
     chiuse 'l mio lume e 'l suo carcer terrestro:
     ond'io son fatto un animal silvestro,
     che co pie' vaghi, solitarii et lassi
     porto 'l cor grave et gli occhi humidi et bassi
     al mondo, ch'e per me un deserto alpestro.
     Cosi vo ricercando ogni contrada
     ov'io la vidi; et sol tu che m'affligi,
     Amor, vien meco, et mostrimi ond'io vada.
     Lei non trov'io: ma suoi santi vestigi
     tutti rivolti a la superna strada
     veggio, lunge da' laghi averni et stigi.



     I' pensava assai destro esser su l'ale,
     non per lor forza, ma di chi le spiega,
     per gir cantando a quel bel nodo eguale
     onde Morte m'assolve, Amor mi lega.
     Trovaimi a l'opra via piu lento et frale
     d'un picciol ramo cui gran fascio piega,
     et dissi: " A cader va chi troppo sale,
     ne si fa ben per huom quel che 'l ciel nega. "
     Mai non poria volar penna d'ingegno,
     nonche stil grave o lingua, ove Natura
     volo, tessendo il mio dolce ritegno.
     Seguilla Amor con si mirabil cura
     in adornarlo, ch'i' non era degno
     pur de la vista: ma fu mia ventura.



     Quella per cui con Sorga o cangiato Arno,
     con franca poverta serve richezze,
     volse in amaro sue sante dolceze,
     ond'io gia vissi, or me ne struggo et scarno.
     Da poi piu volte o riprovato indarno
     al secol che verra l'alte belleze
     pinger cantando, a cio che l'alme et preze:
     ne col mio stile il suo bel viso incarno.
     Le lode mai non d'altra, et proprie sue,
     che 'n lei fur come stelle in cielo sparte,
     pur ardisco ombreggiare, or una, or due:
     ma poi ch'i' giungo a la divina parte
     ch'un chiaro et breve sole al mondo fue,
     ivi manca l'ardir, l'ingegno et l'arte.



     L'alto et novo miracol ch'a' di nostri
     apparve al mondo, et star seco non volse,
     che sol ne mostro 'l ciel poi sel ritolse,
     per adornarne i suoi stellanti chiostri,
     vuol ch'i' depinga a chi nol vide, e 'l mostri,
     Amor, che 'n prima la mia lingua sciolse,
     poi mille volte indarno a l'opra volse
     ingegno, tempo, penne, carte, e 'nchiostri.
     Non son al sommo anchor giunte le rime:
     in me il conosco; et proval ben chiunque
     e 'nfin a qui, che d'amor parli o scriva.
     Chi sa pensare, il ver tacito estime,
     ch'ogni stil vince, et poi sospire: " Adunque
     beati gli occhi che la vider viva. "



     Zephiro torna, e 'l bel tempo rimena,
     e i fiori et l'erbe, sua dolce famiglia,
     et garrir Progne et pianger Philomena,
     et primavera candida et vermiglia.
     Ridono i prati, e 'l ciel si rasserena;
     Giove s'allegra di mirar sua figlia;
     l'aria et l'acqua et la terra e d'amor piena;
     ogni animal d'amar si riconsiglia.
     Ma per me, lasso, tornano i piu gravi
     sospiri, che del cor profondo tragge
     quella ch'al ciel se ne porto le chiavi;
     et cantar augelletti, et fiorir piagge,
     e 'n belle donne honeste atti soavi
     sono un deserto, et fere aspre et selvagge.



     Quel rosignol, che si soave piagne,
     forse suoi figli, o sua cara consorte,
     di dolcezza empie il cielo et le campagne
     con tante note si pietose et scorte,
     et tutta notte par che m'accompagne,
     et mi rammente la mia dura sorte:
     ch'altri che me non o di ch'i' mi lagne,
     che 'n dee non credev'io regnasse Morte.
     O che lieve e inganar chi s'assecura!
     Que' duo bei lumi assai piu che 'l sol chiari
     chi penso mai veder far terra oscura?
     Or cognosco io che mia fera ventura
     vuol che vivendo et lagrimando impari
     come nulla qua giu diletta, et dura.



     Ne per sereno ciel ir vaghe stelle,
     ne per tranquillo mar legni spalmati,
     ne per campagne cavalieri armati,
     ne per bei boschi allegre fere et snelle;
     ne d'aspettato ben fresche novelle
     ne dir d'amore in stili alti et ornati
     ne tra chiare fontane et verdi prati
     dolce cantare honeste donne et belle;
     ne altro sara mai ch'al cor m'aggiunga,
     si seco il seppe quella sepellire
     che sola agli occhi miei fu lume et speglio.
     Noia m'e 'l viver si gravosa et lunga
     ch'i' chiamo il fine, per lo gran desire
     di riveder cui non veder fu 'l meglio.



     Passato e 'l tempo omai, lasso, che tanto
     con refrigerio in mezzo 'l foco vissi;
     passato e quella di ch'io piansi et scrissi,
     ma lasciato m'a ben la penna e 'l pianto.
     Passato e 'l viso si leggiadro et santo,
     ma passando i dolci occhi al cor m'a fissi:
     al cor gia mio, che seguendo partissi
     lei ch'avolto l'avea nel suo bel manto.
     Ella 'l se ne porto sotterra, e 'n cielo
     ove or triumpha, ornata de l'alloro
     che merito la sua invicta honestate.
     Cosi disciolto dal mortal mio velo
     ch'a forza mi tien qui, foss'io con loro
     fuor de' sospir' fra l'anime beate!



     Mente mia, che presaga de' tuoi damni,
     al tempo lieto gia pensosa et trista,
     si 'ntentamente ne l'amata vista
     requie cercavi de' futuri affanni,
     agli atti, a le parole, al viso, ai panni,
     a la nova pieta con dolor mista,
     potei ben dir, se del tutto eri avista:
     Questo e l'ultimo di de' miei dolci anni.
     Qual dolcezza fu quella, o misera alma!
     come ardavamo in quel punto ch'i' vidi
     gli occhi i quai non devea riveder mai,
     quando a lor come a' duo amici piu fidi
     partendo in guardia la piu nobil salma,
     i miei cari penseri e 'l cor, lasciai!



     Tutta la mia fiorita et verde etade
     passava, e 'ntepidir sentia gia 'l foco
     ch'arse il mio core, et era giunto al loco
     ove scende la vita ch'al fin cade.
     Gia incomminciava a prender securtade
     la mia cara nemica a poco a poco
     de' suoi sospetti, et rivolgeva in gioco
     mie pene acerbe sua dolce honestade.
     Presso era 'l tempo dove Amor si scontra
     con Castitate, et agli amanti e dato
     sedersi inseme, et dir che lor incontra.
     Morte ebbe invidia al mio felice stato,
     anzi a la speme; et feglisi a l'incontra
     a mezza via come nemico armato.



     Tempo era omai da trovar pace o triegua
     di tanta guerra, et erane in via forse,
     se non che' lieti passi indietro torse
     chi le disaguaglianze nostre adegua:
     che, come nebbia al vento si dilegua,
     cosi sua vita subito trascorse
     quella che gia co' begli occhi mi scorse,
     et or conven che col penser la segua.
     Poco avev'a 'ndugiar, che gli anni e 'l pelo
     cangiavano i costumi: onde sospetto
     non fora il ragionar del mio mal seco.
     Con che honesti sospiri l'avrei detto
     le mie lunghe fatiche, ch'or dal cielo
     vede, son certo, et duolsene anchor meco!



     Tranquillo porto avea mostrato Amore
     a la mia lunga et torbida tempesta
     fra gli anni de la eta matura honesta
     che i vicii spoglia, et vertu veste et honore.
     Gia traluceva a' begli occhi il mio core,
     et l'alta fede non piu lor molesta.
     Ahi Morte ria, come a schiantar se' presta
     il frutto de molt'anni in si poche hore!
     Pur vivendo veniasi ove deposto
     in quelle caste orecchie avrei parlando
     de' miei dolci pensier' l'antiqua soma;
     et ella avrebbe a me forse resposto
     qualche santa parola sospirando,
     cangiati i volti, et l'una et l'altra coma.



     Al cader d'una pianta che si svelse
     come quella che ferro o vento sterpe,
     spargendo a terra le sue spoglie excelse,
     mostrando al sol la sua squalida sterpe,
     vidi un'altra ch'Amor obiecto scelse,
     subiecto in me Calliope et Euterpe;
     che 'l cor m'avinse, et proprio albergo felse,
     qual per trunco o per muro hedera serpe.
     Quel vivo lauro ove solean far nido
     li alti penseri, e i miei sospiri ardenti,
     che de' bei rami mai non mossen fronda,
     al ciel traslato, in quel suo albergo fido
     lascio radici, onde con gravi accenti
     e anchor chi chiami, et non e chi responda.



     I di miei piu leggier' che nesun cervo,
     fuggir come ombra, et non vider piu bene
     ch'un batter d'occhio, et poche hore serene,
     ch'amare et dolci ne la mente servo.
     Misero mondo, instabile et protervo
     del tutto e cieco chi 'n te pon sua spene:
     che 'n te mi fu 'l cor tolto, et or sel tene
     tal ch'e gia terra, et non giunge osso a nervo.
     Ma la forma miglior, che vive anchora,
     et vivra sempre, su ne l'alto cielo,
     di sue bellezze ogni or piu m'innamora;
     et vo, sol in pensar, cangiando il pelo,
     qual ella e oggi, e 'n qual parte dimora,
     qual a vedere il suo leggiadro velo.



     Sento l'aura mia anticha, e i dolci colli
     veggio apparire, onde 'l bel lume nacque
     che tenne gli occhi mei mentr'al ciel piacque
     bramosi et lieti, or li ten tristi et molli.
     O caduche speranze, o penser' folli!
     Vedove l'erbe et torbide son l'acque,
     et voto et freddo 'l nido in ch'ella giacque,
     nel qual io vivo, et morto giacer volli,
     sperando alfin da le soavi piante
     et da begli occhi suoi, che 'l cor m'ann'arso,
     riposo alcun de le fatiche tante.
     O' servito a signor crudele et scarso:
     ch'arsi quanto 'l mio foco ebbi davante,
     or vo piangendo il suo cenere sparso.



     E questo 'l nido in che la mia fenice
     mise l'aurate et le purpuree penne,
     che sotto le sue ali il mio cor tenne,
     et parole et sospiri ancho ne elice?
     O del dolce mio mal prima radice,
     ov'e il bel viso, onde quel lume venne
     che vivo et lieto, ardendo mi mantenne?
     Sol' eri in terra; or se' nel ciel felice.
     Et m'ai lasciato qui misero et solo,
     talche pien di duol sempre al loco torno
     che per te consecrato honora et colo;
     veggendo a' colli oscura notte intorno
     onde prendesti al ciel l'ultimo volo,
     et dove li occhi tuoi solean far giorno.



     Mai non vedranno le mie luci asciutte
     con le parti de l'animo tranquille
     quelle note ov'Amor par che sfaville,
     et Pieta di sua man l'abbia construtte.
     Spirto gia invicto a le terrene lutte,
     ch'or su dal ciel tanta dolcezza stille,
     ch'a lo stil, onde Morte dipartille,
     le disviate rime ai ricondutte:
     di mie tenere frondi altro lavoro
     cerdea mostrarte; et qual fero pianeta
     ne 'nvidio inseme, o mio nobil tesoro?
     Chi 'nnanzi tempo mi t'asconde et vieta,
     che col cor veggio, et co la lingua honoro,
     e 'n te, dolce sospir, l'alma s'acqueta?



     Standomi un giorno solo a la fenestra,
     onde cose vedea tante, et si nove,
     ch'era sol di mirar quasi gia stancho,
     una fera m'apparve da man destra,
     con fronte humana, da far arder Giove,
     cacciata da duo veltri, un nero, un biancho;
     che l'un et l'altro fiancho
     de la fera gentil mordean si forte,
     che 'n poco tempo la menaro al passo
     ove, chiusa in un sasso,
     vinse molta bellezza acerba morte:
     et mi fe' sospirar sua dura sorte.
     Indi per alto mar vidi una nave,
     con le sarte di seta, et d'or la vela,
     tutta d'avorio et d'ebeno contesta;
     e 'l mar tranquillo, et l'aura era soave,
     e 'l ciel qual e se nulla nube il vela,
     ella carca di ricca merce honesta:
     poi repente tempesta
     oriental turbo si l'aere et l'onde,
     che la nave percosse ad uno scoglio.
     O che grave cordoglio!
     Breve hora oppresse, et poco spatio asconde,
     l'alte ricchezze a nul'altre seconde.
     In un boschetto novo, i rami santi
     fiorian d'un lauro giovenetto et schietto,
     ch'un delli arbor' parea di paradiso;
     et di sua ombra uscian si dolci canti
     di vari augelli, et tant'altro diletto,
     che dal mondo m'avean tutto diviso;
     et mirandol io fiso,
     cangiossi 'l cielo intorno, et tinto in vista,
     folgorando 'l percosse, et da radice
     quella pianta felice
     subito svelse: onde mia vita e trista,
     che simile ombra mai non si racquista.
     Chiara fontana in quel medesmo bosco
     sorgea d'un sasso, et acque fresche et dolci
     spargea, soavemente mormorando;
     al bel seggio, riposto, ombroso et fosco,
     ne pastori appressavan ne bifolci,
     ma ninphe et muse a quel tenor cantando:
     ivi m'assisi; et quando
     piu dolcezza prendea di tal concento
     et di tal vista, aprir vidi uno speco,
     et portarsene seco
     la fonte e 'l loco: ond'anchor doglia sento,
     et sol de la memoria mi sgomento.
     Una strania fenice, ambedue l'ale
     di porpora vestita, e 'l capo d'oro,
     vedendo per la selva altera et sola,
     veder forma celeste et immortale
     prima pensai, fin ch'a lo svelto alloro
     giunse, et al fonte che la terra invola:
     ogni cosa al fin vola;
     che, mirando le frondi a terra sparse,
     e 'l troncon rotto, et quel vivo humor secco,
     volse in se stessa il becco,
     quasi sdegnando, e 'n un punto disparse:
     onde 'l cor di pietate, et d'amor m'arse.
     Alfin vid'io per entro i fiori et l'erba
     pensosa ir si leggiadra et bella donna,
     che mai nol penso ch'i' non arda et treme:
     humile in se, ma 'ncontra Amor superba;
     et avea indosso si candida gonna,
     si texta, ch'oro et neve parea inseme;
     ma le parti supreme
     eran avolte d'una nebbia oscura:
     punta poi nel tallon d'un picciol angue,
     come fior colto langue,
     lieta si dipartio, nonche secura.
     Ahi, nulla, altro che pianto, al mondo dura!
     Canzon, tu puoi ben dire:
     " Queste sei visioni al signor mio
     an fatto un dolce di morir desio. "



     Amor, quando fioria
     mia spene, e 'l guidardon di tanta fede,
     tolta m'e quella ond'attendea mercede.
     Ahi dispietata morte, ahi crudel vita!
     L'una m'a posto in doglia,
     et mie speranze acerbamente a spente;
     l'altra mi ten qua giu contra mia voglia,
     et lei che se n'e gita
     seguir non posso, ch'ella nol consente.
     Ma pur ogni or presente
     nel mezzo del meo cor madonna siede,
     et qual e la mia vita, ella sel vede.



     Tacer non posso, et temo non adopre
     contrario effecto la mia lingua al core,
     che vorria far honore
     a la sua donna, che dal ciel n'ascolta.
     Come poss'io, se non m'insegni, Amore,
     con parole mortali aguagliar l'opre
     divine, et quel che copre
     alta humiltate, in se stessa raccolta?
     Ne la bella pregione, onde or e sciolta,
     poco era stato anchor l'alma gentile,
     al tempo che di lei prima m'accorsi:
     onde subito corsi,
     ch'era de l'anno et di mi' etate aprile,
     a coglier fiori in quei prati d'intorno,
     sperando a li occhi suoi piacer si addorno.
     Muri eran d'alabastro, e 'l tetto d'oro,
     d'avorio uscio, et fenestre di zaffiro,
     onde 'l primo sospiro
     mi giunse al cor, et giugnera l'extremo:
     Inde i messi d'Amor armati usciro
     di saette et di foco, ond'io di loro,
     coronati d'alloro,
     pur come or fusse, ripensando tremo.
     D'un bel diamante quadro, et mai non scemo,
     vi si vedea nel mezzo un seggio altero
     ove, sola, sedea, la bella donna:
     dinanzi, una colonna
     cristallina, et iv'entro ogni pensero
     scritto, et for tralucea si chiaramente,
     che mi fea lieto, et sospirar sovente.
     A le pungenti, ardenti et lucide arme,
     a la vittoriosa insegna verde,
     contra cui in campo perde
     Giove et Apollo et Poliphemo et Marte,
     ov'e 'l pianto ognor fresco, et si rinverde,
     giunto mi vidi: et non possendo aitarme,
     preso lassai menarme
     ond'or non so d'uscir la via ne l'arte.
     Ma si com'uom talor che piange, et parte
     vede cosa che li occhi e 'l cor alletta,
     cosi colei per ch'io son in pregione,
     standosi ad un balcone,
     che fu sola a' suoi di cosa perfetta,
     cominciai a mirar con tal desio
     che me stesso e 'l mio mal posi in oblio.
     I' era in terra, e 'l cor in paradiso,
     dolcemente obliando ogni altra cura,
     et mia viva figura
     far sentia un marmo e 'mpier di meraviglia,
     quando una donna assai pronta et secura,
     di tempo anticha, et giovene del viso,
     vedendomi si fiso
     a l'atto de la fronte et de le ciglia:
     " Meco " mi disse , " meco ti consiglia,
     ch'i' son d'altro poder che tu non credi;
     et so far lieti et tristi in un momento,
     piu leggiera che 'l vento,
     et reggo et volvo quando al mondo vedi.
     Tien' pur li occhi come aquila in quel sole:
     parte da' orecchi a queste mie parole.
     Il di che costei nacque, eran le stelle
     che producon fra voi felici effecti
     in luoghi alti et electi,
     l'una ver' l'altra con amor converse:
     Venere e 'l padre con benigni aspecti
     tenean le parti signorili et belle,
     et le luci impie et felle
     quasi in tutto del ciel eran disperse.
     Il sol mai si bel giorno non aperse:
     l'aere et la terra s'allegrava, et l'acque
     per lo mar avean pace et per li fiumi.
     Fra tanti amici lumi,
     una nube lontana mi dispiacque:
     la qual temo che 'n pianto si resolve,
     se Pietate altramente il ciel non volve.
     Com'ella venne in questo viver basso,
     ch'a dir il ver non fu degno d'averla,
     cosa nova a vederla,
     gia santissima et dolce anchor acerba,
     parea chiusa in or fin candida perla;
     et or carpone, or con tremante passo,
     legno, acqua, terra, o sasso
     verde facea, chiara, soave, et l'erba
     con le palme o co i pie' fresca et superba,
     et fiorir co i belli occhi le campagne,
     et acquetar i venti et le tempeste
     con voci anchor non preste,
     di lingua che dal latte si scompagne:
     chiaro mostrando al mondo sordo et cieco
     quanto lume del ciel fusse gia seco.
     Poi che crescendo in tempo et in virtute,
     giunse a la terza sua fiorita etate,
     leggiadria ne beltate
     tanta non vide 'l sol, credo, gia mai:
     li occhi pien' di letitia et d'onestate,
     e 'l parlar di dolcezza et di salute.
     Tutte lingue son mute,
     a dir di lei quel che tu sol ne sai.
     Si chiaro a 'l volto di celesti rai,
     che vostra vista in lui non po fermarse;
     et da quel suo bel carcere terreno
     di tal foco ai 'l cor pieno,
     ch'altro piu dolcemente mai non arse:
     ma parmi che sua subita partita
     tosto ti fia cagion d'amara vita ".
     Detto questo, a la sua volubil rota
     si volse, in ch'ella fila il nostro stame,
     trista et certa indivina de' miei danni:
     che, dopo non molt'anni,
     quella per ch'io o di morir tal fame,
     canzon mia, spense Morte acerba et rea,
     che piu bel corpo occider non potea.



     Or ai fatto l'extremo di tua possa,
     o crudel Morte; or ai 'l regno d'Amore
     impoverito; or di bellezza il fiore
     e 'l lume ai spento, et chiuso in poca fossa;
     or ai spogliata nostra vita et scossa
     d'ogni ornamento et del sovran suo honore:
     ma la fama e 'l valor che mai non more
     non e in tua forza; abbiti ignude l'ossa:
     che l'altro a 'l cielo, et di sua chiaritate,
     quasi d'un piu bel sol, s'allegra et gloria,
     et fi' al mondo de' buon' sempre in memoria.
     Vinca 'l cor vostro, in sua tanta victoria,
     angel novo, lassu, di me pietate,
     come vinse qui 'l mio vostra beltate.



     L'aura et l'odore e 'l refrigerio et l'ombra
     del dolce lauro et sua vista fiorita,
     lume et riposo di mia stanca vita,
     tolt'a colei che tutto 'l mondo sgombra.
     Come a noi il sol se sua soror l'adombra,
     cosi l'alta mia luce a me sparita,
     i' cheggio a Morte incontra Morte aita,
     di si scuri penseri Amor m'ingombra.
     Dormit'ai, bella donna, un breve sonno:
     or se' svegliata fra li spirti electi,
     ove nel suo factor l'alma s'interna;
     et se mie rime alcuna cosa ponno,
     consecrata fra i nobili intellecti
     fia del tuo nome qui memoria eterna.



     L'ultimo, lasso, de' miei giorni allegri,
     che pochi o visto in questo viver breve,
     giunto era, et facto 'l cor tepida neve
     forse presago de di tristi et negri.
     Qual a gia i nervi e i polsi e i pensier' egri
     cui domestica febbre assalir deve,
     tal mi sentia, non sappiend'io che leve
     venisse 'l fin de' miei ben' non integri.
     Li occhi belli, or in ciel chiari et felici
     del lume onde salute et vita piove,
     lasciando i miei qui miseri et mendici,
     dicean lor con faville honeste et nove:
     " Rimanetevi in pace, o cari amici.
     Qui mai piu no, ma rivedrenne altrove. "



     O giorno, o hora, o ultimo momento,
     o stelle congiurate a 'mpoverirme!
     O fido sguardo, or che volei tu dirme,
     partend'io per non esser mai contento?
     Or conosco i miei danni, or mi risento:
     ch'i' credeva (ahi, credenze vane e 'nfirme)
     perder parte, non tutto, al dipartirme;
     quante speranze se ne porta il vento!
     Che gia 'l contrario era ordinato in cielo,
     spegner l'almo mio lume ond'io vivea,
     et scritto era in sua dolce amara vista;
     ma 'nnanzi agli occhi m'era post'un velo
     che mi fea non veder quel ch'i' vedea,
     per far mia vita subito piu trista.



     Quel vago, dolce, caro, honesto sguardo
     dir parea: " To' di me quel che tu poi,
     che mai piu qui non mi vedrai da poi
     ch'avrai quinci il pe' mosso, a mover tardo. "
     Intellecto veloce piu che pardo,
     pigro in antivedere i dolor' tuoi,
     come non vedestu nelli occhi suoi
     quel che ved'ora, ond'io mi struggo et ardo?
     Taciti sfavillando oltra lor modo,
     dicean: " O lumi amici che gran tempo
     con tal dolcezza feste di noi specchi,
     il ciel n'aspetta: a voi parra per tempo;
     ma chi ne strinse qui, dissolve il nodo,
     e 'l vostro per farv'ira, vuol che 'nvecchi. "



     Solea da la fontana di mia vita
     allontanarme, et cercar terre et mari,
     non mio voler, ma mia stella seguendo;
     et sempre andai, tal Amor diemmi aita,
     in quelli esilii quanto e' vide amari,
     di memoria et di speme il cor pascendo.
     Or lasso, alzo la mano, et l'arme rendo
     a l'empia et violenta mia fortuna,
     che privo m'a di si dolce speranza.
     Sol memoria m'avanza,
     et pasco 'l gran desir sol di quest'una:
     onde l'alma vien men frale et digiuna.
     Come a corrier tra via, se 'l cibo manca,
     conven per forza rallentare il corso,
     scemando la vertu che 'l fea gir presto,
     cosi, mancando a la mia vita stanca
     quel caro nutrimento in che di morso
     die' chi 'l mondo fa nudo e 'l mio cor mesto,
     il dolce acerbo, e 'l bel piacer molesto
     mi si fa d'ora in hora, onde 'l camino
     si breve non fornir spero et pavento.
     Nebbia o polvere al vento,
     fuggo per piuu non esser pellegrino:
     et cosi vada, s'e pur mio destino.
     Mai questa mortal vita a ma non piacque
     (sassel' Amor con cui spesso ne parlo)
     se non per lei che fu 'l suo lume, e 'l mio:
     poi che 'n terra morendo, al ciel rinacque
     quello spirto ond'io vissi, a seguitarlo
     (licito fusse) e 'l mi' sommo desio.
     Ma da dolermi o ben sempre, perch'io
     fui mal accorto a provveder mio stato,
     ch'Amor mostrommi sotto quel bel ciglio
     per darmi altro consiglio:
     che tal mori gia tristo et sconsolato,
     cui poco inanzi era 'l morir beato.
     Nelli occhi ov'habitar solea 'l mio core
     fin che mia dura sorte invidia n'ebbe,
     che di si ricco albergo il pose in bando,
     di sua man propria avea descritto Amore
     con lettre di pieta quel ch'averrebbe
     tosto del mio si lungo ir desiando.
     Bello et dolce morire era allor quando,
     morend'io, non moria mia vita inseme,
     anzi vivea di me l'optima parte:
     or mie speranza sparte
     a Morte, et poca terra il mio ben preme;
     et vivo; et mai nol penso ch'i' non treme.
     Se stato fusse il mio poco intellecto
     meco al bisogno, et non altra vaghezza
     l'avesse disviando altrove volto,
     ne la fronte a madonna avrei ben lecto:
     " Alfin se' giunto d'ogni tua dolcezza
     et al principio del tuo amaro molto. "
     Questo intendendo, dolcemente sciolto
     in sua presentia del mortal mio velo
     et di questa noiosa et grave carne,
     potea inanzi lei andarne,
     a veder preparar sua sedia in cielo:
     or l'andro dietro, omai, con altro pelo.
     Canzon, s'uom trovi in suo amor viver queto,
     di': " Muor' mentre se' lieto,
     che morte al tempo e non duol, ma refugio;
     et chi ben po morir, non cerchi indugio. "



     Mia benigna fortuna e 'l viver lieto,
     i chiari giorni et le tranquille notti
     e i soavi sospiri e 'l dolce stile
     che solea resonare in versi e 'n rime,
     volti subitamente in doglia e 'n pianto,
     odiar vita mi fanno, et bramar morte.
     Crudel, acerba, inexorabil Morte,
     cagion mi dai di mai non esser lieto,
     ma di menar tutta mia vita in pianto,
     e i giorni oscuri et le dogliose notti.
     I mei gravi sospir' non vanno in rime,
     e 'l mio duro martir vince ogni stile.
     Ove e condutto il mio amoroso stile?
     A parlar d'ira, a ragionar di morte.
     U' sono i versi, u' son giunte le rime,
     che gentil cor udia pensoso et lieto;
     ove 'l favoleggiar d'amor le notti?
     Or non parl'io, ne penso, altro che pianto.
     Gia mi fu col desir si dolce il pianto,
     che condia di dolcezza ogni agro stile,
     et vegghiar mi facea tutte le notti:
     or m'e 'l pianger amaro piu che morte,
     non sperando mai 'l guardo honesto et lieto,
     alto sogetto a le mie basse rime.
     Chiaro segno Amor pose a le mie rime
     dentro a' belli occhi, et or l'a posto in pianto,
     con dolor rimembrando il tempo lieto:
     ond'io vo col penser cangiando stile,
     et ripregando te, pallida Morte,
     che mi sottragghi a si penose notti.
     Fuggito e 'l sonno a le mie crude notti,
     e 'l suono usato a le mie roche rime,
     che non sanno trattar altro che morte,
     cosi e 'l mio cantar converso in pianto.
     Non a 'l regno d'Amor si vario stile,
     ch'e tanto or tristo quanto mai fu lieto.
     Nesun visse gia mai piu di me lieto,
     nesun vive piu tristo et giorni et notti;
     et doppiando 'l dolor, doppia lo stile
     che trae del cor si lagrimose rime.
     Vissi di speme, or vivo pur di pianto,
     ne contra Morte spero altro che Morte.
     Morte m'a morto, et sola po far Morte
     ch'i' torni a riveder quel viso lieto
     che piacer mi facea i sospiri e 'l pianto,
     l'aura dolce et la pioggia a le mie notti,
     quando i penseri electi tessea in rime,
     Amor alzando il mio debile stile.
     Or avess'io un si pietoso stile
     che Laura mia potesse torre a Morte,
     come Euridice Orpheo sua senza rime,
     ch'i' vivrei anchor piu che mai lieto!
     S'esser non po, qualchuna d'este notti
     chiuda omai queste due fonti di pianto.
     Amor, i' o molti et molt'anni pianto
     mio grave danno in doloroso stile,
     ne da te spero mai men fere notti:
     et pero mi son mosso a pregar Morte
     che mi tolla di qui, per farme lieto,
     ove e colei ch'i' canto et piango in rime.
     Se si alto pon gir mie stanche rime,
     ch'agiungan lei ch'e fuor d'ira et di pianto,
     et fa 'l ciel or di sue bellezze lieto,
     ben riconoscera 'l mutato stile,
     che gia forse le piacque anzi che Morte
     chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.
     O voi che sospirate a miglior' notti,
     ch'ascoltate d'Amore o dite in rime,
     pregate non mi sia piu sorda Morte,
     porto de le miserie et fin del pianto;
     muti una volta quel suo antiquo stile,
     ch'ogni uom attrista, et me po far si lieto.
     Far mi po lieto in una o 'n poche notti:
     e 'n aspro stile e 'n angosciose rime
     prego che 'l pianto mio finisca Morte.



     Ite, rime dolenti, al duro sasso
     che 'l mio caro thesoro in terra asconde,
     ivi chiamate chi dal ciel risponde,
     benche 'l mortal sia in loco oscuro et basso.
     Ditele ch'i' son gia di viver lasso,
     del navigar per queste horribili onde;
     ma ricogliendo le sue sparte fronde,
     dietro le vo pur cosi passo passo,
     sol di lei ragionando viva et morta,
     anzi pur viva, et or fatta immortale,
     a cio che 'l mondo la conosca et ame.
     Piacciale al mio passar esser accorta,
     ch'e presso omai; siami a l'incontro, et quale
     ella e nel cielo a se mi tiri et chiame.



     S'onesto amor po meritar mercede,
     et se Pieta anchor po quant'ella suole,
     mercede avro, che piu chiara che 'l sole
     a madonna et al mondo e la mia fede.
     Gia di me paventosa, or sa(nol crede)
     che quello stesso ch'or per me si vole,
     sempre si volse; et s'ella udia parole
     o vedea 'l volto, or l'animo e 'l cor vede.
     Ond'i' spero che 'nfin al ciel si doglia
     di miei tanti sospiri, et cosi mostra,
     tornando a me si piena di pietate;
     et spero ch'al por giu di questa spoglia
     venga per me con quella gente nostra,
     vera amica di Cristo et d'Onestate.



     Vidi fra mille donne una gia tale,
     ch'amorosa paura il cor m'assalse,
     mirandola in imagini non false
     a li spirti celesti in vista eguale.
     Niente in lei terreno era o mortale,
     si come a cui del ciel, non d'altro, calse.
     L'alma ch'arse per lei si spesso et alse,
     vaga d'ir seco, aperse ambedue l'ale.
     Ma tropp'era alta al mio peso terrestre,
     et poco poi n'usci in tutto di vista:
     di che pensando anchor m'aghiaccio et torpo.
     O belle et alte et lucide fenestre,
     onde colei che molta gente attrista
     trovo la via d'entrare in si bel corpo!



     Tornami a la mente, anzi v'e dentro, quella
     ch'indi per Lethe esser non po sbandita,
     qual io la vidi in su l'eta fiorita,
     tutta accesa de' raggi di sua stella.
     Si nel mio primo occorso honesta et bella
     veggiola, in se raccolta, et si romita,
     ch'i' grido: " Ell'e ben dessa; anchor e in vita ",
     e 'n don le cheggio sua dolce favella.
     Talor risponde, et talor non fa motto.
     I' come huom ch'erra, et poi piu dritto estima,
     dico a la mente mia: " Tu se' 'ngannata.
     Sai che 'n mille trecento quarantotto,
     il di sesto d'aprile, in l'ora prima,
     del corpo uscio quell'anima beata. "



     Quel, che d'odore et di color vincea
     l'odorifero et lucido oriente,
     frutti fiori herbe et frondi (onde 'l ponente
     d'ogni rara eccellentia il pregio avea),
     dolce mio lauro, ove habitar solea
     ogni bellezza, ogni vertute ardente,
     vedeva a la sua ombra honestamente
     il mio signor sedersi et la mia dea.
     Ancor io il nido di penseri electi
     posi in quell'alma pianta; e 'n foco e 'n gielo
     tremando, ardendo, assai felice fui.
     Pieno era il mondo de' suoi honor' perfecti,
     allor che Dio per adornarne il cielo
     la si ritolse: et cosa era da lui.



     Lasciato ai, Morte, senza sole il mondo
     oscuro et freddo, Amor cieco et inerme,
     Leggiadria ignuda, le bellezze inferme,
     me sconsolato et a me grave pondo,
     Cortesia in bando et Honestate in fondo.
     Dogliom'io sol, ne sol o da dolerme,
     che svelt'ai di vertute il chiaro germe:
     spento il primo valor, qual fia il secondo?
     Pianger l'aer et la terra e 'l mar devrebbe
     l'uman legnaggio, che senz'ella e quasi
     senza fior' prato, o senza gemma anello.
     Non la conobbe il mondo mentre l'ebbe:
     conobbil'io, ch'a pianger qui rimasi,
     e 'l ciel, che del mio pianto or si fa bello.



     Conobbi, quanto il ciel li occhi m'aperse,
     quanto studio et Amor m'alzaron l'ali,
     cose nove et leggiadre, ma mortali,
     che 'n un soggetto ogni stella cosperse:
     l'altre tante si strane et si diverse
     forme altere, celesti et immortali,
     perche non furo a l'intellecto eguali,
     la mia debil vista non sofferse.
     Onde quant'io di lei parlai ne scrissi,
     ch'or per lodi anzi a Dio preghi mi rende,
     fu breve stilla d'infiniti abissi:
     che stilo oltra l'ingegno non si stende;
     et per aver uom li occhi nel sol fissi,
     tanto si vede men quanto piu splende.



     Dolce mio caro et precioso pegno,
     che natura mi tolse, e 'l Ciel mi guarda,
     deh come e tua pieta ver' me si tarda,
     o usato di mia vita sostegno?
     Gia suo' tu far il mio sonno almen degno
     de la tua vista, et or sostien' ch'i' arda
     senz'alcun refrigerio: et chi 'l retarda?
     Pur lassu non alberga ira ne sdegno:
     onde qua giuso un ben pietoso core
     talor si pasce delli altrui tormenti,
     si ch'elli e vinto nel suo regno Amore.
     Tu che dentro mi vedi, e 'l mio mal senti,
     et sola puoi finir tanto dolore,
     con la tua ombra acqueta i miei lamenti.



     Deh qual pieta, qual angel fu si presto
     a portar sopra 'l cielo il mio cordoglio?
     Ch'anchor sento tornar pur come soglio
     madonna in quel suo atto dolce honesto
     ad acquetare il cor misero et mesto,
     piena si d'umilta, vota d'orgoglio,
     e 'nsomma tal ch'a morte i' mi ritoglio,
     et vivo, e 'l viver piu non m'e molesto.
     Beata s'e, che po beare altrui
     co la sua vista, over co le parole,
     intellecte da noi soli ambedui:
     " Fedel mio caro, assai di te mi dole,
     ma pur per nostro ben dura ti fui, "
     dice, et cos'altre d'arrestare il sole.



     Del cibo onde 'l signor mio sempre abonda,
     lagrime et doglia, il cor lasso nudrisco,
     et spesso tremo et spesso impallidisco,
     pensando a la sua piaga aspra et profonda.
     Ma chi ne prima simil ne seconda
     ebbe al suo tempo, al lecto in ch'io languisco
     vien tal ch'a pena a rimirar l'ardisco,
     et pietosa s'asside in su la sponda.
     Con quella man che tanto desiai,
     m'asciuga gli occhi, et col suo dir m'apporta
     dolcezza ch'uom mortal non senti mai.
     " Che val " dice " a saver, chi si sconforta?
     Non pianger piu: non m'ai tu pianto assai?
     Ch'or fostu vivo, com'io non son morta! "



     Ripensando a quel, ch'oggi il cielo honora,
     soave sguardo, al chinar l'aurea testa,
     al volto, a quella angelica modesta
     voce che m'adolciva, et or m'accora,
     gran meraviglia o com'io viva anchora:
     ne vivrei gia, se chi tra bella e honesta,
     qual fu piu, lascio in dubbio, non si presta
     fusse al mio scampo, la verso l'aurora.
     O che dolci accoglienze, et caste, et pie;
     et come intentamente ascolta et nota
     la lunga historia de le pene mie!
     Poi che 'l di chiaro par che la percota,
     tornasi al ciel, che sa tutte le vie,
     humida gli occhi et l'una et l'altra gota.



     Fu forse un tempo dolce cosa amore,
     non perch'i'sappia il quando: or e si amara,
     che nulla piu; ben sa 'l ver chi l'impara
     com'o fatt'io con mio grave dolore.
     Quella che fu del secol nostro honore,
     or e del ciel che tutto orna et rischiara,
     fe' mia requie a' suoi giorni et breve et rara:
     or m'a d'ogni riposo tratto fore.
     Ogni mio ben crudel Morte m'a tolto:
     ne gran prosperita il mio stato adverso
     po consolar di quel bel spirto sciolto.
     Piansi et cantai: non so piu mutar verso;
     ma di et notte il duol ne l'alma accolto
     per la lingua et per li occhi sfogo et verso.



     Spinse amor et dolor ove ir non debbe
     la mia lingua aviata a lamentarsi,
     a dir di lei per ch'io cantai et arsi
     quel che, se fusse ver, torto sarebbe:
     ch'assai 'l mio stato rio quetar devrebbe
     quella beata, e 'l cor racconsolarsi
     vedendo tanto lei domesticarsi
     con Colui che vivendo in cor sempre ebbe.
     Et ben m'acqueto, et me stesso consolo;
     ne vorrei rivederla in questo inferno,
     anzi voglio morire et viver solo:
     che piu bella che mai con l'occhio interno
     con li angeli la veggio alzata a volo
     a pie' del suo et mio Signore eterno.



     Li angeli electi et l'anime beate
     cittadine del cielo, il primo giorno
     che madonna passo, le fur intorno
     piene di meraviglia et di pietate.
     " Che luce e questa, et qual nova beltate?
     " dicean tra lor " perch'abito si adorno
     dal mondo errante a quest'alto soggiorno
     non sali mai in tutta questa etate ".
     Ella, contenta aver cangiato albergo,
     si paragona pur coi piu perfecti,
     et parte ad or ad or si volge a tergo,
     mirando s'io la seguo, et par ch'aspecti:
     ond'io voglie et pensier' tutti al ciel ergo
     perch'i' l'odo pregar pur ch'i' m'affretti.



     Donna che lieta col Principio nostro
     ti stai, come tua vita alma rechiede,
     assisa in alta et gloriosa sede,
     et d'altro ornata che di perle o d'ostro,
     o de le donne altero et raro mostro,
     or nel volto di Lui che tutto vede
     vedi 'l mio amore, et quella pura fede
     per ch'io tante versai lagrime e 'nchiostro;
     et senti che ver te 'l mio core in terra
     tal fu, qual ora e in cielo, et mai non volsi
     altro da te che 'l sol de li occhi tuoi:
     dunque per amendar la lunga guerra
     per cui dal mondo a te sola mi volsi,
     prega ch'i' venga tosto a star con voi.



     Da' piu belli occhi, et dal piu chiaro viso
     che mai splendesse, et da piu bei capelli,
     che facean l'oro e 'l sol parer men belli,
     dal piu dolce parlare et dolce riso,
     da le man', da le braccia che conquiso
     senza moversi avrian quai piu rebelli
     fur d'Amor mai, da' piu bei piedi snelli,
     da la persona fatta in paradiso,
     prendean vita i miei spirti: or n'a diletto
     il Re celeste, i Suoi alati corrieri;
     et io son qui rimaso ignudo et cieco.
     Sol un conforto a le mie pene aspetto:
     ch'ella, che vede tutt'i miei penseri,
     m'impetre grazia, ch'i' possa esser seco.



     E' mi par d'or in hora udire il messo
     che madonna mi mande a se chiamando:
     cosi dentro et di for mi vo cangiando,
     et sono in non molt'anni si dimesso,
     ch'a pena riconosco omai me stesso;
     tutto 'l viver usato o messo in bando.
     Sarei contento di sapere il quando,
     ma pur dovrebbe il tempo esser da presso.
     O felice quel di che, del terreno
     carcere uscendo, lasci rotta et sparta
     questa mia grave et frale et mortal gonna,
     et da si folte tenebre mi parta,
     volando tanto su nel bel sereno,
     ch'i' veggia il mio Signore et la mia donna.



     Questo nostro caduco et fragil bene,
     ch'e vento et ombra, et a nome beltate,
     non fu gia mai se non in questa etate
     tutto in un corpo, et cio fu per mie pene:
     che Natura non vol, ne si convene,
     per far ricco un, por li altri in povertate;
     or verso in ogni sua largitate
     (perdonimi qual e bella, o si tene).
     Non fu simil bellezza anticha o nova,
     ne sara, credo; ma fu si converta,
     ch'a pena se n'accorse il mondo errante.
     Tosto disparve: onde 'l cangiar mi giova
     la poca vista a me dal cielo offerta
     sol per piacer a le sue luci sante.



     Dolci durezze, et placide repulse,
     piene di casto amore et di pietate;
     leggiadri sdegni, che le mie infiammate
     voglie tempraro ( or me n'accorgo), e 'nsulse;
     gentil parlar, in cui chiaro refulse
     con somma cortesia somma honestate;
     fior di vertu, fontana di beltate,
     ch'ogni basso penser del cor m'avulse;
     divino sguardo da far l'uom felice,
     or fiero in affrenar la mente ardita
     a quel che giustamente si disdice,
     or presto a confortar mia frale vita:
     questo bel variar fu la radice
     di mia salute, ch'altramente era ita.



     Spirto felice che si dolcemente
     volgei quelli occhi, piu chiari che 'l sole,
     et formavi i sospiri et le parole,
     vive ch'anchor mi sonan ne la mente:
     gia ti vid'io, d'onesto foco ardente,
     mover i pie' fra l'erbe et le viole,
     non come donna, ma com'angel sole,
     di quella ch'or m'e piu che mai presente;
     la qual tu poi, tornando al tuo fattore,
     lasciasti in terra, et quel soave velo
     che per alto destin ti venne in sorte.
     Nel tuo partir, parti nel mondo Amore
     et Cortesia, e 'l sol cadde del cielo,
     et dolce incomincio farsi la morte.



     Vago augelletto che cantando vai,
     over piangendo, il tuo tempo passato,
     vedendoti la notte e 'l verno a lato
     e 'l di dopo le spalle e i mesi gai,
     se, come i tuoi gravosi affanni sai,
     cosi sapessi il mio simile stato,
     verresti in grembo a questo sconsolato
     a partir seco i dolorosi guai.
     I' non so se le parti sarian pari,
     che quella cui tu piangi e forse in vita,
     di ch'a me Morte e 'l ciel son tanto avari;
     ma la stagione et l'ora men gradita,
     col membrar de' dolci anni et de li amari,
     a parlar teco con pieta m'invita.



     Deh porgi mano a l'affannato ingegno,
     Amor, et a lo stile stancho et frale,
     per dir di quella ch'e fatta immortale,
     et cittadina del celeste regno;
     dammi, signor, che 'l mio dir giunga al segno
     de le sue lode, ove per se non sale,
     se vertu, se belta non ebbe eguale
     il mondo, che d'aver lei non fu degno.
     Responde: " Quanto 'l ciel et io possiamo,
     e i buon' consigli, e 'l conversar honesto,
     tutto fu in lei, di che noi Morte a privi.
     Forma par non fu mai dal di ch'Adamo
     aperse li occhi in prima; et basti or questo:
     piangendo i' 'l dico, et tu piangendo scrivi. "



     O tempo, o ciel volubil, che fuggendo
     inganni i ciechi et miseri mortali,
     o di veloci piu che vento et strali,
     ora ab experto vostre frodi intendo:
     ma scuso voi, et me stesso riprendo,
     che Natura a volar v'aperse l'ali,
     a me diede occhi, et io pur ne' miei mali
     li tenni, onde vergogna et dolor prendo.
     Et sarebbe ora, et e passata omai,
     di rivoltarli, in piu secura parte,
     et poner fine a li 'nfiniti guai;
     ne dal tuo giogo, Amor, l'alma si parte,
     ma dal suo mal; con che studio tu 'l sai;
     non a caso e vertute, anzi e bell'arte.



     L'aura mia sacra al mio stanco riposo
     spira si spesso, ch'i' prendo ardimento
     di dirle il mal ch'i'o sentito et sento,
     che, vivendo ella, non sarei stat'oso.
     I' incomoncio da quel guardo amoroso,
     che fu principio a si lungo tormento,
     poi seguo come misero et contento,
     di di in di, d'ora in hora, Amor m'a roso.
     Ella si tace, et di pieta depinta,
     fiso mira pur me; parte sospira,
     et di lagrime honeste il viso adorna:
     onde l'anima mia dal dolor vinta,
     mentre piangendo allor seco s'adira,
     sciolta dal sonno a se stessa ritorna.



     Ogni giorno mi par piu di mill'anni
     ch'i' segua la mia fida et cara duce,
     che mi condusse al mondo, or mi conduce,
     per miglior via, a vita senza affanni:
     et non mi posson ritener li 'inganni
     del mondo, ch'i' 'l conosco; et tanta luce
     dentro al mio core infin dal ciel traluce
     ch'i' 'ncomincio a contar il tempo e i danni.
     Ne minaccie temer debbo di morte,
     che 'l Re sofferse con piu grave pena,
     per farme a seguitar constante et forte;
     et or novellamente in ogni vena
     intro di lei che m'era data in sorte,
     et non turbo la sua fronte serena.



     Non po far Morte il dolce viso amaro,
     ma 'l dolce viso dolce po far Morte.
     Che bisogn'a morir ben altre scorte?
     Quella mi scorge ond'ogni ben imparo;
     et Quei che del Suo sangue non fu avaro,
     che col pe' ruppe le tartaree porte,
     col Suo morir par che mi riconforte.
     Dunque vien', Morte: il tuo venir m'e caro.
     Et non tardar, ch'egli e ben tempo omai;
     et se non fusse, e' fu 'l tempo in quel punto
     che madonna passo di questa vita.
     D'allor innanzi un di non vissi mai:
     seco fui in via, et seco al fin son giunto,
     et mia giornata o co' suoi pie' fornita.



     Quando il soave mio fido conforto
     per dar riposo a la mia vita stanca
     ponsi del letto in su la sponda manca
     con quel suo dolce ragionare accorto,
     tutto di pieta et di paura smorto
     dico:" Onde vien' tu ora, o felice alma? "
     Un ramoscel di palma
     et un di lauro trae del suo bel seno,
     et dice:" Dal sereno
     ciel empireo et di quelle sante parti
     mi mossi et vengo sol per consolarti ".
     In atto et in parole la ringratio
     humilmente, et poi demando: " Or donde
     sai tu il mio stato? " Et ella: " Le triste onde
     del pianto, di che mai tu non se' satio,
     coll'aura de' sospir', per tanto spatio
     passano al cielo, et turban la mia pace:
     si forte ti dispiace
     che di questa miseria sia partita,
     et giunta a miglior vita;
     che piacer ti devria, se tu m'amasti
     quanto in sembianti et ne' tuoi dir' mostrasti ".
     Rispondo: " Io non piango altro che me stesso
     che son rimaso in tenebre e 'n martire,
     certo sempre del tuo al ciel salire
     come di cosa ch'uom vede da presso.
     Come Dio et Natura avrebben messo
     in un cor giovenil tanta vertute,
     se l'eterna salute
     non fusse destinata al tuo ben fare,
     o de l'anime rare,
     ch'altamente vivesti qui tra noi,
     et che subito al ciel volasti poi?
     Ma io che debbo altro che pianger sempre,
     misero et sol, che senza te son nulla?
     Ch'or fuss'io spento al latte et a la culla,
     per non provar de l'amorose tempre! "
     Et ella: " A che pur piangi et ti distempre?
     Quanto era meglio alzar da terra l'ali,
     et le cose mortali
     et queste dolci tue fallaci ciance
     librar con giusta lance,
     et seguir me, s'e ver che tanto m'ami,
     cogliendo omai qualchun di questi rami! "
     " I' volea demandar " respond'io allora :
     " Che voglion importar quelle due frondi? "
     Et ella: " Tu medesmo ti rispondi,
     tu la cui non penna tanto l'una honora:
     palma e victoria, et io, giovene anchora,
     vinsi il mondo, et me stessa; il lauro segna
     triumpho, ond'io son degna,
     merce di quel Signor che mi die' forza.
     Or tu, s'altri ti sforza,
     a Lui ti volgi, a Lui chiedi soccorso,
     si che siam Seco al fine del tuo corso ".
     " Son questi i capei biondi, et l'aureo nodo, "
     dich'io " ch'ancor mi stringe, et quei belli occhi
     che fur mio sol? " " Non errar con li sciocchi,
     ne parlar " dice " o creder a lor modo.
     Spirito ignudo sono, e 'n ciel mi godo:
     quel che tu cerchi e terra, gia molt'anni,
     ma per trarti d'affanni
     m'e dato a parer tale; et anchor quella
     saro, piu che mai bella,
     a te piu cara, si selvaggia et pia,
     salvando inseme tua salute et mia ".
     I' piango; et ella il volto
     co le sue man' m'asciuga, et poi sospira
     dolcemente, et s'adira
     con parole che i sassi romper ponno:
     et dopo questo si parte ella, e 'l sonno.



     Quel'antiquo mio dolce empio signore
     fatto citar dinanzi a la reina
     che la parte divina
     tien di natura nostra e 'n cima sede,
     ivi, com'oro che nel foco affina,
     mi rappresento cerco di dolore,
     di paura et d'orrore,
     quasi huom che teme morte et ragion chiede;
     e 'ncomincio: " Madonna, il manco piede
     giovenetto pos'io nel costui regno,
     ond'altro ch'ira et sdegno
     non ebbi mai; et tanti et si diversi
     tormenti ivi soffersi,
     ch'alfine vinta fu quell'infinita
     mia patientia, e 'n odio ebbi la vita.
     Cosi 'l mio tempo infin qui trapassato
     e in fiamma e 'n pene: et quante utili honeste
     vie sprezzai, quante feste,
     per servir questo lusinghier crudele!
     Et qual ingegno a si parole preste,
     che stringer possa 'l mio infelice stato,
     et le mie d'esto ingrato
     tanto et si gravi e si giuste querele?
     O poco mel, molto aloe con fele!
     In quanto amaro a la mia vita avezza
     con sua falsa dolcezza,
     la qual m'atrasse a l'amorosa schiera!
     Che s'i' non m'inganno, era
     disposto a sollevarmi alto da terra:
     e' mi tolse di pace et pose in guerra.
     Questi m'a fatto men amare Dio
     ch'i' non deveva, et men curar me stesso:
     per una donna o messo
     egualmente in non cale ogni pensero.
     Di cio m'e stato consiglier sol esso,
     sempr'aguzzando il giovenil desio
     a l'empia cote, ond'io
     sperai riposo al suo giogo aspro et fero.
     Misero, a che quel chiaro ingegno altero,
     et l'altre doti a me date dal cielo?
     che vo cangiando 'l pelo,
     ne cangiar posso l'ostinata voglia:
     cosi in tutto mi spoglia
     di liberta questo crudel ch'i' accuso,
     ch'amaro viver m'a volto in dolce uso.
     Cercar m'a fatto deserti paesi,
     fiere et ladri rapaci, hispidi dumi,
     dure genti et costumi,
     et ogni error che' pellegrini intrica,
     monti, valli, paludi et mari et fiumi,
     mille lacciuoli in ogni parte tesi;
     e 'l verno in strani mesi,
     con pericol presente et con fatica:
     ne costui ne quell'altra mia nemica
     ch'i' fuggia, mi lasciavan sol un punto;
     onde, s'i' non son giunto
     anzi tempo da morte acerba et dura,
     pieta celeste a cura
     di mia salute non questo tiranno
     che del mio duol si pasce, et del mio danno.
     Poi che suo fui non ebbi hora tranquilla,
     ne spero aver, et le mie notti il sonno
     sbandiro, et piu non ponno
     per herbe o per incanti a se ritrarlo.
     Per inganni et per forza e fatto donno
     sovra miei spirti; et no sono poi squilla,
     ov'io sia, in qualche villa,
     ch'i' non l'udisse. Ei sa che 'l vero parlo:
     che legno vecchio mai non rose tarlo
     come questi 'l mio core, in che s'annida,
     et di morte lo sfida.
     Quinci nascon le lagrime e i martiri,
     le parole e i sospiri,
     di ch'io mi vo stancando, et forse altrui.
     Giudica tu, che me conosci et lui. "
     Il mio adversario con agre rampogne
     comincia: " O donna, intendi l'altra parte,
     che 'l vero, onde si parte
     quest'ingrato, dira senza defecto.
     Questi in sua prima eta fu dato a l'arte
     da vender parolette, anzi menzogne;
     ne par che si vergogne,
     tolto da quella noia al mio dilecto,
     lamentarsi di me, che puro et netto,
     contra 'l desio, che spesso il suo mal vole,
     lui tenni, ond'or si dole,
     in dolce vita, ch'ei miseria chiama:
     salito in qualche fama
     solo per me, che 'l suo intellecto alzai
     ov'alzato per se non fora mai.
     Ei sa che 'l grande Atride et l'alto Achille,
     et Hanibal al terren vostro amaro,
     et di tutti il piu chiaro
     un altro et di vertute et di fortuna,
     com'a ciascun le sue stelle ordinaro,
     lasciai cader in vil amor d'ancille:
     et a costui di mille
     donne electe, excellenti, n'elessi una,
     qual non si vedra mai sotto la luna,
     benche Lucretia ritornasse a Roma;
     et si dolce ydioma
     le diedi, et un cantar tanto soave,
     che penser basso o grave
     non pote mai durar dinanzi a lei.
     Questi fur con costui li 'nganni mei.
     Questo fu il fel, questi li sdegni et l'ire,
     piu dolci assai che di null'altra il tutto.
     Di bon seme mal frutto
     mieto; et tal merito a chi 'ngrato serve.
     Si l'avea sotto l'ali mie condutto,
     ch'a donne et cavalier piacea il suo dire;
     et si alto salire
     i''l feci, che tra' caldi ingegni ferve
     il suo nome et de' suoi detti conserve
     si fanno con diletto in alcun loco;
     ch'or saria forse un roco
     mormorador di corti, un huom del vulgo:
     i' l'exalto et divulgo,
     per quel ch'elli 'mparo ne la mia scola,
     et da colei che fu nel mondo sola.
     Et per dir a l'extremo il gran servigio,
     da mille acti inhonesti l'o ritratto,
     che mai per alcun pacto
     a lui piacer non poteo cosa vile:
     giovene schivo et vergognoso in acto
     et in penser, poi che fatto era huom ligio
     di lei ch'alto vestigio
     li 'mpresse al core, et fecel suo simile.
     Quanto a del pellegrino et del gentile,
     da lei tene, et da me, di cui si biasma.
     Mai nocturno fantasma
     d'error non fu si pien com'ei ver' noi:
     ch'e in gratia, da poi
     che ne conobbe, a Dio et a la gente.
     Di cio il superbo si lamenta et pente.
     Ancor, et questo e quel che tutto avanza,
     da volar sopra 'l ciel li avea dat'ali
     per le cose mortali,
     che son scala al fattor, chi ben l'estima;
     che mirando ei ben fiso quante et quali
     eran vertuti in quella sua speranza,
     d'una in altra sembianza
     potea levarsi a l'alta cagion prima;
     et ei l'a detto alcuna volta in rima,
     or m'a posto in oblio con quella donna
     ch'i' li die' per colonna
     de la sua frale vita. " A questo un strido
     lagrimoso alzo et grido:
     " Ben me la die', ma tosto la ritolse. "
     Responde: " Io no, ma Chi per se la volse. "
     Alfin ambo conversi al giusto seggio,
     i' con tremanti, ei con voci alte et crude,
     ciascun per se conchiude:
     " Nobile donna, tua sententia attendo. "
     Ella allor sorridendo:
     " Piacemi aver vostre questioni udite,
     ma piu tempo bisogna a tanta lite. "



     Dicemi spesso il mio fidato speglio,
     l'animo stanco, et la cangiata scorza,
     et la scemata mia destrezza et forza:
     " Non ti nasconder piu: tu se' pur veglio.
     Obedir a Natura in tutto e il meglio,
     ch'a contender con lei il tempo ne sforza. "
     Subito allor, com'acqua 'l foco amorza,
     d'un lungo et grave sonno mi risveglio:
     et veggio ben che 'l nostro viver vola
     et ch'esser non si po piu d'una volta;
     e 'n mezzo 'l cor mi sona una parola
     di lei ch'e or dal suo bel nodo sciolta,
     ma ne' suoi giorni al mondo fu si sola,
     ch'a tutte, s'i' non erro, fama a tolta.



     Volo con l'ali de' pensieri al cielo
     si spesse volte che quasi un di loro
     esser mi par ch'an ivi il suo thesoro,
     lasciando in terra lo squarciato velo.
     Talor mi trema 'l cor d'un dolce gelo
     udendo lei per ch'io mi discoloro
     dirmi: " Amico, or t'am'io et or t'onoro
     perch'a i costumi variati, e 'l pelo. "
     Menami al suo Signor: allor m'inchino,
     pregando humilemente che consenta
     ch'i' stia a veder et l'uno et l'altro volto.
     Responde: " Egli e ben fermo il tuo destino;
     et per tardar anchor vent'anni o trenta,
     parra a te troppo, et non fia pero molto. "



     Morte a spento quel sol ch'abagliar suolmi,
     e 'n tenebre son gli occhi interi et saldi;
     terra e quella ond'io ebbi et freddi et caldi;
     spenti son i miei lauri, or querce et olmi:
     di ch'io veggio 'l mio ben; et parte duolmi.
     Non e chi faccia et paventosi et baldi
     i miei penser', ne chi li agghiacci et scaldi,
     ne chi li empia di speme, et di duol colmi.
     Fuor di man di colui che punge et molce,
     che gia fece di me si lungo stratio,
     mi trovo in libertate, amara et dolce;
     et al Signor ch'i' adoro et ch'i' ringratio,
     che pur col ciglio il ciel governa et folce,
     torno stanco di viver, nonche satio.



     Tenemmi Amor anni ventuno ardendo,
     lieto nel foco, et nel duol pien di speme;
     poi che madonna e 'l mio cor seco inseme
     saliro al ciel, dieci altri anni piangendo.
     Omai son stanco, et mia vita reprendo
     di tanto error che di vertute il seme
     a quasi spento; et le mie parti extreme,
     alto Dio, a te devotamente rendo:
     pentito et tristo de' miei si spesi anni,
     che spender si deveano in miglior uso,
     in cercar pace et in fuggir affanni.
     Signor che 'n questo carcer m'ai rinchiuso,
     tramene, salvo da li eterni danni,
     ch'i' conosco 'l mio fallo, et non lo scuso.



     I' vo piangendo i miei passati tempi
     i quai posi in amar cosa mortale,
     senza levarmi a volo, abbiend'io l'ale,
     per dar forse di me non bassi exempi.
     Tu che vedi i miei mali indegni et empi,
     Re del cielo invisibile immortale,
     soccorri a l'alma disviata et frale,
     e 'l suo defecto di tua gratia adempi:
     si che, s'io vissi in guerra et in tempesta,
     mora in pace et in porto; et se la stanza
     fu vana, almen sia la partita honesta.
     A quel poco di viver che m'avanza
     et al morir, degni esser Tua man presta:
     Tu sai ben che 'n altrui non o speranza.



     Vergin bella, che di sol vestita,
     coronata di stelle, al sommo Sole
     piacesti si, che 'n te Sua luce ascose,
     amor mi spinge a dir di te parole:
     ma non so 'ncominciar senza tu' aita,
     et di Colui ch'amando in te si pose.
     Invoco lei che ben sempre rispose,
     chi la chiamo con fede:
     Vergine, s'a mercede
     miseria extrema de l'humane cose
     gia mai ti volse, al mio prego t'inchina,
     soccorri a la mia guerra,
     bench'i' sia terra, et tu del ciel regina.
     Vergine saggia, et del bel numero una
     de le beate vergini prudenti,
     anzi la prima, et con piu chiara lampa;
     o saldo scudo de l'afflicte genti
     contra colpi di Morte et di Fortuna,
     sotto 'l qual si triumpha, non pur scampa;
     o refrigerio al cieco ardor ch'avampa
     qui fra i mortali sciocchi:
     Vergine, que' belli occhi
     che vider tristi la spietata stampa
     ne' dolci membri del tuo caro figlio,
     volgi al mio dubbio stato,
     che sconsigliato a te ven per consiglio.
     Vergine pura, d'ogni parte intera,
     del tuo parto gentil figliola et madre,
     ch'allumi questa vita, et l'altra adorni,
     per te il tuo figlio, et quel del sommo Padre,
     o fenestra del ciel lucente altera,
     venne a salvarne in su li extremi giorni;
     et fra tutt'i terreni altri soggiorni
     sola tu fosti electa,
     Vergine benedetta,
     che 'l pianto d'Eva in allegrezza torni.
     Fammi, che puoi, de la Sua gratia degno,
     senza fine o beata,
     gia coronata nel superno regno.
     Vergine santa d'ogni gratia piena,
     che per vera et altissima humiltate
     salisti al ciel onde miei preghi ascolti,
     tu partoristi il fonte di pietate,
     et di giustitia il sol, che rasserena
     il secol pien d'errori oscuri et folti;
     tre dolci et cari nomi ai in te raccolti,
     madre, figliuola et sposa:
     Vergina gloriosa,
     donna del Re che nostri lacci a sciolti
     et fatto 'l mondo libero et felice,
     ne le cui sante piaghe
     prego ch'appaghe il cor, vera beatrice.
     Vergine sola al mondo senza exempio,
     che 'l ciel di tue bellezze innamorasti,
     cui ne prima fu simil ne seconda,
     santi penseri, atti pietosi et casti
     al vero Dio sacrato et vivo tempio
     fecero in tua verginita feconda.
     Per te po la mia vita esser ioconda,
     s'a' tuoi preghi, o Maria,
     Vergine dolce et pia,
     ove 'l fallo abondo, la gratia abonda.
     Con le ginocchia de la mente inchine,
     prego che sia mia scorta,
     et la mia torta via drizzi a buon fine.
     Vergine chiara et stabile in eterno,
     di questo tempestoso mare stella,
     d'ogni fedel nocchier fidata guida,
     pon' mente in che terribile procella
     i' mi ritrovo sol, senza governo,
     et o gia da vicin l'ultime strida.
     Ma pur in te l'anima mia si fida,
     peccatrice, i' no 'l nego,
     Vergine; ma ti prego
     che 'l tuo nemico del mio mal non rida:
     ricorditi che fece il peccar nostro,
     prender Dio per scamparne,
     humana carne al tuo virginal chiostro.
     Vergine, quante lagrime o gia sparte,
     quante lusinghe et quanti preghi indarno,
     pur per mia pena et per mio grave danno!
     Da poi ch'i' nacqui in su la riva d'Arno,
     cercando or questa et or quel'altra parte,
     non e stata mia vita altro ch'affanno.
     Mortal bellezza, atti et parole m'anno
     tutta ingombrata l'alma.
     Vergine sacra et alma,
     non tardar, ch'i' son forse a l'ultimo anno.
     I di miei piu correnti che saetta
     fra miserie et peccati
     sonsen' andati, et sol Morte n'aspetta.
     Vergine, tale e terra, et posto a in doglia
     lo mio cor, che vivendo in pianto il tenne
     et de mille miei mali un non sapea:
     et per saperlo, pur quel che n'avenne
     fora avenuto, ch'ogni altra sua voglia
     era a me morte, et a lei fama rea.
     Or tu donna del ciel, tu nostra dea
     (se dir lice, e convensi),
     Vergine d'alti sensi,
     tu vedi il tutto; e quel che non potea
     far altri, e nulla a la tua gran vertute,
     por fine al mio dolore;
     ch'a te honore, et a me fia salute.
     Vergine, in cui o tutta mia speranza
     che possi et vogli al gran bisogno aitarme,
     non mi lasciare in su l'extremo passo.
     Non guardar me, ma Chi degno crearme;
     no 'l mio valor, ma l'alta Sua sembianza,
     ch'e in me, ti mova a curar d'uom si basso.
     Medusa et l'error mio m'an fatto un sasso
     d'umor vano stillante:
     Vergine, tu di sante
     lagrime et pie adempi 'l meo cor lasso,
     ch'almen l'ultimo pianto sia devoto,
     senza terrestro limo,
     come fu 'l primo non d'insania voto.
     Vergine humana, et nemica d'orgoglio,
     del comune principio amor t'induca:
     miserere d'un cor contrito humile.
     Che se poca mortal terra caduca
     amar con si mirabil fede soglio,
     che devro far di te, cosa gentile?
     Se dal mio stato assai misero et vile
     per le tue man' resurgo,
     Vergine, i' sacro et purgo
     al tuo nome et penseri e 'ngegno et stile,
     la lingua e 'l cor, le lagrime e i sospiri.
     Scorgimi al miglior guado,
     et prendi in grado i cangiati desiri.
     Il di s'appressa, et non pote esser lunge,
     si corre il tempo et vola,
     Vergine unica et sola,
     e 'l cor or coscientia or morte punge.
     Raccomandami al tuo figliuol, verace
     homo et verace Dio,
     ch'accolga 'l mio spirto ultimo in pace.


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